L e  r e c e n s i o n i

"Le Matriarche, Sara, Rebecca, Rachele e Lea" 
di Catherine Chalier
traduzione di Orietta Ombrosi

La Giuntina, Firenze 2002, pp. 275, € 14

 

Non è facile definire con esattezza il genere letterario di un libro come Le Matriarche di Catherine Chalier. Procedendo per esclusione si può affermare, in primo luogo, che non è un saggio di esegesi storico-critica. D'altro canto, non si tratta neppure di una semplice presentazione delle numerose interpretazioni che la tradizione ebraica, lungo i secoli, ha dato dei passi che vedono come figure centrali 'le quattro madri di Israele' : Sara (moglie di Abramo), Rebecca (moglie di Isacco), Rachele e Lea (mogli di Giacobbe). Infatti, partendo da quelle interpretazioni, la Chalier compie un delicato tentativo di rielaborazione ampiamente tributaria della filosofia etica di Emmanuel Lévinas: e infatti, nella Prefazione, Lévinas stesso afferma che, grazie alle pagine dell'autrice, "le parole di queste donne, con i loro atti, i loro gesti, i loro passi, dischiudono le dimensioni e il senso dell'umano".(Prefazione pag.15)

Dunque, siamo di fronte a un libro di filosofia, o più esattamente di etica filosofica e teologica. Tuttavia, il discorso non è condotto in astratto ma sulla base del testo, che viene mantenuto come costante punto di confronto e di riferimento: un riferimento ineliminabile per chiunque voglia dire qualcosa di sensato sull'uomo, sul suo mondo e, soprattutto, sulle corrette modalità di relazione che gli esseri umani devono intessere fra loro. Va inoltre ribadito che l'autrice si serve ampiamente della tradizione (i midrashim, i targumim, Rashi, lo Zohar...), sicché è opportuno, in premessa, ricordare un paio di concetti importanti a proposito delle modalità seguite in passato dai maestri di Israele nell'interpretare il testo sacro.

In primo luogo, secondo la tradizione ebraica non esiste un'unica e vincolante interpretazione della Bibbia: al contrario, ogni maestro può avanzare una propria personale lettura a patto che sappia trovare nel testo stesso le giustificazioni di quello che egli sostiene. Inoltre, va precisato che una delle preoccupazioni principali dei maestri fu sempre quella di riempire le 'lacune' del testo, dando risposta al non detto e al non scritto. Quindi, intorno a ogni episodio e a ogni figura biblica è nata una lunga serie di racconti che possono essere definiti 'leggendari' solo dall'osservatore estraneo e disattento, poiché in realtà essi sono il tentativo di entrare il più possibile in profondità dentro la vicenda narrata e, a volte, di carpirne gli eventuali segreti dopo avere interrogato il testo in modo attento e raffinato.

La prima figura che ci viene presentata è quella di Sara che la tradizione, unanime, ricorda come donna straordinariamente bella, anche in età molto avanzata. Tale bellezza viene interpretata in chiave metaforica; infatti, così come è certo che lo splendore giovanile di ogni creatura umana è destinato a spegnersi, ad appassire o per lo meno ad attenuarsi notevolmente, la perpetua fioritura di Sara viene letta come una metafora dell'alleanza che lega Dio a Israele: legame che nulla, mai, sarà in grado di infrangere e distruggere. Eppure, questa straordinaria bellezza finisce per essere imbarazzante per Abramo nel momento in cui il patriarca deve emigrare in Egitto per sfuggire alla carestia (Genesi 12, 10-20) .

Si tenga presente il contesto più generale in cui si inserisce il passo da cui la Chalier inizia il proprio ragionamento. Abramo ha da poco abbandonato il suo paese e si è posto in cammino rispondendo al comando di Dio, che gli ha promesso una terra e una discendenza. Eppure, l'impressione è che l'entusiasmo di Abramo si sia affievolito in fretta, una volta scoperto che Canaan è abitata dai cananei e che, oltre tutto, sembra essere una terra di fame e non di abbondanza. Pertanto Abramo, nel momento in cui è costretto a dirigersi verso la fertile valle del Nilo per sopravvivere, pare disposto ad abbandonare al suo destino la donna della promessa, la bellissima Sara, qualora il Faraone la desideri per sé.

