"Colori, atmosfere e memorie nelle ‘bucce’ di Laura Voghera Luzzatto"  di  Elena Sala

 

Kelippòt: una parola del lessico famigliare per alcuni lettori, un piccolo enigma per altri: così si intitola il sobrio, esile libro di poesie di Laura Voghera Luzzatto pubblicato, nel 2005, dalla Giuntina. Un libro che, ad aprirlo, rivela titoli come Fiori di vetro e Nuvole di tarassaco, in un insieme di scritto e spazio bianco che privilegia largamente quest’ultimo, come a sottolinearne la suggestività. La prima impressione è, dunque, di leggerezza. Leggendo e rileggendo il lettore si accorge che il libro ha, invece, un bel peso specifico.

L’esordiente non è agli esordi, se non nel pubblicare poesia; è, inoltre, una persona critica nel senso etimologico del termine: krino è ‘dare un giudizio’, ‘giudicare’; e, per farlo, è proprio necessario saper separare. Non a caso taluni compiti vengono lasciati a gente di una certa età, supponendo che la capacità di discernimento aumenti con l’esperienza. Di esperienza, qui ce n’è; la raccolta è una sorta di distillato, di sintesi fatta quando il passar degli anni consente di prendere le distanze dagli avvenimenti senza per questo anestetizzarsi, quando vi è un modo di comprensione partecipe sempre soggettivo, ma più meditato e sommesso.

Kelippòt, oltre a essere il titolo del libro, è anche quello della prima sezione e del primo testo. Significa ‘bucce’, ‘scorze’; una nota spiega che, nella mistica ebraica, esse simboleggiano il male che assai spesso nel mondo nasconde la scintilla di bene. In questo componimento di apertura le bucce evocate sono quelle, modeste, di fagiolo: si parla di “uno sgranar parole, pensieri e nomi a fil di voce come fagioli”: il baccello schiacciato dà quel suo minimo scoppio seguito dal ruscellare leggero e sordo dei grani nel recipiente; quelli marci devono essere scartati, come devono esserlo quei ricordi che imputridiscono i sentimenti e complicano la vita. Meglio scartarli e metabolizzare soltanto quelli buoni, farne sostanza e ricavarne forza come da una genuina minestra. Dunque, l’età è quella dei bilanci, del buttar via la zavorra per proseguire impegnandosi in uno sforzo di miglioramento che implichi addirittura il lasciare, quando sarà il momento, un buon ricordo anche di sé.

Fra le cose buone da salvare, impalpabile, vi è il dialetto veneziano ancora vivo sulle labbra della nonna e a cui l’Autrice ricorre in diverse poesie della prima parte del libro, testimoniando così quanta e quanto intima sia l’adesione a un territorio e a una città, compresenti accanto a un’altra cultura, un altro luogo, una religione diversa e minoritaria. Così, in apertura, quietamente, viene enunciato un programma: sentirsi anello di una catena di generazioni e vivere la diaspora in modo fecondo, legati alle proprie tradizioni, ma anche a quella terra che è toccata in sorte.

Sono cinque le generazioni che si affacciano dalle pagine, con una preponderanza delle figure femminili, e non a caso; intravvediamo la nonna affaccendata (v. I me ciàma…) e ci viene sussurrato che erano stati i nonni i primi a metter su casa fuori dal ghetto (El péndolo); la nonna è la cerniera: uscita, ma poi rimasta fra altre mura, dove la nipote la fa rivivere nella fatica delle ultime pulizie rituali, nel pestare la mazzà nel mortaio, nel gesto di preparare una dolce leccornìa per i bambini.

Chi di noi, da ragazzina, abbia letto Salgari (v. I me ciàma…) sottraendosi un po’ ai doveri di apprendistato di una brava fanciulla, sa che il Corsaro Nero non lasciava tanto ben sperare! Eppure, l’esempio si assorbe perfino mentre, ingrate!, si sta a leggere. Ed è dimostrato al momento in cui occorre ripetere gesti e fare cose, e nelle famiglie – non solo ebraiche – cose e gesti vengono fuori e dunque sono stati appresi. Tuttavia, davanti alla prima nipotina, cui è dedicata A Talia e sulla cui culla aleggiano – come sempre! – i nuovi tempi (nonché la forte tradizione intellettuale di famiglia, suppongo), viene amorevole la domanda: “piccola Talia,/ come potrai entrare/ nei nostri codici/ tanto faticosi? ”).

