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"Il diritto al ritorno" di Giuseppe
Franchetti
Più ancora dello status di Gerusalemme, è stato il 'diritto al ritorno'
il principale ostacolo sul quale sono naufragate nell'estate 2000 le
trattative di pace tra Israele e Palestina, prima a Camp David e poi a Taba.
Con l'espressione 'diritto al ritorno' intendo indicare il diritto dei
palestinesi al ritorno nelle località che abbandonarono durante la guerra
del 1948-49. Quando le Nazioni Unite votarono a favore della spartizione
del territorio palestinese sotto mandato britannico tra uno Stato per gli
ebrei e uno per gli arabi, i palestinesi e il mondo arabo opposero un
rifiuto e il 15 maggio 1948, quando le truppe britanniche lasciarono il
Paese, gli eserciti arabi dei Paesi circostanti lo invasero. Ne seguì una
guerra che produsse l'esodo dai territori controllati da Israele della
maggior parte della popolazione araba. Il numero complessivo dei profughi
venne allora valutato attorno alle 650 mila persone. Sulle ragioni
dell'abbandono si è discusso a non finire. Secondo Israele, gli arabi furono
spinti alla fuga dai loro stessi leader, che preferivano avere campo libero
per meglio condurre le operazioni belliche. Secondo i palestinesi, gli
israeliani costrinsero la popolazione civile a fuggire sotto la minaccia
delle armi. A sostegno di queste contrapposte versioni, entrambe le parti
possono addurre prove valide facendo leva su singoli casi, ma le ricerche
storiche hanno dimostrato che, in generale, l'abbandono fu causato dal puro
e semplice timore della guerra, cioè dal desiderio di non trovarsi nel mezzo
di un campo di battaglia, presi tra due fuochi senza possibilità di scampo,
così come abbiamo recentemente visto nei Balcani e in tutti i luoghi dove si
combatte e dove l'avanzata delle truppe è preceduta da ondate di profughi.
Vi fu qualche caso - ma soltanto in alcune località strategiche - in cui
l'autorità militare israeliana impartì disposizioni per l'espulsione di
residenti arabi. Generalmente l'ordine era di "non ostacolare il deflusso
della popolazione araba". Profughi ebrei da Israele non ve ne furono,
anche perché gli ebrei non avevano alcun luogo diverso in cui rifugiarsi.
Numerosi, invece, furono gli ebrei costretti a fuggire dai Paesi del mondo
arabo, dove l'esistenza era
diventata per loro impossibile. Da tali Paesi giunse in Israele un numero di
persone più o meno pari a quello di coloro che se ne allontanarono. Così, vi
fu un vero e proprio scambio di popolazioni tra Israele e mondo arabo.
Questo duplice trasferimento si inquadra nei grandi flussi di popolazione
che si registrarono al termine della seconda guerra mondiale e con l'inizio
della decolonizzazione. Fra i più notevoli, ricordiamo il trasferimento di
milioni di tedeschi sospinti verso ovest dalla Prussia, dalla Slesia, dai
Sudeti, e le decine di milioni di persone che si mossero nel subcontinente
indiano, dove i musulmani andavano raggruppandosi nel Pakistan e gli indù in
India. Anche circa 300 mila italiani dovettero lasciare la Dalmazia e parti
della Venezia Giulia. La differenza tra questi trasferimenti e quello
palestinese è data dall'accoglienza riservata ai fuggiaschi. Normalmente,
all'arrivo dei profughi faceva seguito l'assorbimento nel Paese ospitante,
con il quale le popolazioni in arrivo avevano in comune lingua e costumi.
Invece, nel caso dei palestinesi i profughi furono votati all'emarginazione
e alla precarietà, indotti a stazionare sine die in campi provvisori,
in attesa del ritorno alle loro case giacché lo Stato d'Israele non era
riconosciuto, non era nemmeno nominato né nominabile, era chiamato 'l'entità
sionista'. Alle organizzazioni umanitarie, comprese quelle delle Nazioni
Unite, era vietata ogni iniziativa che potesse rendere i campi più decenti e
più umani, e farne un luogo di residenza stabile e normale, che potesse in
qualche modo far diminuire il rimpianto per il luogo d'origine. I
palestinesi dovevano rimanere in miseria e in emergenza, per ricordarsi e
ricordare al mondo che la loro condizione era solo temporanea e che erano in
attesa di tornare alle loro residenze, non appena l'entità sionista fosse
stata annientata. La base legale di questo atteggiamento viene fatta
risalire alla risoluzione 194 dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite,
che stabilisce come "ai profughi che desiderano ritornare alle loro case e
vivere in pace con i loro vicini debba essere permesso di farlo quanto prima
possibile, mentre un compenso deve essere pagato a coloro che decidono di
non ritornare". Era facile per Israele obiettare che i profughi non avevano
nessuna intenzione di vivere in pace con i loro vicini e aggiungere che,
avendo accettato la decisione della spartizione, Israele non doveva essere
penalizzato per i risultati dell'aggressione araba. In ogni caso nel 1949,
alla fine della guerra, il governo di Israele si dichiarò pronto ad
ammettere 100 mila profughi, cioè il 15% del totale di allora. Nel quadro
della riunificazione delle famiglie, ne rientrarono circa 30 mila. In
alternativa, Israele proponeva di incorporare la striscia di Gaza e farsi
carico dei suoi 60 mila abitanti e 200 mila profughi. La proposta non fu
accettata dall'Egitto, che preferì tenersi il territorio conquistato.
