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"Tolstoj e l’ebraismo"
di Gloria Gazzeri
Chi fu veramente Lev N.Tolstoj (1828-1910)?
Tutti hanno letto infatti “Guerra e Pace” o “Anna Karenina” e
magari qualcuno degli straordinari racconti di Tolstoj. Poco conosciuti
e letti invece sono i suoi scritti filosofico-religiosi (quelli di
cui il nostro gruppo di ricerca si è occupato specificatamente).
Eppure questi scritti – diari e lettere compresi – occupano circa
una metà dei novanta volumi che costituiscono l’“Opera Omnia”
di Tolstoj nell’edizione russa critica detta ‘del Giubileo’.
Diremo anzi che questa seconda parte della sua vita e opera
è stata finora rimossa, oscurata nella cultura moderna ufficiale.
Non possiamo certo, nel breve spazio di questo articolo,
approfondire il perché e il come di questo misterioso occultamento
(rimandiamo per questo al nostro saggio Tolstoi il profeta
); possiamo solo cercare di comunicare in breve il senso del
messaggio che Tolstoj ci lasciò.
Lasciamo parlare Tolstoj stesso, che così scriveva nel 1884:
“Ho vissuto nel mondo 55 anni e, ove si escludano i 14 o 15 anni
dell’infanzia, ne ho vissuti 35 da nichilista.... nel senso di
mancante di ogni fede. Cinque anni fa credetti nella dottrina di
Cristo e all’improvviso la mia vita mutò ... Tutto dipese dall’aver capito la dottrina di Cristo in modo diverso da come la intendevo
prima. Non voglio offrire un’interpretazione della dottrina di
Cristo, voglio solo riferire come capii quello che in essa è semplicissimo,
chiaro, comprensibile e incontrovertibile, rivolto a
tutti gli uomini; e come quello che capii sconvolse la mia anima
e mi diede serenità e felicità.” (La mia fede – Introduzione).
In altri scritti Tolstoj racconta come alle soglie dei cinquant’anni
– ricco, famoso, amato (era felicemente sposato
con numerosi figli) – si accorge che la vita non ha senso, lo
aspettano solo malattia, vecchiaia e morte, viene preso dalla
disperazione e pensa al suicidio.
È la crisi del Buddha.
Tornato alla fede in Dio, cerca di cambiare la sua vita di ricco
possidente – pur fra enormi difficoltà – ma soprattutto cerca
di trasmettere alla gente quello che ha scoperto. Anzi, a mano
a mano che avanza nella sua ricerca, sente che Dio stesso
lo chiama a dare un messaggio agli uomini, in un momento
storico in cui l’ordine cosmico appare gravemente offeso e l’umanità
in pericolo.
“Giammai, prima d’ora, l’umanità è stata tanto vicina all’annientamento,
giammai cadde tanto moralmente in basso”
(Conversazione con Teneromo sul Sionismo).
Egli sente, sa che Dio si serve di lui nonostante i suoi peccati,
la sua indegnità: “I miei pensieri, i miei scritti sono solo
passati attraverso di me, e ciò che in essi vi è di cattivo è mio,
ciò che in essi vi è di buono è di Dio” (Lettera a E. V. Molostova,
15.6.1904).
Un messaggio non sistematico (“non devo e non ne avrei
nemmeno il tempo, in ogni caso non devo assolutamente
scrivere un sistema” – Diari, 15.12.1900), che si snoda per
migliaia di pagine, non può certo essere riassunto in breve
qui. Ne elenchiamo solo i temi principali: la non resistenza
al male; l’antimilitarismo; la pedagogia antiautoritaria; la
critica radicale a ogni sistema di potere, sia politico che ecclesiastico; la critica alla scienza moderna; la condanna del
lusso, delle ricchezze, dello sfruttamento delle masse operaie
e contadine; l’esaltazione della civiltà agricola; il vegetarianesimo;
la teoria dell’arte popolare; l’esegesi biblica e
l’interesse per l’Oriente; l’etica della fratellanza, dell’amore,
della pace fra tutti gli uomini.