Figura dominante è quella della madre, vista nella sua morte. Di lei, in effetti, non si delineano dati biografici: è nella morte che si fa personaggio. La sua presenza è un’assenza, un vuoto. In Tunnel si dice della vicinanza del e nel momento estremo, e Passaggio evoca “la pena lunga/ e greve dell’addio/  spossato”. È solo nel morire che la si vede in vita; il pensiero va a Ungaretti (La madre, 1930), per un confronto non stilistico, bensì sulle diverse visioni sottese e consegnate alla pagina. In Passaggio la scena è tutta nell’immanente e vi è solo l’esigua possibilità concessa dall’impiego della parola “spiraglio”, che altre volte appare nella raccolta, sempre in contesti che prefigurano una sorta di scioglimento in positivo.
 

Quali letture, quali autori richiamano queste poesie?

Per la rapidità delle impressioni, subito viene in mente ancora il primo Ungaretti, quello dei versicoli dell’Allegria e – meno – del Sentimento del tempo. Vi è anche qualche consonanza di immagini. Laura Voghera Luzzatto ama quella del sasso modellato dall’acqua (forse il “logoro sasso del torrente” di Ungaretti, in Dannazione?) e ama concetti come ‘rotolare ‘, ‘scivolare’, ‘scorrere’. Qualche esempio: “rotondi scorrono/ improvvisi i suoni”, “…nel rotolare/ come dell’acqua sui sassi/ del ruscello” (Concerto), “la folla di sassi…/ rotolati da crode lontane/ fa specchio allo scivolìo silente…” (Sul Soligo), “Scivolare in auto/…” (Il MART a Rovereto).

Per l’impiego del dialetto – come già notato, esso acquista una valenza particolare nell’ambito ebraico (potrebbe essere letto, addirittura, quale risposta implicita a quanto sostenuto sulla diaspora da Yehoshua) – che, nel Veneto come altrove è una “lingua del cuore” che sa travalicare cuore e confini regionali, essendo forte di una tradizione e un accredito che ne fanno, grazie ai suoi poeti, un fatto non marginale.

Per le atmosfere, infine, bisogna ricordare i crepuscolari. Vedo una coincidenza fra la Noemi di I me ciàma… e la Maddalena di Signorina Felicita di Gozzano, dei cui lavori in cucina si rimanda il rumore (colpo secco di coltello, le stoviglie rigovernate e riposte). Le cose (“Io amo la semplice vita delle cose”, scriveva Corazzini in Desolazione del povero poeta sentimentale) contano e sono testimoni dell’avvicendarsi delle generazioni. Alla morte della madre, rimangono le “cose di casa,/ opache e vuote/ nella prigione dell’assenza,/ l’esilio in cui mi hai lasciato” (Esilio); “parlano le cose,/ gridano/ echi di tempi lontani,/ di mani pensieri e profili/ smarriti nell’ombra” (Vuoto d’anima). Che cosa saranno queste cose? Non solo duecento anni di lunari, simbolo di continuità e tradizione, cui è dedicato un componimento; la pietas comprende sempre varie realtà materiali piccole e grandi che formano il clima di una casa.

Traspare continuamemte la compassione verso oggetti che lottano per dire ancora della loro esistenza, come i cocci che affiorano dalla terra arata de I campi di Altino, e verso cose destituite dal loro essere memoria attiva e decontestualizzate come la mazzà di Cibi in vetrina. È la stessa compassione per il transeunte, il consumarsi e insieme la volontà di resistere al disfacimento, presente nei poeti crepuscolari.

