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"Keshet: perché, per chi" di Bruno
Segre
Non si tratta di conservare il passato,
ma di realizzare le sue speranze.
Max Horkheimer - Theodor W. Adorno
Keshet come 'arco', anzi, come 'arcobaleno'. Siamo un
gruppo di ebrei che intendono cimentarsi con alcuni dei grandi temi che
concernono l'Italia, Israele e in generale la vita degli uomini d'oggi. Non
ci proponiamo come una nuova sinagoga. L'impegno prioritario, per noi, è
quello di fare salva e valorizzare la nostra tradizione culturale
recuperandone, diffondendone e sviluppandone letture (possibilmente molte e
varie) in chiave moderna. Non è affatto semplice per il nostro gruppo dare
vita a questo periodico sùbito dopo la svolta che gli avvenimenti degli
ultimi mesi - carichi di tragedia e di incertezze - hanno impresso alla
storia del mondo. La distruzione delle Twin Towers di New York e l'attacco
al Pentagono segnano la fine del 'dopo-guerra- fredda' e l'inizio di una
fase dei tutto nuova nei rapporti internazionali. Sulla scena si affaccia un
terrorismo globale, capace di devastazioni in una misura finora mai vista.
Basta pensare all'eventualità - non troppo fantasiosa - di un aereo pilotato
su una centrale atomica per far capire che in futuro la scala della
distruzione potrebbe assumere dimensioni inimmaginabili. Sono ipotizzabili
anche devastazioni di natura 'immateriale': fino a qual punto - ci
domandiamo per esempio - gli assetti istituzionali delle società aperte,
democratiche, saranno capaci di reggere l'attacco di un nemico che prepara
insidie letali agendo nell'ombra? Fra noi di Keshet vi sono uomini
e donne abbastanza avanti negli anni per avere memoria del mortifero clima
politicoculturale dei tardi anni Trenta. Poiché sappiamo che la storia non
si ripete mai tale e quale, non ci proponiamo in alcun modo di offrire ai
nostri lettori un consolatorio vademecum che li illuda di affrontare
con maggiore serenità il futuro tempestoso che sta davanti a noi tutti. Caso
mai, vorremmo evitare che la densa coltre di fumo e polvere che avvolse
Manhattan dopo la distruzione del World Trade Center si trasformasse nella
tragica metafora di una condizione generalizzata di miopia o di cecità. Ci
sentiremmo infatti molto impoveriti se, sotto la spinta della battaglia
contro i terroristi, fossimo costretti a sacrificare valori inestimabili
quali la tolleranza, il pluralismo culturale e la capacità di esercitare
l'autocritica. Piangiamo le vittime innocenti di New York e Washington. Ma
poiché i terroristi vogliono la paura e la violenza, il nostro impegno sarà
quello di lasciarci guidare, con spirito laico, da un senso d'umanità e
dall'intelligenza. Nelle pagine di Keshet, continueremo a porci una
serie di domande di fondo alle quali ci accadrà di rispondere molto spesso
(e molto ebraicamente) con altre domande. Soprattutto, ci sforzeremo di
individuare con ogni possibile chiarezza i corni dei molti dilemmi con i
quali l'umanità d'oggi è chiamata a confrontarsi. