L e  r e c e n s i o n i

"Raffaele Mattioli e il Filosofo Domato" 
di Sandro Gerbi
Einaudi, Torino 2002, pp. 230, € 17
 

Un figlio verso il padre. Un omaggio quasi dovuto, ma un omaggio curioso sotto la forma di una biografia parallela in cui, in fondo, al genitore tocca più la parte del comprimario che quella del coprotagonista. Eppure è questa la prima impressione, la più facile, che si trae dalla lettura del libro che Sandro Gerbi ha dedicato al padre Antonello e a Raffaele Mattioli.

Chi sia Mattioli è noto a molti, assai meno conosciuta è invece la figura di Antonello Gerbi, ovvero il filosofo domato. Giovane studioso di origine ebraica, nato Firenze nel 1904 ma ben presto milanese a tutti gli effetti, imparentato con il leader riformista Claudio Treves. Dopo un non troppo lungo guardarsi attorno (fra tesi di laurea in legge, pubblicata sotto gli auspici di Benedetto Croce, giornalismo e soggiorni all'estero, fra cui l'importante frequentazione berlinese della scuola di Friedrich Meinecke), approda finalmente, a partire dal 1° marzo 1932, alla Comit. Qualifica, capo dell'Ufficio Studi.

Il figlio biografo così spiega la scelta paterna, apparentemente poco ortodossa: "Sarebbe legittimo domandarsi per quali ragioni un giovane così promettente nel campo della storia delle idee finisse per scegliere un'attività prosaica come quella della banca. Le risposte che Gerbi dava al quesito erano diverse: non amava la professione forense; non era portato all'insegnamento (ammesso che i tempi consentissero l'indispensabile libertà di pensiero); era comunque attratto dal comodo tenore di vita che l'impiego alla Comit gli avrebbe garantito; ma comunque senza alcun dubbio subiva soprattutto il fascino della personalità di Mattioli" (pp. 48-49).

Ed ecco una prima risposta ai perché della biografia parallela, anche in senso più obliquo, vista l'inevitabile disparità nella composizione della coppia: Mattioli una sorta di Re Sole, Gerbi molto di più di un semplice satellite. Quasi un semi pianeta. Il ruolo trainante, almeno sul terreno operativo, del banchiere abruzzese è piuttosto netto. Ogni scelta importante di Gerbi è sempre scandita da una precedente decisione del capo. Anche se poi la sua posizione all'interno della Comit non è quella di un semplice collaboratore di fila, magari di primissima fila. Ha infatti, comunque, un tratto particolare, un taglio speciale.
Gerbi junior delinea così la funzione strategica dell'Ufficio Studi: "Non semplice produttore di ricerche specifiche e di rassegne stampa (anche estera) per i funzionari della banca, oltre che di pubblicazioni per la clientela, bensì strumento al diretto servizio degli amministratori delegati, prossimo dunque al cuore pulsante della banca" (p.53). Ovvero, e ancora, nella disponibilità piena del solito Mattioli.

Altro punto interessante, il rapporto con il fascismo. Anche in questo caso la coppia procede (all'incirca) all'unisono. Per quanto di sentimenti antifascisti, Mattioli e Gerbi non lo sono al punto "da partecipare in alcun modo all'opposizione clandestina o da pensare addirittura di espatriare". Entrambi iscritti a un certo momento al Partito nazionale fascista, ed entrambi disponibili a "collaborare professionalmente con vari politici di regime" (p.58). Più riparati i contatti con i vertici in camicia nera del responsabile dell'Ufficio Studi, più scoperti quelli del banchiere.

L'opinione del libro è che Mattioli si salvò grazie soprattutto alla sua indiscussa perizia professionale, ma non senza dover pagare la sua fronda con qualche 'fastidioso pedaggio': "Si allude, ad esempio, alla ricordata iscrizione obbligatoria al Pnf, all'orbace indossato peraltro in rarissime occasioni, alle pagine introduttive delle relazioni di bilancio di quegli anni" (p.67). Altro caso di cedimento (forse inevitabile), gli avvisi pubblicitari della Comit sul quindicinale La difesa della razza dopo il 1940.

All'unisono i due lo sono anche (sebbene da posizioni e interessi differenti), davanti alla promulgazione delle leggi antiebraiche. Gerbi non percepisce, sino a un attimo prima della promulgazione delle disposizioni, la gravità del momento. Così può capitare che persino dopo il 'Manifesto della razza', tenti almeno per un po' la strada della scappatoia. Nel minimizzare, Gerbi "era in buona compagnia. Egli apparteneva a quella numerosa schiera di ebrei italiani, colti e laici, che dopo l'emancipazione avevano mantenuto legami assai blandi con la religione ancestrale, integrandosi perfettamente nel paese. In loro, non osservanti, non sionisti, liberi pensatori o agnostici, potenziali candidati all'assimilazione totale, l'ebraismo sopravviveva come tensione etica, propensione al dubbio sistematico, gusto per lo studio, forte apprezzamento dei vincoli familiari. Oltre che naturalmente come interesse per il comune passato... Il tutto vissuto però in assoluta libertà, quasi da 'ebrei non ebrei'" (p.73). Ma l'escamotage (tipo: dimostrarsi non ebreo) non funziona. E così il 19 ottobre 1938 Gerbi s'imbarca alla volta del Nuovo mondo.