Venne una carestia nel paese e Abram scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese. Ma, quando fu sul punto di entrare in Egitto, disse alla moglie Sarai: "Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno, penseranno: Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Dì dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua e io viva per riguardo a te".

La Chalier si mostra profondamente colpita dal comportamento di Sara, che senza dire una parola accetta subito di rispondere all'appello di Abramo. Secondo l'autrice, il gesto di Sara assume un valore etico paradigmatico: in quel modo, infatti, Sara accoglie il grido d'aiuto dell''altro' uomo, si sente responsabile per il destino di colui che l'ha interpellata, si comporta in maniera diametralmente opposta a quella di Caino che, con le parole "Sono forse io il custode di mio fratello?", mette a nudo il meccanismo dell'egoismo umano, di chi è chiuso in se stesso e privo di aperture verso il prossimo.

Sotto un certo profilo, nel momento in cui si prende cura del destino di Abramo, Sara diventa davvero sua 'sorella' : per lo meno, lo è nel senso in cui Caino 'non' è stato fratello di Abele. "Sara, lei, non esita: il racconto biblico la descrive come il primo essere che dà priorità alla vita dell'altro sulla propria, che rifiuta di vivere se l'altro deve morire. [...] Se la relazione tra fratello e sorella serviva da paradigma per pensare l'etica, lo sarà a questo titolo. La vocazione a essere fratello, o sorella, come Sara, implica la stupefacente disponibilità al servizio dell'altro. Fosse anche al prezzo di ciò che costa di più".(pp. 41-42)

Successivamente l'autrice concentra la sua attenzione sul tema della sterilità di Sara, e innanzi tutto ricorda che, nella Bibbia, quella della assenza di figli è una condizione desolata, prossima alla morte. Peggio ancora, la donna sterile può addirittura apparire abbandonata da Dio e rifiutata da Lui. Pertanto, la disperazione spinge Sara a pregare Abramo di unirsi a Hagar, la schiava, da cui poi sarebbe nato Ismaele. Tuttavia, non appena è incinta, Hagar inizia a disprezzare Sara, al punto che essa prende a maltrattarla e la caccia. Siamo di fronte a una semplice lite tra donne, a una crisi di gelosia? Assolutamente no: e del resto, una simile meschina interpretazione mal si concilierebbe con l'alto profilo etico mostrato da Sara in occasione dell'esperienza egiziana.

Il problema si risolve non appena comprendiamo la vera posta in gioco, che in realtà è elevatissima. Infatti, secondo la Chalier, mentre l'orgoglio di Hagar sembra prefigurare l'insensibilità degli amici di Giobbe, Sara osa mettere in discussione il legame tra sofferenza e peccato.

"La collera poco misericordiosa di Sara si identifica col rifiuto di essere giudicata colpevole. Se Dio, incomprensibilmente, ha chiuso il suo utero - "Ecco, il Signore mi ha impedito di avere prole" (Genesi 16, 2) - , ciò non implica che lei sia senza giustizia e senza bontà. Prima di Giobbe, Sara fa comprendere a Hagar l'intollerabilità dell'associazione tra sofferenza e colpa. Cacciare colei che si fa beffe, che la opprime con rimproveri iniqui e vani, rifiutare le sue insinuazioni sui propri peccati è, come per Giobbe, resistere alla tentazione di trovare così facilmente un senso alla sofferenza, conservare, malgrado la durezza di Dio, la speranza di una giustizia".(p.55)

