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"Un
tempo per il dialogo e la speranza" di Amos Luzzatto
Amos Luzzatto, presidente dell'Unione delle comunità ebraiche
italiane, è stato invitato - come già altre volte in passato - a prendere
parte ai lavori del S.A.E., il Segretariato attività ecumeniche, che alla
fine di luglio di quest'anno celebrava a Chianciano la sua quarantesima
sessione annuale di formazione ecumenica.
Attivo in Italia all'interno del mondo cristiano, il S.A.E. si definisce
quale movimento di laici che appartengono a diverse confessioni cristiane,
nel cui àmbito propugnano "l'ecumenismo e il dialogo, a partire dal dialogo
ebraico-cristiano". Il S.A.E. è animato da uno spirito che è aperto al
confronto fra le più varie testimonianze di fede e si caratterizza per un
intenso impegno nello studio biblico e teologico, tale da orientare i suoi
membri ad avviare con il mondo ebraico un dialogo fraterno, al riparo da
ogni tentazione di integrismo e fondamentalismo. Il tema generale della
quarantesima sessione era "Leggere i segni dei tempi. Europa, culture,
religioni."
Keshet è lieta di pubblicare il testo della relazione che Luzzatto ebbe a
svolgere in quella sede.
Non viviamo in tempi di dialogo. Gli strumenti che formano
l'opinione pubblica monologano, anche quando a Prima pagina [la
popolare rubrica radiofonica, n.d.r.] il giornalista di turno
colloquia con gli ascoltatori. Nel dialogo, le due parti si ascoltano per
cercare sempre qualcosa da accettare dall'altro, un pezzetto di verità. Oggi
la verità si raggiunge contando i voti. E il consenso si costruisce, spesso,
più con le convenzioni che non con le convinzioni.
Ma si avverte il bisogno del dialogo? Non lo so, però anche il bisogno
non cresce spontaneo, è un atto di consapevolezza che deve essere coltivato.
Ecco che il S.A.E., come sede di dialogo, si configura quale esperienza
anche politica, che può diventare paradigmatica e deve allargarsi molto di
più di quanto non abbia fatto finora. Poiché il suo dialogare produce
amicizie che si mantengono anche fuori della sessione. E sono amicizie
preziose.
Nell'àmbito della sessione, il gruppo che si occupa della comunicazione
ha provato la lettura e la presentazione di una notizia di cronaca di cui
non conosceva il background, rivelato alla fine. Nel partecipare ai
lavori del gruppo, ho osservato come i dati crudi (il comunicato di
un'agenzia di stampa) venissero letti con angoli visuali diversi dai diversi
osservatori. Il quadro d'assieme era interessante e stimolante. Ma
abitualmente non si fa così; di solito si riceve un certo punto di vista,
già elaborato, dove è già stato deciso da altri di quale particolare dato
esaltare l'importanza e quale dato ignorare del tutto.
Questa considerazione mi porta a farne un'altra su maggioranza e
minoranza. A volte essere maggioranza - scusatemi - è una specie di
malattia. Ci si è talmente abituati che, quando si emigra o quando si entra
in una struttura più grande (come dall'Italia all'Europa), non si è
culturalmente e psicologicamente attrezzati e si va in crisi. Questo succede
anche per un erroneo concetto di democrazia, che non è il governo della
maggioranza, ma, basandosi sulla libera ed eguale circolazione di idee,
consiste nel governo della maggioranza limitato da vincoli accettati che
garantiscano la minoranza. Giacché non è vero che sempre chi ha la
maggioranza ottiene il governo e dunque il potere; spesso è vero il
contrario: è chi ha il potere che ottiene, per consenso indotto, la
maggioranza. Ma in questa sede vorrei parlarvi delle minoranze. Che cosa
hanno potuto fare?