L'esodo palestinese era cominciato nell'inverno 1947, all'indomani del voto
ONU sulla spartizione. L'alta e media borghesia, dalle 50 alle 100 mila
persone, si trasferì dalle zone che potevano diventare pericolose ai Paesi
confinanti o alle zone palestinesi più sicure, dove non vi era presenza
ebraica. Era gente che disponeva dei mezzi per permettersi un esilio
confortevole e presumibilmente di breve durata, al riparo non solo dalle
prepotenze ebraiche ma anche da quelle arabe, sia da parte del clan
dominante degli Husseini - quello di Haji Amin el Hussein, il famoso Muftì
di Gerusalemme - sia delle bande dei guerriglieri che ricorrevano a
estorsioni e taglieggiamenti e, occasionalmente, a violenze personali. La
fuga della borghesia portò all'aggravamento della situazione generale, già
minata dal graduale ritiro delle autorità inglesi che si apprestavano a
lasciare il Paese. Le attività economiche languivano, scuole e ospedali
cessavano di operare, le comunicazioni diventavano difficili, disoccupazione
e impoverimento generali minavano il morale delle popolazioni urbane e
contadine. L'eccidio di Dir Yassin veniva amplificato dalla propaganda araba
che, con l'enfatizzare la malvagità degli ebrei, in realtà seminava il
terrore fra la gente. L'intervento degli eserciti arabi e lo scoppio della
guerra aperta fecero precipitare la situazione e incentivarono l'esodo di
massa, che però ebbe termine già alla fine del 1948, visto che gli eserciti
arabi non arrivavano, che gli ebrei si comportavano in maniera accettabile e
che le condizioni dei campi di raccolta erano pessime. A distanza di oltre
mezzo secolo, il mondo dei profughi non costituisce un insieme omogeneo,
trattandosi di molteplici collettività con caratteristiche economiche,
sociali e politiche quanto mai diverse. Secondo l'UNRWA (United Nations
Relief and Works Agency), il loro numero ascende ora a 3,7 milioni di
unità. L'UNRWA definisce 'profugo palestinese' chiunque sia vissuto nel
territorio che è diventato lo Stato d'Israele per almeno due anni prima del
maggio 1948 e abbia perso la casa e i mezzi di sostentamento in seguito alla
guerra che è seguita. La definizione viene usata estensivamente e tiene
conto, per ciascun profugo, dell'intera famiglia e di tutti i discendenti.
Il numero più alto (1,7 milioni) si trova in Giordania, ma solo 280 mila
sono concentrati in tredici campi. La grande maggioranza ha acquisito la
cittadinanza giordana e si è completamente integrata nella vita del Paese
ospitante. Questi profughi non trovano qui alcun ostacolo sociale o
politico, e il loro tenore di vita è di pari livello rispetto a quello
dell'originaria popolazione beduina. Nella striscia di Gaza ve ne sono
circa 800 mila su una popolazione totale che si aggira sugli 1,1 milioni di
abitanti. Metà dei profughi vive in otto campi sovrapopolati. Il grande
problema qui è l'esplosione demografica: il tasso di natalità è dei 5% e
metà della popolazione ha meno di 15 anni. Nel 2020 la popolazione sarà di
due milioni e mezzo, con una densità di 7 mila persone per chilometro
quadrato, la più alta dei mondo. Anche senza tenere conto dell'attuale
disastrosa situazione, nemmeno una massiccia politica di investimenti potrà
incidere su di essa in maniera rilevante. I tentativi dell'Autorità
Palestinese di migliorare le condizioni di vita e di creare una situazione
permanente si scontrano con la resistenza di gruppi di attivisti. In
Cisgiordania i profughi sono quasi 600 mila su una popolazione di 1, 8
milioni di abitanti, e poco più di 100 mila vivono ancora nei campi, dove
mantengono una tradizione di ricordo dei loro villaggi di origine. Non vi è
però nessun ostacolo alla loro integrazione nella popolazione autoctona.