Seguendo questa pista della giustizia umana, che si ribella di fronte all'incomprensibilità dell'agire divino quando esso fa soffrire l'uomo, l'autrice si avvicina anche all'episodio più celebre e sconvolgente di tutta la saga di Abramo: il sacrificio di Isacco (che la tradizione ebraica chiama aqedah , legatura). I saggi della tradizione, infatti, hanno evidenziato che Sara muore subito dopo la vicenda del mancato sacrificio umano. Secondo alcuni maestri, il vero responsabile della morte di Sara è Satana, che dopo avere inutilmente tentato di dissuadere Abramo e Isacco dall'obbedire al Signore, si reca dalla donna e le comunica la falsa notizia della morte del figlio. Eppure, al di là di questo dettaglio, occorre porre l'accento sul significato di una simile morte, che nasce da qualcosa di più complesso e (forse) ancora più nobile del semplice affetto materno.

Il dolore che uccide Sara, in effetti, non è egocentrico o egoistico: piuttosto, esso nasce dalla consapevolezza dell'ingiustizia subita da Isacco, e quindi dal secco rifiuto di scendere a patti con essa. È il dolore di chi non riesce a restare impassibile di fronte alla sofferenza altrui, di chi lo condivide fino in fondo (fino a pregare Dio di sostituirsi a Isacco, dice una tradizione) e infine, da esso, viene consumato a sua volta.

La figura di Rebecca campeggia soprattutto in Genesi 24, uno straordinario racconto il cui autore vuole mettere a fuoco, soprattutto, la invisibile ma reale presenza di Dio nella storia: pur non comparendo mai esplicitamente, è Dio che guida Eliezer, il servo inviato da Abramo nella terra tra i due fiumi per trovare una moglie adatta a Isacco.

Eliezer prega Dio di assisterlo nella sua scelta. Però è lui, il servo umano, a fissare un preciso criterio di scelta: " Ecco, io sto presso la fonte dell'acqua mentre le fanciulle della città escono per attingere acqua. Ebbene, la ragazza alla quale dirò: Abbassa l'anfora e lasciami bere, e che risponderà: Bevi, anche ai tuoi cammelli darò da bere, sia quella che Tu hai destinata al tuo servo Isacco" (Genesi 24, 13). Dunque, secondo Eliezer, è la disponibilità a prendersi cura del prossimo il principale requisito della moglie che egli sta cercando per il figlio del suo padrone. " Rebecca - scrive la Chalier - sarà scelta in virtù della responsabilità verso il primo venuto, verso questo sconosciuto senza potere che la richiederà. La sua elezione non sarà fatta in funzione della sua eventuale devozione - nella sua terra non si praticava forse l'idolatria? -, ma del solo gesto di misericordia. A meno che non si debba vedere, in questo sollievo portato ai bisogni materiali del prossimo, la modalità più alta della devozione".(p.115)

È molto importante sottolineare che quello tra Isacco e Rebecca è un matrimonio combinato. Non siamo di fronte, però, a un semplice omaggio alla tradizione e neppure alla manifestazione di un esplicito e aperto segnale di sfiducia nei confronti dell'amore-passione. La posta in gioco, di nuovo, è molto più alta. Infatti non si deve dimenticare che, secondo la tradizione, la terra che Abramo ha abbandonato era un mondo idolatrico. Dunque, chiunque accetterà di seguire Eliezer non sarà tenuto a concludere un semplice e normale contratto matrimoniale, bensì dovrà ripetere lo stesso gesto di sradicamento totale compiuto da Abramo (e da Sara).

Giunta in Canaan, Rebecca deve affrontare in un primo momento la medesima sofferenza di Sara: solo la preghiera di Isacco, infatti, la libera dalla sterilità. In séguito, quando le nascono due figli, sarà invece tormentata dal fatto che Esaù è malvagio, rude, feroce, e per di più si è unito in matrimonio con donne cananee, pagane. Esaù, per così dire, rappresenta l'antitesi di Rebecca, colei che si è mostrata misericordiosa verso il viandante bisognoso e ha avuto il coraggio di rompere col suo mondo e la sua terra per accogliere la Promessa. È questo, secondo i saggi, il motivo della netta preferenza di Rebecca nei confronti di Giacobbe e del suo decisivo intervento al momento della benedizione di Isacco.