L'America, sino al 1938 piuttosto estranea ai suoi orizzonti culturali, diventa con l'esilio il suo campo principale d'azione intellettuale. Anzi di più. Il Perù, dove risiederà a lungo, sarà la vera scoperta del resto della sua attività di studioso. Oggetto da approfondire, "la storia dell'accesa polemica sulla presunta inferiorità fisica delle Americhe, polemica che aveva solcato buona parte della cultura europea dalla metà del Settecento in avanti" (p.97).

Emanuele Ronchetti, autore di una rapida e bella Introduzione alla storia delle idee (Edizioni Unicopli, Milano 2002, pp.125, euro 10), dedica una particolare attenzione al Gerbi americanista, sottolineando come l'incontro-scontro fra due culture e mondi estranei, il Vecchio mondo e quello Nuovo, costringa un po' tutti "a rivedere anche le certezze acquisite circa la propria identità e, perché no?, la propria inimitabile unicità. Questa idea si è manifestata all'inizio, in occasione della scoperta e della conquista, dal fatidico 12 ottobre 1492 sino agli anni Cinquanta del Cinquecento. Si è poi riproposta sotto forma di disputa a partire dalla metà del Settecento... Alla rappresentazione di questa idea, nelle sue infinite articolazioni, Antonello Gerbi, ha dedicato due grossi volumi: La disputa del Nuovo Mondo, del 1955, e La natura delle Indie Nove, del 1975. Nonostante i venti anni che separano la loro pubblicazione, sono libri cresciuti insieme..." (Emanuele Ronchetti, op.cit., pp.86-87).

La storia delle reazioni europee alla scoperta delle Americhe, le oscillazioni fra assimilazioni, ammirazioni e ripugnanza, il definitivo approdo alla tesi (promossa dal naturalista Buffon) sull'inferiorità fisica del Nuovo mondo sono raccontate negli scritti di Gerbi con amplissima dovizia di esempi e di variazioni sul tema. Per Ronchetti, lo studioso quasi delinea "in compedio una fenomenologia dell'approccio al diverso" (op. cit., p.93). Mescola e combina punti di vista, varia e svaria. La storia, le sue rughe, le sue ambivalenze e soprattutto l'errore di fondo che è all'origine della disputa: un errore basato appunto sul pregiudizio (Buffon docet) dell'inferiorità, diremmo strutturale, del continente americano. Arriva l'Ottocento, la polemica si biforca: da un lato, super denigratore, Hegel; all'opposto, Alexander von Humboldt. Eppoi la disputa volge al declino. Insomma si esaurisce. Ma non completamente. In altri termini, resta "tuttora viva e stimolante". La sua attualità consiste non solo nel fatto che il confronto con il Nuovo mondo ci costringe a "vedere meglio in noi stessi", ma soprattutto dall'osservare che la vitalità di "questa idea - l'inferiorità-alterità del Nuovo Mondo - dipende dalle sue capacità metaforiche, dalle trasformazioni a cui il mutare delle situazioni e dei contesti la obbliga. Ed è una vitalità che... perdura anche quando l'iniziale tematica... viene a cadere" (op. cit., pp. 108-109). Una stagione, insomma, operosissima: "L'elenco dei lavori pubblicati o iniziati durante il soggiorno peruviano è davvero cospicuo" (Sandro Gerbi, cit., p.96).

Gerbi junior descrive le fatiche postbelliche del padre per rientrare a Milano. I silenzi protratti, enigmatici e un po' misteriosi di Mattioli. I pressing ripetuti di Antonello. E finalmente, ma solo nel 1948, il ritorno alla Comit. Una volta in piazza Scala, l'attività si apre a una nuova avventura collegata al rilancio, voluto da Mattioli, della casa editrice Ricciardi, "e in particolare alla sua idea di pubblicare come primo volume della progettata collana di classici italiani una silloge di scritti di Benedetto Croce" (Sandro Gerbi, cit., p.121). L'opera, il cui montaggio si rivelerà piuttosto complesso, uscirà solo nel 1951 a cura del medesimo filosofo napoletano che, per l'occasione, rivolgerà un esplicito ringraziamento a Gerbi per il buon lavoro di supporto svolto.

Nei restanti vent'anni, a Gerbi sarà appaltata anche un'attività assai delicata ed 'extra routine', quella di ghost writer di Mattioli. Una specie, dice bene il figlio biografo, di violino di spalla. Gerbi aveva una battuta prediletta, cui ricorreva non di rado alla fine degli anni Sessanta per autobiografarsi: "Io sono la persona che nella storia della Comit ha fatto in assoluto la minor carriera. Sono entrato come capo dell'Ufficio Studi e ne sto per uscire con la medesima qualifica" (Sandro Gerbi, op.cit., p.158). Una battuta, appunto.

Mattioli sarà estromesso dai vertici bancari nel 1972, e l'anno successivo si spegnerà. Gerbi, a sua volta fuori dalla Comit, morirà non molto dopo, il 26 luglio del 1976.
 

Beppe Benvenuto, responsabile cultura de "Il foglio", professore universitario, insegna allo lulm e all'Università degli studi di Palermo.