Spesso sono sopravvissute emigrando una, due, più volte, cercando rifugi
provvisori, ricostruendosi un'esistenza; a volte scomparendo, altre volte,
come è successo a noi ebrei, restando ovunque una minoranza. Oggigiorno,
forse, sperando in una Europa nuova, pluralista a tal punto che le stesse
parole di maggioranza e di minoranza perdano il loro peso e a volte cessino
anche di essere minacciose. Di nuovo, esaltando il dialogo. E dunque il
S.A.E. Che ha però bisogno di trovare un vocabolario comune. Non intendo
riferirmi ai dizionari scientificamente ricchi ed elaborati, ma all'uso di
parole comuni che sono spesso ambivalenti. Vi porterò due soli esempi.
Molti anni fa, esaltando l'amore della donazione di sangue un
professore, oratore ufficiale alla festa dell'A.V.I.S., affermava, facendomi
indignare, che gli stessi nazisti compivano le loro azioni per l'amore che
portavano al Führer. È chiaro che 'amore' era per lui sinonimo di
'dedizione'. A mio parere, questo è un grave errore. Ma è proprio così? E se
è così, perché? Secondo esempio: la salvezza. Che si raggiunga per
fede o per opere, credo che ciascun appartenente a una determinata
collettività religiosa sappia abbastanza bene, o creda di sapere, che cosa
fare per la propria salvezza. Ma se la domanda che mi si ponesse fosse "che
cosa posso fare io per la tua salvezza", molti di noi sarebbero in
difficoltà, persino quando si trattasse di salvare dalla fame e dalle
malattie quello che si chiama 'il Sud del mondo'. È ancora più difficile la
risposta quando devo 'salvare' un altro da quelli che io considero dei
principi disumani e primitivi, come una tirannide o come l'adesione a una
cultura che rifiuta, del tutto o in parte, la medicina moderna. Posso
imporre a un altro la mia salvezza? Posso sradicare il suo universo
culturale per imporgli quello mio, certo allo scopo di facilitargli il
dialogo? I dubbi sono leciti e sono tanti. Appunto, i dubbi. Non so se
'le religioni', intese come complessi di idee e di credenze sufficientemente
sicure, siano capaci di dialogare fra di loro. È certo che gli esseri umani,
che in queste religioni si riconoscono, cominciano a farlo e sempre più
dovranno farlo se l'Europa sarà pluralistica. E lo fanno sempre quando hanno
dei dubbi, che devono avere se sono credenti, e che non impediscono loro di
essere credenti se hanno fede. Un esempio è la coraggiosa e bellissima
discussione che, sull'ultimo numero della rivista Lamed, pubblicata a
Zurigo, si svolge tra il pastore Martin Cunz e il professore Paolo De
Benedetti. Un mio amico, che passava le ferie in una riserva indiana negli
USA, mi narrava che al risveglio mattutino tutti si mettevano in circolo a
raccontarsi i propri sogni e a metterli in comune. Mettiamoci anche noi in
circolo e mettiamo in comune i nostri dubbi. Per terminare, accennerò a
una proposta operativa che ho fatto un mese e mezzo fa all'ultimo convegno
viennese dell'O.S.C.E., l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione
in Europa. Ho proposto un 'forum internazionale delle religioni' con tre
obiettivi apparentemente molto limitati:
(1) impegnarsi a non diffamare o comunque a non presentare sotto una
cattiva luce le altre religioni;
(2) monitorare i risultati;
(3) avviare una conoscenza, almeno culturale, delle altre religioni, fra
gli aderenti alla propria.
I giornali hanno ignorato la mia proposta, che era stata raccolta da
un'agenzia di stampa. Ho avuto l'adesione entusiastica dei protestanti
italiani che mi hanno invitato a riferirne al Sinodo valdese, il 25 agosto,
a Torre Pellice. Riporto la proposta in questa sede poiché ritengo che la
sessione del S.A.E. sia oggi l'assemblea più adatta a recepirla. Amos
Luzzatto, presidente dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
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