E possiamo solo cercare di comunicare in sintesi il senso del suo
messaggio. Tolstoj vuole avvertire gli uomini che si trovano di
fronte a un pericoloso passaggio epocale, annuncia “la rovina verso
cui stiamo correndo inarrestabilmente” (Ricredetevi, Cap. V).
Implora di fermarsi, ascoltare, cambiare strada. Individua
l’origine dei nostri mali nella perdita di una comune
spiegazione circa il significato e lo scopo dell’esistenza,
nella diffusione esponenziale della violenza e dell’inganno
nei nostri rapporti. Occorre allora “studiare ciò che è stato
elaborato da tutti i grandi pensatori riguardo alla definizione
degli autentici fondamenti religiosi della vita” (Sul socialismo).
Occorre soprattutto porre l’amore reciproco,
compreso l’amore per i nemici, a fondamento dei rapporti
umani, sia personali che sociali e politici, poiché questo
amore è oggi per noi la sola via di salvezza.
“Il prossimo compito della vita consiste nel sostituire la vita
fondata sulla lotta e la violenza con una vita fondata sull’amore
e il ragionamento” (Diari, 29.11.1901).
“Per sbarazzarsi di un nemico, bisogna amarlo” (Diari,
14.9.1896).
E ancora: “Vorrei supplicare gli uomini di godere ciò che
della felicità della vita è in nostro potere. Questa felicità della
vita che sopprime tutto, prevale su tutto ciò che è spiacevole e
doloroso, questa felicità è l’amore” (Quaderni, 13.8.1907).
Sulla non resistenza al male e sull’amore Tolstoj scriverà
centinaia di pagine, che ispireranno Gandhi nella sua azione
politica. In particolare Il Regno di Dio è dentro di voi, uno dei
testi tolstoiani più importanti sull’argomento, letto da Gandhi in Sud Africa nel 1894, nella versione inglese, darà
origine alla sua conversione alla non violenza.
E veniamo alla seconda parte del nostro argomento. Che
rapporto c’è, ci si chiederà, fra uno scrittore russo di un secolo
fa, ispirato dal Vangelo e l’ebraismo? Vi sono interessanti
contatti storici innanzitutto1.
Bisogna anche tener presente che Tolstoj, dopo essere partito
dal puro Vangelo2, scartando e anzi opponendosi alle successive
interpretazioni – a volte manipolazioni – ecclesiastiche, allargò
la sua ricerca a tutte le altre grandi religioni e giunse alla
conclusione che: “le dottrine religiose sono innumerevoli ma la
religione è unica” (La religione e le religioni) . Scrisse, di conseguenza,
un articolo specifico Sulla tolleranza religiosa (1901).
Nell’àmbito di questa ricerca religiosa a largo raggio studiò
i testi ebraici e fu in amichevoli rapporti con parecchi ebrei, i
quali nella Russia zarista costituivano, si può dire, un mondo
a parte, soggetto a gravi restrizioni civili e non di rado a crudeli
persecuzioni.
Tolstoj si appassionò alla letteratura e alla lingua d’Israele.
Studiò l’ebraico con il rabbino Minor di Mosca. Essi fecero
insieme la lettura del Vecchio Testamento, dalla prima parola
del Genesi a Isaia, ma con lacune. Facevano confronti con il
Nuovo Testamento, e Minor osservava quasi a ogni versetto
del cap. V di Matteo: “Questo si trova nel Vecchio Testamento,
quest’altro nel Talmud”. Ma quando arrivarono al precetto
di non resistere al male, il rabbino confessò che nulla di simile
si trovava nel Vecchio Testamento o nel Talmud, aggiungendo
però con un sorriso: “Ma i cristiani l’osservano?” (Riprenderemo
l’argomento della non resistenza più avanti).
