"Per chi facciamo il tifo"  di  Asher Salah
 

È sorprendente quanto sia facile, riguardo alla questione mediorientale, incasellare l'opinione pubblica mondiale in due campi radicalmente antinomici ma rispondenti a sollecitazioni simili, e quanto, oggi più che mai, la contrapposizione tra propalestinesi e filoisraeliani finisca con l'essere non soltanto l'espressione di uno schierarsi riguardo alla politica mediorientale, ma una questione identitaria di vitale importanza per moltissime persone e gruppi non direttamente coinvolti nel conflitto arabo-israeliano.

I propalestinesi, per intenderci, sono coloro che considerano la Palestina la vittima sacrificale di un Occidente corrotto di cui Israele è il braccio secolare, se non addirittura il mandante e l'ispiratore. Per i propalestinesi più intransigenti, parafrasando Mao, vale insomma il principio per il quale "l'occhio del Palestinese vede giusto", da cui deriva necessariamente la giustificazione di qualsiasi forma di resistenza e di lotta, al punto di ritorcere su Israele stesso la responsabilità e persino la preparazione degli attentati suicidi perpetrati ai danni dei propri abitanti: parte di un diabolico progetto della lobby ebraico-sionista mondiale di screditare gli obiettivi sacri del popolo palestinese.

Immagine speculare e rovesciata di questi argomenti quella che si riflette nella posizione dei filoisraeliani a oltranza. Per loro Israele, solo fiore di giustizia e razionalità nel ginepraio mediorientale, difende i valori della democrazia, della civiltà occidentale contro lo scatenarsi del fanatismo islamico, del terrorismo internazionale finanziato dai petrolieri arabi che minacciano, con appelli alla jihad, la guerra santa, l'assise delle società 'moderne e illuminate' d'Europa e Stati Uniti. Nelle versioni più deleterie di questa posizione, Israele è l'intermediario prescelto per la realizzazione del regno di Dio in terra e lo strumento indispensabile per un non meglio precisato avvento messianico.

Ovviamente le posizioni appena descritte rappresentano soltanto gli estremi grotteschi di uno spettro assai più variegato e multiforme di opinioni, più o meno sofisticate, la maggior parte delle quali peraltro cerca di trovare un precario equilibrio, bilanciando le ragioni degli uni con i torti degli altri, secondo criteri basati su non sempre limpide alchimie politiche e sulla ricerca di un giusto mezzo votata per lo più al fallimento. Ma sin qui nulla di particolarmente nuovo. Il pensiero dicotomico, il manicheismo, la contrapposizione amico/nemico non sono purtroppo delle caratteristiche esclusive della modernità e la storia ce ne fornisce innumerevoli esempi.

La domanda non è quindi perché l'umanità si sia sempre lasciata trascinare da quella che Croce chiamava la "logica degli opposti", fuggendo dalla ben più ardua "logica dei distinti", bensì perché tra le infinite dicotomie possibili sia proprio questa ad avere trionfato nell'opinione pubblica di mezzo globo. In altri termini, perché nessuno, o quasi, mette in gioco la propria identità nel caso di altri conflitti del pianeta, affibbiandosi etichette con la stessa serietà con cui reciprocamente le sinistre e le destre europee si affrettano a prendere posizione riguardo a israeliani e palestinesi.

Mi si concederà senza difficoltà che, nel linguaggio politico comune, i termini di filoceceno, antirusso, promacedone o antitutsi non hanno la stessa pregnanza emotiva e immediatezza intellettuale di quelli di filoisraeliano o di propalestinese. Confesso che mi sfugge il motivo per il quale l'attenzione del mondo è puntata con tanto fervore su questo stretto lembo di terra, la cui denominazione stessa pone problema, Canaan, Palestina, Israele, Cisgiordania, al punto che i nomi di Sharon e di Arafat, tanto per fare un esempio, sono meglio noti all'italiano medio di quello del suo stesso ministro del Tesoro, le cui decisioni alla fin dei conti hanno maggiore peso sulla sua esistenza quotidiana che non quelle dei due caporioni mediorientali summenzionati.

Nell'angusto perimetro su cui sorgono Tel Aviv e Ramallah, Gerusalemme e Jenin, da molti anni ormai si accalca una fauna umana assai più cosmopolita e variopinta di quella di città come New York o Parigi. Non mi riferisco soltanto agli autoctoni ma soprattutto all'impressionante numero di giornalisti, volontari, osservatori e missionari di ogni Paese e di ogni fede, dai giapponesi della Red Army sino ai fondamentalisti svedesi o americani della Christian Embassy, che si incrociano negli stessi ristoranti e alberghi del paese a disquisire sul fondamento dei rispettivi apostolati di solidarietà, senza curarsi dell'ignoranza della realtà del luogo in cui si trovano e delle proprie contraddizioni.

Perché qui e non altrove? Dubito che lo sdegno morale per le sopraffazioni in corso nella regione, per la sofferenza delle popolazioni civili basti a spiegare questo improvviso afflato umanitario che coinvolge tanto militanti di Rifondazione che attivisti neofascisti. In confronto ai massacri e ai genocidi del Burundi, del Kossovo, della Cecenia e persino della Colombia, il conflitto arabo-israeliano si mantiene per il momento a livelli, per quanto inaccettabili, ancora del tutto incomparabili al sangue versato in altre zone di guerra del pianeta. A volte si ha la desolante impressione che il sangue di un israeliano o di un palestinese valga infinitamente di più di quello dei condannati a morte cinesi, delle donne lapidate dell'Afghanistan, dei guerrieri bambini della Liberia. Ho i miei dubbi anche per quanto riguarda la conclamata importanza strategica della terra che si contestano israeliani e palestinesi da oltre mezzo secolo. Acqua poca, petrolio ancor meno e risorse naturali del tutto inesistenti. A rigor di logica e di realismo politico, i giacimenti di gas del Kazakistan e quelli minerari della Bolivia mi sembrano più importanti di una sovraffollata striscia di Gaza e degli allevamenti di polli del Golan. Eppure mentre da una parte gli Stati Uniti difendono a oltranza Israele anche quando questo sostegno porta detrimento a interessi economici di ben altra portata nel mondo arabo, dall'altra persino l'ultimo dei mussulmani integralisti dell'Indonesia vede in Israele un suo nemico immediato, disconoscendo del tutto il numero impressionante di attivisti islamici imprigionati, torturati e uccisi nelle prigioni della maggior parte dei paesi arabi.

Lo stesso vale per il significato religioso di questa terra. Per quanto il numero di luoghi santi in questa parte del mondo sia effettivamente impressionante, non bisogna dimenticare che La Mecca e Roma sono le principali capitali religiose dell'islam e del cattolicesimo e che per gli ebrei, almeno per quei pochi per i quali la questione ha ancora un'effettiva portata religiosa, Gerusalemme ha perso la sua centralità per il culto ebraico da quando il Tempio è stato distrutto dai romani nel 70 E.V. Contrariamente a quanto ripetuto a ogni piè sospinto nelle più varie occasioni, né Israele né la Palestina sono la culla delle tre religioni monoteistiche. L'Islam è nato nella penisola arabica, il cristianesimo si è formato in Occidente e dei padri fondatori dell'ebraismo, Abramo era babilonese e Mosè egizio.

Di fronte a queste osservazioni, ammetto la mia perplessità e confesso di essere a corto di risposte. Due cose però mi sembrano emergere con una certa chiarezza. Per quanto riguarda l'Occidente, è evidente la persistenza di una straordinaria e irrisolta cattiva coscienza non solo nei confronti del massacro degli ebrei, ancora fresco nella memoria e nella carne di sopravvissuti e carnefici, ma anche e soprattutto nei confronti di un benessere ottenuto attraverso uno sfruttamento indiscriminato di tipo coloniale o neocoloniale delle risorse di quello che sino a poco tempo fa si chiamava il terzo mondo, e che prosegue indisturbato al momento in cui scrivo anche senza voler tirare in ballo l'avventurismo americano in Iraq o le velleità francesi in Costa d'Avorio. Una cattiva coscienza che viene placata a buon mercato con facili schieramenti a favore di israeliani e di palestinesi, in base a gusti e simpatie personali, spesso cangianti in funzione dell'identità dell'ultimo morto riportato dai giornali.

A Gaza come a Haifa, nei kibbutzim come nei campi profughi, ci arrivano i ragazzi borghesi d'Europa e degli Stati Uniti, grazie ai soldi guadagnati dai loro padri nelle multinazionali di cui si possono permettere il lusso di criticare la politica. Poca è la differenza rispetto all'ipocrisia americana che ai bombardamenti a tappeto fa seguire il lancio di viveri e medicinali per le popolazioni appena distrutte: un tipo di ipocrisia di cui Pasolini indicava l'inanità a proposito dei figli di papà che nel '68 lanciavano pietre ai figli di proletari nella polizia. Il cosiddetto terzo mondo, invece, pare agire in funzione di un risentimento che cerca nemici facilmente identificabili, non riuscendo a opporsi efficacemente a nemici reali ben più sofisticati e lontani dalle telecamere, nonché a una corruzione e a un dispotismo diffusi a tutti i livelli su scala mondiale.

Ma alla fine, ed è questo un dato terribilmente preoccupante, tutti, veramente tutti, a prescindere dalla loro nazionalità e dal credo politico, sono uniti dall'incapacità di affrontare il problema là dove davvero si trova: sotto casa propria.

Asher Salah, di famiglia toscana, vive da molti anni in Israele; insegna all'Università di Gerusalemme.