"Su due fronti, contemporaneamente"  di  Bruno Segre

 

Nahum Goldmann (1895-1982), il grande leader sionista mai abbastanza compianto, scriveva nel gennaio 1981: "Qualsiasi uomo normale, ragionevole, è in grado di capire che uno Stato ebraico nel quale vivono alcuni milioni di abitanti non può esistere alla lunga, né sopravvivere, se più di cento milioni di arabi continuano a rimanergli attorno nella condizione di nemici". Domando: siamo d'accordo, in linea di massima, sulla validità di questa osservazione (che in sé e per sé appare lapalissiana)? Se sì, dobbiamo anche convenire che lavorare per Israele, come ci proponiamo di fare noi di Sinistra per Israele, significa essenzialmente lavorare per la sua sopravvivenza, ossìa per la pace nel Vicino Oriente.

Vale la pena di rammentare - pur trattandosi di cosa ovvia - che la pace, se davvero la vuoi fare, la devi fare con il nemico. E non troverai mai un nemico disposto a offrirti la pace se il terreno sul quale gli proponi di muoversi lo costringe entro condizioni di palese inferiorità, con le brucianti umiliazioni e frustrazioni che ne conseguono. A suo tempo Jimmy Carter seppe indurre l'Egitto a fare la pace con Israele grazie al fatto che l'esito della guerra di Yom Kippur (una sorta di 'pareggio', attorno al canale di Suez, tra israeliani ed egiziani) abilitava Sadat a sentirsi 'trattato da eguale' dal suo antagonista Begin.

Ma per tornare a noi di Sinistra per Israele, penso che il nostro modestissimo lavoro per la pace possiamo portarlo avanti lungo due piste:
a) sostenendo - mediante contatti diretti in Israele che siamo in grado di intrattenere - quelle forze e quegli ambienti, oggigiorno chiaramente minoritari, che non accettano di considerare definitivamente tramontata ogni prospettiva di riconciliazione con i palestinesi;
b) incoraggiando il costituirsi chez nous (in Italia e/o in Europa) di gruppi di pressione che tengano contemporaneamente aperti canali di comunicazione con entrambi i confliggenti e che, stando pervicacemente alle loro costole, siano in qualche misura capaci di condizionarli nel lungo faticosissimo percorso che separa la guerra dalla pace.

Aggiungo che il lavoro per la pace va ovviamente portato avanti da 'chi di dovere' in sede politico-diplomatica; ma tale sede non può e non deve essere l'unica. E mi spiego: il grado elevatissimo di conflittualità, di reciproca animosità e diffidenza, cui sono ormai pervenute le due contrapposte società civili postula l'esigenza di mettere in cantiere anche iniziative di natura socio-culturale, volte a creare occasioni d'incontro, di dialogo e reciproco ascolto tra settori delle due società che siano intenzionati a uscire dall'attuale impasse, avendo ormai compreso che la violenza chiama sì altra violenza, ma non reca profitto né a questa né a quella delle due parti in conflitto.

In sede politico-diplomatica, il leader israeliano che più d'ogni altro si spinse avanti lungo il percorso suggerito da Nahum Goldmann fu Yitzhak Rabin. Su questo punto ritengo che siamo tutti d'accordo. Per parte mia, considero l'uccisione di Rabin per mano di un giovane religioso, figlio e nipote di rabbini, come il siluro più dirompente lanciato contro il processo di pacificazione che Rabin aveva voluto e saputo mettere in moto, e dunque come un crimine gravido delle più rovinose conseguenze politiche, destinato - sul lungo periodo - a mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa dello Stato d'Israele.

Tutti noi, penso, ricordiamo la personalità politica di Rabin non certo quale quella di una 'mammola', di un irenista in vena di romanticismi, bensì come quella di un militare che, prima di avviare il cosiddetto 'processo di Oslo', non esitò a combattere contro gli arabi (e anche più specificamente contro i palestinesi) con estrema decisione e persino con durezza. E tuttavia, rammento che nei mesi immediatamente precedenti il suo assassinio, la destra politico-religiosa israeliana tappezzò con abominevole sfrontatezza i muri di tutte le città del Paese di manifesti che additavano al pubblico ludibrio questo leader carismatico, coraggioso e lungimirante, bollandolo con l'accusa ignominiosa di 'traditore' e giungendo a effigiarlo, per sommo spregio, con la testa avvolta 'simbolicamente' nella kefiah.

Israele, per fortuna, è una repubblica con ordinamenti democratici; anzi, è l'unica autentica democrazia della regione vicino-orientale. Ma ciò non può impedirci di guardare con viva preoccupazione al fatto che, a séguito di un degrado progressivo delle dinamiche politiche interne e internazionali, una maggioranza degli elettori israeliani abbia da anni consegnato il potere nelle mani di quelle stesse forze politiche che in tutti i modi intralciarono e, alla fine, riuscirono criminosamente a liquidare il processo di pacificazione voluto e progettato da Rabin.

Certo, forze che lavorano contro la pace israelo-palestinese ce ne sono molte, spregiudicate e molto pericolose, fra gli stessi palestinesi e in tutto il mondo arabo. Ma la presenza di tali forze, e la violenza insensata di cui esse si mostrano capaci, non devono indurci a cadere nell'inganno di attribuire a loro, e a loro soltanto, le responsabilità dello stallo che il processo di pace fa attualmente registrare. Neppure i palestinesi possono fare a meno della pace - la pace vera, intendo, non la pace urlata e sbandierata dai loro amici 'pacifisti' - , poiché senza pace un qualsivoglia Stato di Palestina non vedrà mai la luce. Ma se è vero che i molti 'amici dei palestinesi', presenti e vocianti oggi in Italia, sogliono dare vita a sguaiatissime manifestazioni che ricordano quelle delle tifoserie calcistiche, noi di Sinistra per Israele abbiamo il dovere di denunciare questa logica perversa anche quando ad adottarla sono, come talvolta accade, i sedicenti 'amici di Israele', ebrei e non ebrei, pronti a osannare nei termini più beceri i più beceri aspetti della politica del governo d'Israele. E soprattutto, dobbiamo reagire contro la palese mistificazione di chi ritiene che tutti i palestinesi siano potenziali kamikaze e tutti i musulmani siano animati da fanatico fondamentalismo. Proprio i settori non violenti della società palestinese, e quelli meno permeati dall'integralismo nel mondo islamico, saranno quelli dai quali potranno venire espressi, prima o poi, i leader con cui una rinnovata leadership israeliana sarà chiamata a fare la pace.

In una prospettiva di questo tipo, è chiaro che tutti coloro che, nei più vari contesti, lavorano come noi per la pace, devono innanzitutto fare i conti con i nemici della pace che si trovano nel rispettivo 'àmbito domestico'. Conviene, come suggerisce la saggezza, che ciascuno si sforzi, in primo luogo, di tenere pulito il cortile di casa propria.

Sul versante delle sinistre 'esterne', rilevo che i partiti e i movimenti della sinistra italiana (tanto quelli di matrice laica quanto quelli d'ispirazione religiosa, cioè cattolica) amano tutti, quale più quale meno, mostrarsi in prima fila nelle campagne 'a favore della pace'. Ma soprattutto per alcuni di loro, nutro dubbi circa la possibilità di 'arruolarli' in quel tipo di lavoro per la pace che ho sin qui tentato di descrivere.

Per spiegarmi meglio, citerò un solo esempio fra i tanti che sarebbero a mia disposizione. Lo scorso 19 marzo Liberazione, quotidiano di Rifondazione comunista, pubblicava un articolo nel quale l'autore, dopo avere stilato un puntiglioso elenco delle aziende israeliane dai cui prodotti i consumatori italiani dovrebbero guardarsi, proponeva con vigore "il boicottaggio dell'economia di guerra israeliana": una misura indicata quale strumento di ritorsione contro le "ininterrotte violazioni dei diritti del popolo palestinese" perpetrate da Israele, e quale "arma pacifica alla portata di tutti, non rivolta contro la popolazione [israeliana], ma contro l'establishment politico, militare ed economico che tiene sotto il tallone di ferro milioni di persone", eccetera eccetera.

Lungi da me l'intenzione di discutere la validità o l'opportunità di un boicottaggio del 'made in Israel' quale segno di solidarietà verso "la legittima lotta di liberazione nazionale" dei palestinesi. Né intendo qui negare o sottovalutare il profondo impatto disgregatore che la politica militare di Sharon è sicuramente andata esercitando negli ultimi due anni sulle condizioni di vita della società civile dei palestinesi che vivono entro i territori amministrati dall'Anp. Ma poiché, com'è noto, per i partiti e i movimenti della sinistra italiana costituisce un punto d'onore l'elaborare una serrata critica della politica dei governi israeliani senza che tale critica possa essere confusa con una qualche manifestazione di antisemitismo, sarei lieto che i giornalisti di Liberazione ci spiegassero perché non abbiano mai pensato di pubblicare una lista di prodotti da boicottare fra quelli 'made in Russia' o 'made in China', tenendo conto dell'orrenda oppressione esercitata dai russi sulle popolazioni civili in Cecenia, oppure dai cinesi sugli abitanti originariamente stanziati nel Tibet, e via elencando. Le situazioni di oppressione su popolazioni civili 'aliene' sono oggi purtroppo innumerevoli in tutto il mondo. Ma, mi domando, nell'ottica della cultura delle nostre sinistre v'è forse qualcosa che contraddistingue da tutte le altre l'oppressione di Israele sui palestinesi, e che le attribuisce connotati particolarmente mostruosi? Non si tratterà, per caso, del fatto che l'esercito di Israele è un esercito 'ebraico'?

Penso, in conclusione, d'avere chiarito che - se noi di Sinistra per Israele intendiamo lavorare sul serio per la pace onde offrire a Israele, agli ebrei della diaspora e, se Dio vuole, anche al resto dell'umanità, un futuro decente - non possiamo fare a meno di batterci contemporaneamente su due fronti. Il nostro simultaneo confrontarci con le sinistre 'esterne' e con le destre 'interne' mette in luce i due aspetti speculari di un unico impegno, responsabilmente assunto da quegli ebrei e non ebrei (di sinistra) che, nella piena consapevolezza dei propri limiti, intendano contribuire alla pacificazione del Vicino Oriente.

Bruno Segre, storico; presidente degli 'Amici italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam'.