Tolstoj spinse i suoi studi sino al Talmud e alle idee dei talmudisti3,
sempre interrogando, discutendo, ponendo confronti
e interpretazioni morali ed esegetiche. Ammirò il meglio
dell’antica sapienza ebraica: i Profeti, Giobbe, i Salmi,
l’Ecclesiaste, i Proverbi, la Sapienza, erano i libri che più apprezzava
e citava spesso. Pose Mosè tra i grandi saggi dell’umanità.
Considerò molto importante, per il suo valore morale
e sociale, il v. 19 del cap. III del Genesi “Tu mangerai il
pane con il sudore della tua fronte”, ch’egli interpretò “Impasta
il tuo pane col sudore della tua fronte”, per far risaltare
l’idea, a lui cara, del lavoro manuale.
La ‘regola aurea’ fu uno dei principi basilari della ‘religione
universale’ di Tolstoj. Molto gradite dunque gli saranno risuonate
le parole di Hillel, il dottore fariseo di poco antecedente
Gesù: “Non fare agli altri ciò che ti è sgradito: ecco tutta
la Legge, il resto non è che il commento”.
Le persecuzioni sanguinose che il governo zarista infliggeva
agli ebrei russi indignarono profondamente Tolstoj che
condannò “il governo con il suo clero che abbrutisce e fanatizza
gli uomini e la sua banda di funzionari briganti”, e in
una lettera simpatizzò con gli ebrei “fratelli che io amo non
perché ebrei, ma perché noi ed essi, come tutti gli uomini, siamo
i figli di uno stesso Padre, Dio” (Lettera del 27 aprile
1902 a un suo conoscente ebreo). Alla fine di questa lettera,
Tolstoj esorta gli ebrei a seguire la regola aurea del “fare agli
altri ciò che si vuole fatto a noi stessi” e a lottare contro il governo
non con la violenza, ma con il buon sistema di vita che
esclude non solo ogni violenza sul prossimo, ma la partecipazione
alla violenza. In quell’anno 1903 si era avuto il ‘pogrom’
di Kishinev che commosse il mondo civile (non ancora
testimone dei massacri di ebrei a milioni, operati dai nazisti).
Tolstoj diede il suo nome a una protesta firmata da un
gruppo di eminenti studiosi, e quando il noto scrittore ebreo
Shalom Alechem volle pubblicare, in aiuto alle vittime, una
raccolta letteraria, Tolstoj vi contribuì con tre racconti.
Molti ebrei di diverse nazioni, Italia compresa, furono studiosi
di Tolstoj di vario tipo: ammiratori, critici sereni e critici
negativi, traduttori, espositori ed editori delle sue opere.
Citiamo solo in proposito, come caratteristico, l’atteggiamento
del dotto ebreo lituano Joseph Klausner che, nella
sua nota opera Gesù di Nazareth, 1922 (originale ebraico,
tradotto in inglese, francese, tedesco) cita più volte Tolstoj
e le sue idee. Egli chiama Tolstoj “colosso morale della nostra
epoca”, ma non accetta pienamente l’immagine di Gesù
data da Tolstoj poiché il Gesù storico ed ebreo è ridotto
da lui quasi a nulla4
Ma forse i due dati più interessanti dei rapporti storici di Tolstoj con l’ebraismo sono i seguenti. Non tutti sanno che
Aharon David Gordon, il grande fautore del sionismo socialista,
era un tolstoiano. Egli cercò infatti di applicare nei kibbutzim
i princìpi tolstoiani di fraterna uguaglianza e il lavoro
della terra anche per gli intellettuali. Comuni tolstoiane simili
si erano formate anche in Russia. Alcune si esaurirono da sé,
altre furono perseguitate e distrutte dal governo sovietico.
Di notevole interesse ci sembra poi una conversazione di Tolstoj sul sionismo, raccolta dal discepolo e segretario Fainerman
(Teneromo)5 intorno agli anni 1880. In sintesi, Tolstoj
si dichiarava contrario a uno Stato ebraico con il suo esercito,
il suo parlamento, e così via – infatti egli era contrario a ogni
organizzazione statale –, mentre era estremamente favorevole
a un movimento di emigrazione “per allargare lo spazio dove
sono assiepati gli ebrei e riportarli al lavoro agricolo”. Naturalmente
si può essere o non essere d’accordo con queste
sue idee, varrebbe però la pena di esaminarle.