Col suo imbroglio Rebecca impedisce il trionfo di una visione (pericolosa, errata, quanto ricorrente) dell'elezione: quella secondo cui essa va concepita come una specie di privilegio e dipende, come la nobiltà degli antichi aristocratici, solo dai diritti di nascita, e non dal comportamento etico. Col suo gesto, Rebecca anticipa le feroci critiche dei profeti: di Amos (che rimprovera agli israeliti di calpestare la testa dei poveri come la polvere della terra - Amos 2, 7), di Isaia (che annuncia come Dio non sopporti la mescolanza di delitto e solennità - Isaia 1, 13) e di Geremia (che contesta la stolta sicurezza degli abitanti di Gerusalemme: "Voi confidate in parole false e ciò non vi gioverà: rubare, uccidere, commettere adulterio, giurare il falso, bruciare incenso a Baal, seguire altri dèi che non conoscevate. Poi venite e vi presentate alla mia presenza in questo tempio, che prende il nome da me, e dite: Siamo salvi! per poi compiere tutti questi abomini" - Geremia 7, 8-10).

Il coraggioso gesto di Rebecca obbliga Giacobbe a fuggire in Mesopotamia, presso i parenti della madre. Com'era accaduto a Eliezer, anche Giacobbe incontra presso un pozzo la donna incaricata di far procedere la Promessa. Tuttavia, in questo caso, protagonista dell'incontro è il diretto interessato, che resta colpito dalla bellezza e dai modi di Rachele.

Con Giacobbe e Rachele - scrive la Chalier - il testo biblico, malgrado la sua tradizionale diffidenza, onora con incontestabile benevolenza lo slancio d'amore e la sua spontaneità, l'unicità delle sue delizie e della sua esultanza. Come la Sulamita, Rachele ha catturato il cuore di Giacobbe con un solo suo sguardo, ha risvegliato in lui un fervore così violento, così divino (Cantico 8, 6-7) che, per lei, diverrà servo, senza contare né la sua pena né il suo tempo, senza pensare a nient'altro. A nessun'altra. Lavorerà sette anni, ma a lui sembreranno "pochi giorni, tanto l'amava", perché alla fine Labano gliela conceda. (pp.191-192)

Eppure, accecato dal suo amore Giacobbe non si rende conto che il matrimonio con Rachele provocherebbe grave disonore alla sorella maggiore, Lea. Di solito la Bibbia non si cura delle gerarchie che, fissate dalla natura o 'dall'ordine delle cose', sembrerebbero immutabili. Anzi, malgrado i diritti che la natura ha concesso loro, Caino, Ismaele, Esaù sono oggetto di esplicito ripudio, in quanto "l'altezzosità e la sufficienza di quegli esseri certi del loro diritto, delle loro prerogative, assicurati dalla loro posizione sin dalla nascita, senza inquietudine o interrogazione, le restano estranee" .(p.195) Va precisato, però, che l'interpretazione dei saggi offre di Lea un quadro totalmente diverso; di lei non si dice mai che fosse animata dal senso di superiorità o che cercasse di dominare o assicurarsi una posizione a scapito della sorella minore. Pertanto, in questo caso la sorella maggiore appare come una vittima, degna di entrare anch'essa a far parte dell'Alleanza.

Inoltre, quando sarà diventata moglie di Giacobbe e il suo grembo sarà particolarmente fecondo, essa rimarrà sempre trattata da Giacobbe con indifferenza, ostilità e disprezzo. I nomi che ella darà ai suoi figli esprimono esplicitamente il suo desiderio di essere amata: si pensi, per esempio, a Ruben, così chiamato - dice Lea - "perché il Signore ha visto la mia umiliazione, in modo che da adesso il mio sposo mi amerà" (Genesi 29, 32). Ma nulla serve a far cambiare atteggiamento a Giacobbe: anzi, come nota giustamente l'autrice, Lea dà nome ai propri figli nella più assoluta solitudine, attorniata dal più totale disinteresse e dal silenzio di Giacobbe.

