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"Alberto Turati, z.l.
Un ebreo per libera scelta"
Rabbi Hillel diceva pure: Se non sono io per me,
chi sarà per me?
E se anche io fossi per me, che cosa sono io?
E se non ora, quando? Pirkè Avot, 1,14
Stroncato da una malattia che lo torturava da un paio d’anni,
Alberto Turati è morto lasciando nel piccolo gruppo redazionale
di Keshet un vuoto che non saremo mai in grado di colmare. La
sua scomparsa interviene proprio nelle ore in cui sta andando in
stampa questo fascicolo della rivista, l’ultimo alla cui preparazione
Alberto aveva collaborato.
Non abbiamo qui modo di ripercorrere, neppure per sommi capi,
i momenti salienti di un’esistenza densissima di incontri, di svolte, di
battaglie libertarie, di rapporti umani generosi, di interessi culturali
ad amplissimo raggio e di straordinari slanci di impegno politico: un
impegno che in Alberto, non ebreo, trovava espressione in una costante
preoccupazione per le vicissitudini e i destini di Israele, e in
un senso di appartenenza molto lata e laica al popolo ebraico (un atto
d’omaggio, crediamo, alla memoria del nonno Schoenstein).
In queste poche righe, della vita di Alberto riusciamo a ricordare
soltanto l’ultima fase, ossìa i mesi in cui l’avanzare inesorabile del
morbo gli richiedeva di concentrarsi con un’attenzione diuturna sulle
sue necessità fisiche. Ebbene, fu proprio in questo periodo che
Alberto trovò l’energia e la lucidità per compiere uno straordinario
percorso spirituale: una sorta di responsabile, conclusiva resa dei
conti con se stesso che doveva portarlo, con un moto irrefrenabile
della mente e del cuore, a operare un recupero gioioso di molti
aspetti della tradizione ebraica, e a dare alla sua identità di ‘ebreo
per libera scelta’ uno spessore e una profondità insospettabili.
L’avere potuto godere del privilegio di stargli accanto in questo percorso è
stato per noi l’ultimo ricco dono di Alberto, di cui gli siamo grati.
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