Un grosso problema si registra invece nel Libano, dove vi sono fra i 250 e 1
300 mila profughi. A motivo del sistema libanese di equilibrio fra le
diverse etnie e religioni, solo un quarto di questi profughi ha ricevuto la
cittadinanza libanese. Gli altri non hanno diritto all'educazione statale,
né all'assistenza medica, né sono accettati negli impieghi statali e neppure
possono accedere a un certo numero di professioni liberali, quand'anche
dispongano delle qualifiche accademiche richieste. In Siria ve ne sono
circa 300 mila. Hanno diritto all'educazione e al lavoro, anche se con
limitazioni per gli impieghi governativi, che in Siria sono prevalenti. Non
hanno diritto alla cittadinanza. Ve ne sono circa 300 mila in Arabia
Saudita e negli altri stati del Golfo (molti sono stati espulsi dal Kuwait,
dove avevano appoggiato Saddam Hussein). In questi Paesi stanno bene
economicamente ma non godono dei diritti civili. Circa 250 mila vivono
negli Stati Uniti, dove hanno in larga misura potuto accedere alla
cittadinanza e dove non hanno problemi di integrazione economica e sociale.
La comunità internazionale, che pure non è mai stata molto tenera verso
Israele, non ha mai ritenuto di dover esercitare pressioni per il diritto al
ritorno, anche se fino alla guerra del 1967 il problema dei profughi era
prioritario per i palestinesi e per gli Stati arabi. Dopo la guerra, con
l'affermarsi dell'Olp quale rappresentante di tutte le organizzazioni
palestinesi, divenne prioritaria la richiesta del diritto
all'autodeterminazione nazionale, anche se il problema dei profughi rimaneva
la maggior arma di pressione sull'opinione pubblica mondiale.
Nell'incontro fra Clinton, Barak e Arafat a Camp David (agosto 2000),
Israele presentò la sua proposta. Per sistemare il contenzioso, la comunità
internazionale avrebbe messo a disposizione 20 miliardi di dollari su un
periodo di 20 anni. I fondi dovevano servire sia come riparazioni alle
famiglie palestinesi sia come contributo ai Paesi che avessero integrato i
profughi. Costoro avrebbero avuto tre opzioni: rimanere dove si trovavano,
stabilirsi nello Stato palestinese, emigrare nei Paesi sviluppati che
avessero consentito ad accoglierne un certo numero, come il Canada,
l'Australia e la Norvegia. Israele avrebbe accolto, a sua discrezione,
solamente qualche migliaio di persone, in base a principi umanitari. La
proposta era stata elaborata in colloqui tenutisi in precedenza a Stoccolma
tra una delegazione israeliana guidata da Shlomo Ben-Ami, ministro degli
Interni, e una delegazione palestinese guidata da Ahmad Hurei, più
conosciuto come Abu Ala, uno dei massimi esponenti dell'Autorità
Palestinese. A detta degli israeliani, i palestinesi avevano accolto la
proposta dopo averla discussa informalmente in seno alla loro dirigenza, ma
all'ultimo momento Arafat aveva cambiato idea. Secondo i palestinesi, per
contro, la proposta stessa costituiva solianto una base di discussione,
partendo dalla quale si sarebbe dovuto sviluppare un iter da concludersi con
una dichiarazione tale da garantire comunque a tutti i palestinesi il
diritto al ritorno. Secondo loro, inoltre, Israele, che era stato la causa
della situazione, doveva assumersene la responsabilità e porgere le sue
scuse a tutto il popolo palestinese. Ma in questo modo, a parere degli
israeliani, i palestinesi perdevano la storica occasione di raggiungere
l'indipendenza politica dopo oltre cinquanta anni di lotte e di risolvere il
problema dei profughi con l'aiuto della comunità internazionale. Secondo i
palestinesi, la proposta di rinunciare al diritto al ritorno, su cui da
cinquant'anni era basato il loro ethos, si sarebbe scontrata con una
fiera opposizione fra i profughi e in vasti strati della loro opinione
pubblica, fino a far temere la formazione di una nuova organizzazione
politica che persuadesse i profughi a non accettare le riparazioni. Ma
quanti di questi profughi vorrebbero veramente esercitare il diritto al
ritorno? La maggior parte delle case che hanno abbandonato non esistono più,
al loro posto vi è un condominio, o un giardino pubblico, e l'ambiente e la
cultura circostanti sono ben diversi da quanto i vecchi ricordano, e ben
poco hanno in comune con l'ambiente e la cultura cui vecchi e giovani sono
oggi abituati. Israele sarebbe per loro un Paese ben più straniero e ben più
difficile di quello in cui vivono. Eppure persino in Giordania la loro
esistenza è permeata da questo desiderio dei ritorno. Gli anziani ne parlano
con i figli e il passato, glorificato e mitizzato, costituisce un filo rosso
che percorre i loro discorsi e la loro letteratura, esprimendo una
frustrazione esistenziale che anima anche le generazioni più giovani.