Secondo la lettera del testo, è stato il subdolo e avido fratello di Rebecca Labano a ordire il tranello diretto a salvare l'onore della famiglia, sostituendo all'ultimo momento Rachele con Lea. Secondo i saggi, però, Rachele ha collaborato attivamente all'organizzazione dell'imbroglio, svelando a sua sorella tutti i segni di riconoscimento che lei e Giacobbe avevano convenuto. Un simile clamoroso gesto di Rachele si spiega solo con la profonda commozione di fronte alla prospettiva che sua sorella avrebbe subìto (se lei si fosse sposata per prima, sovvertendo l'usanza tradizionale) una gravissima umiliazione pubblica, un disonore vergognoso e mortificante.

"Al di là della singolarità di una congiuntura che rende a Rachele difficile, ovvero impensabile e irrealizzabile, l'idea di una felicità insensibile alla miseria della sorella, la sua abnegazione, meshirut nefesh , rivela l'innata non-indifferenza alla sorte di altri che inquieta, sin dal più lontano, i padri e le madri di Israele. Già Sara e Rebecca hanno dato da pensare sul senso del 'per-altri', prendendo su di loro il pericolo che minacciava Abramo e Isacco, facendosi passare per loro sorelle, rompendo con l'interessamento a essere. Già i patriarchi hanno accordato la priorità alla voce che li comandava all'incommensurabilità di un servizio, rispetto al loro semplice desiderio di vivere e di trascendersi nei loro discendenti. Così, dunque, Rachele, si inserisce in questa grande stirpe in cui si apprende e si insegna il tema di una soggettività eletta per portare la responsabilità di questo mondo, chiamata, in una ispirazione che supera le decisioni e gli impegni volontari, a trovarsi nell'unica e immutabile misura del 'per-altri'".(p.203)

Gli antichi saggi non si stancano di lodare il gesto di Rachele. A loro giudizio, non era certo casuale la menzione di lei in Geremia 31, 14, un oracolo di speranza pronunciato in un tempo in cui le tribù del Nord erano state spazzate via dalla furia degli assiri:

Così dice il Signore:
" Una voce si ode da Rama, *
lamento e pianto amaro:
Rachele piange i suoi figli,
rifiuta d'essere consolata
perché non sono più ".
Dice il Signore:
" Trattieni la voce del pianto,
i tuoi occhi dal versare lacrime,
perché c'è un compenso per le tue pene;
essi torneranno dal paese nemico.
C'è una speranza per la tua discendenza;
i tuoi figli ritorneranno entro i loro confini".

Secondo i saggi, questo testo va interpretato nel senso che, solo grazie alla mediazione di Rachele, Dio perdona Israele quando esso pecca e subisce la giusta punizione. L'inconsolabile madre di Giuseppe, dunque, diviene per Israele una fonte indispensabile di consolazione e, in tal modo, rappresenta una sorta di prefigurazione del Messia, che tra i propri compiti avrà proprio quello di essere 'consolatore' (Menahem) di chi piange e soffre.

Spingendosi ancora più avanti su questa linea, una tradizione paragona Rachele addirittura alla Shekinah. In effetti, in ultima analisi, è proprio la "divina presenza tra il suo popolo, sofferente delle sue sofferenze, vulnerabile con esso, perseguitata e umiliata parecchie volte"(p.270) a provare dolore, come Rachele, per la sorte di Israele e di tutti gli uomini che soffrono. Insieme a Rachele (e alle altre madri di Israele, di ieri e di oggi), anche Dio attende il 'Consolatore' , cioè la redenzione dei tempi messianici.


* Sede della tomba di Rachele [ n.d.r.]

Francesco Maria Feltri, storico; saggista; autore di studi sulla Shoah.