Ma noi crediamo che ancora più importante e costruttivo sarebbe
il ricercare e lo scoprire il senso dei rapporti profondi,
‘spirituali’ fra Tolstoj e l’ebraismo.
Innanzitutto l’intero mondo moderno – o meglio postmoderno
– occidentale avrebbe bisogno di conoscere e assimilare
sempre più questo pensiero tolstoiano per salvarsi dall’autodistruzione.
E di questo mondo la cultura ebraica fa parte intrinseca,
e non di poco conto.
Specificatamente, poi, noi crediamo che la teoria e la pratica
della non resistenza - nonviolenza, che è il nocciolo del
messaggio tolstoiano, riguardi il popolo ebraico molto da
vicino. Una ricerca sull’argomento sarebbe essenziale. Rimane
un problema aperto.
Il rabbino Minor non trovava riferimenti alla non resistenza
nell’Antico Testamento, invece possono trovarvisi e tanti (pensiamo
al servo di JHWH che “oppresso tutto sopportava senza
aprire bocca” in Isaia; al Signore che “farà cessare le guerre
sino ai confini della terra” del Salmo 45; o a certi detti del
Siracide: “È un eunuco che vuol deflorare una ragazza chi
vuole rendere giustizia con la violenza”, 20,4).
E ancora, se il famoso rabbino italiano del 19° secolo Elia
Benamozegh6 faceva la distinzione – come del resto già sant’Agostino e Lutero – fra il privato in cui si deve perdonare
il nemico, e il politico in cui il nemico resta nemico, questa
distinzione è oggi messa in discussione.
Quanta sofferenza inutile, insensata per la violenza politica
il popolo ebraico ha sempre subìto in passato e oggi in Palestina
dà e subisce!
“La sostituzione della violenza con l’accordo ragionevole –
ammonisce Tolstoj – non bisogna aspettarsela al di fuori di noi,
bisogna invece realizzarla nella nostra vita” (Lettera a
Goldweizer, 11.11.1905).
Note
1 A parte una straordinaria somiglianza di posizioni – diremmo quasi di immagine – con
i profeti di Israele, che fece pensare a origini ebraiche della famiglia Tolstoj, origini che
però furono smentite a me che lo chiedevo, dalla nipote stessa Tania Albertini Tolstoj.
2 Ma poi Gesù detto il Cristo non era forse un ebreo, legato alla cultura ebraica? E non
sarebbe opportuno che la cultura ebraica – cosa che del resto credo si stia cominciando a
fare – ne riscoprisse il messaggio originale autentico, come voleva Tolstoj, al di là di tanti
secoli di interpretazioni più o meno forzate?
3 Moltissime sono le frasi del Talmud da Tolstoj citate nelle sue raccolte di detti memorabili:
La via della vita, Pensieri di uomini saggi, e altri.
4 Per queste notizie ci siamo serviti del testo di P. Biriukof ed E. Marcucci,
Tolstoj e
l’Oriente, Alaya, Milano 1952, che dedica alcune pagine specifiche ai rapporti di Tolstoj
con l’ebraismo.
5 Isaac Borissov Fainerman (1862-1925), che si firmava con lo pseudonimo di Teneromo,
era appunto un ebreo russo, ammiratore di Tolstoj, che aveva organizzato una comunità
tolstoiana nella provincia di Kherson intorno al 1889. Egli annotò fedelmente Conversazioni
e pensieri di Tolstoj. Ne esiste un’edizione in russo e una in francese
6 E. Benamozegh, Morale ebraica e morale cristiana, Marietti, Genova 1997.
Gloria Gazzeri, vive a Roma; fa parte del gruppo
degli ‘Amici di Tolstoj’ per l’educazione alla pace.
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