Secondo il direttore dell'UNRWA Peter Hansen, citato dal giornale israeliano
HaAretz, è impossibile stimare in modo valido il numero di quanti
profughi ritornerebbero realmente. 'La mia sensazione è che la maggioranza
preferirebbe rimanere nel luogo dove ora risiede". Secondo Hansen, tutti
sarebbero lieti di visitare Israele, ma non necessariamente di risiedervi.
In quanto al concetto secondo cui i profughi nel Libano, dove sono
emarginati, dovrebbero avere la preferenza su quelli in Giordania, dove sono
integrati, Hansen ritiene che non sia corretto operare distinzioni fra i
profughi sulla base delle loro condizioni economiche e sociali. E sostiene,
infine, che non bisogna farsi illusioni sulla disponibilità centributiva
delle Nazioni Unite e della comunità internazionale.
Un aspetto poco noto della questione è dato dai profughi che risiedono in
Israele. Durante la guerra del 1948-49, per ragioni di sicurezza e militari
gli abitanti di alcuni villaggi erano stati trasferiti in altri villaggi
vicini. Oggi queste persone e i loro discendenti si sono organizzati, dicono
di rappresentare 250 mila anime, chiedono di ritornare nei luoghi d'origine
e lamentano che né Israele né l'Autorità Palestinese si facciano carico
delle loro richieste. Nel corso di una conferenza tenuta nel marzo 2000 a
Nazareth, alla quale erano presenti 280 delegati, questi hanno dichiarato di
non accettare alcun accordo tra Israele e Palestina che non tenga conto
delle loro rivendicazioni. Il segretario della loro maggiore
organizzazione ha assicurato a HaAretz che essi non intendono che gli
ebrei sloggino dalle case da loro costruite nel territorio interno alla
Linea Verde (quella antecedente la guerra del 1967), ma che intendono far
valere i propri diritti sulle loro terre dove non sono state costruite
abitazioni. "Se gli israeliani non si rendono conto che la radice del
problema sta nel fatto che il 72% dei palestinesi è costituito, in un modo o
nell'altro, di profughi, nessun accordo di pace potrà mai esservi. Dal
nostro punto di vista, ciò è evidente, si tratta di una certezza che passa
da una generazione all'altra". Dato per scontato il vigoroso investimento
emotivo implicito in queste prese di posizione, ritengo che in nessun'altra
parte del mondo si riscontri un tale impatto politico prodotto da un
trasferimento di popolazione, talvolta di poche decine di chilometri o
addirittura di pochi chilometri, come nel caso dei profughi interni a
Israele. Oltre ai grandi trasferimenti di popolazione avvenuti alla fine
della seconda guerra mondiale, cui si accennava all'inizio e nei quali
occorre comprendere lo scambio di popolazione fra ebrei e arabi (ebrei dai
Paesi arabi verso Israele e arabi da Israele verso i Paesi arabi), flussi
significativi di popolazioni si registrano di continuo anche al giorno
d'oggi. Dall'ex Jugoslavia, dall'ex Unione Sovietica, dall'Indonesia, dalla
Cina, per ragioni etniche o militari o economiche, centinaia di migliaia di
persone si spostano loro malgrado, conservando nel cuore il ricordo e il
rimpianto delle case perdute, ma adattandosi alle nuove condizioni. Nel
caso del Vicino Oriente, si tratta di un conflitto etnico nel quale ciascuna
delle parti in causa ha le sue ragioni, un conflitto vissuto da entrambi i
contendenti come determinante per la propria esistenza. Secondo Israele,
proprio perché il conflitto etnico è così acuto, aderire alle richieste dei
palestinesi equivarrebbe a un suicidio, alla rinuncia a uno Stato
indipendente in cui esprimere la propria identità nazionale, mentre i
palestinesi possono comunque sviluppare la loro identità nazionale nel loro
Stato, che sarebbe probabilmente privo di una minoranza ebraica. In campo
internazionale, si aprirebbero le porte alle richieste di ritorno degli
italiani in Dalmazia, dei tedeschi nei Sudeti, in Slesia e in Prussia, dei
serbi nella Krajina e via discorrendo. Alla fine, la soluzione non potrà
essere, nelle grandi linee, se non quella prospettata da Israele a Stoccolma
e a Camp David nel 2000. Ma per arrivarci occorreranno, purtroppo, chissà
quanto tempo e chissà quanti morti. Giuseppe Franchetti,
Presidente di Keshet; Presidente della Federazione Sionistica Italiana. |
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