Vi sono però anche ricordi e impressioni di felicità, per lo più intense e brevi, legate ad avvenimenti subitanei o stati di grazia della natura, còlti dentro il quotidiano e il ritmo delle stagioni. L’Autrice li comunica specialmente ricorrendo a immagini visive dai colori precisi, così che taluni componimenti si possono paragonare ad acquerelli. Orizzonti larghi, cieli, nuvole, rilievi, acque correnti e specchi d’acqua sono paesaggi che hanno risonanza interiore. Vi è insistenza sulle brevi fasi di apertura e passaggio: sovente la sinfonia dei grigi si schiude a lampi, bagliori, a una lama di sole, un lampo di sole: anch’essi da leggere nell’ottica della scintilla di bene. Un’immagine frequente è la galleria, e l’uscirne è un attimo propizio: “Si apre il tunnel/ e una luce di pesca/ esplode” (Luci d’inverno), il “treno che altalena/ tra piccole notti e bagliori improvvisi” (Paesaggio), “fuga del treno/ tra gli antri oscuri/ e le colline flessuose” (Film). Sono luci anche “esplosione d’oro” (La Piazza), “esplosione rosa” (Ottobrata), “improvviso fuoco” (Il tempo), “un gorgo di fuoco/ all’orizzonte” (Rotolare) e altro che rimanda a schiarite di una vivacità pregnante. Se i pittori che Andrea Zanzotto ricorda come “familiari” a Laura sono Fragiacomo e Tiepolo, lei stessa cita nelle poesie Cima, Corot e Magritte. Vi sono, dunque, toni differenti, nella tavolozza: vari grigi, bianco, mattone, acquamarina, verde: i colori di Venezia (ma non solo). A loro volta, le luci si fanno talora anch’esse meno contrastanti e sono lumi, lampioni, piccoli soli, piccole cupole come lanterne, lumini: un che di sospeso nell’aria, ma di più durevole. Vi sono cose di una certa durata: le nuvole come vele, lo scivolare del treno, il calare del sole.

Invisibili, invece, i profumi, ai quali l’Autrice si dimostra particolarmente ricettiva (lo aveva già dimostrato studiandone il ruolo nella tradizione ebraica): essi sono ricordi (Kelippòt), sapori (I me ciàma…, Cibi in vetrina, Cavità), fragranze (il calicanto, il tiglio nascosto in Segreto): sono qualcosa di buono che si rivela inaspettatamente, come se la scorza della mente o un solido alto muro li tenessero nascosti fino alla stagione loro propria: allora fuoriescono, anche loro, dalle loro bucce.

Ed è “buccia” anche la terra di Altino che, arata, rivela “terracotta – a pezzetti –/ di scodelle antiche, di piatti/ dipinti scoloriti/ colori che nascono come fiori” (I campi di Altino); è “buccia” la sabbia nera di Stromboli che lascia scoprire “pietruzze di vetro dilavato/ verdesmeraldo e bianche/ o brune…” (Magma); sono “buccia”, involucro protettivo anche l’oscurità (La Piazza) e la notte d’inverno (Riva degli Schiavoni), quest’ultima davvero elemento di separazione fra i “bagliori da signora” e le sguaiate cianfrusaglie vendute ai turisti durante il giorno; e sono come un affusolato baccello da cui fuoruscire di colpo alla luce i tunnel (Luci d’inverno, Paesaggio) e “la volta fulva/ di tronchi e rami” (Il MART a Rovereto): la poetica della raccolta è in un sottile impasto di unione e separazione fra elementi della natura, della storia, fra vivi e morti.

Alla morte della madre fa seguito quella del padre, anch’essa delicatamente ricordata. Indietro nel tempo, e grande, il lutto per il fratello Marco, caduto nella guerra del Kippur, troppo giovane e troppo poco conosciuto: “Ci siamo sfiorati/ e poso una pietra” (Marco, a Kiryàth Shaùl). Le poesie dedicate al fratello aprono la breve serie delle poesie di chiusura, che sono poesie di impegno civile per la pace in quella terra: La casa di pietra, Fosse parallele (anticipata sul numero 2-3 di questa rivista), Fotocolor di Gerusalemme, Tracce di fuoco, Un popolo invisibile di David Grossman, Prima della pioggia.

Idealmente il libro ha portato chi legge dal passato al presente, dalla casa al luogo pubblico, dal Veneto al Medio Oriente, dal dolore privato a quello collettivo. Anche l’interrogativo sul futuro passa dall’intimità della cameretta della piccola Talia alla casa del mondo: “Dove siete” – chiedono gli ultimi versi – “possibili storie di pace?”.
 

Elena Sala, luganese, laureata in lettere a Firenze; da vari anni fa parte del direttivo di ‘Biblia’.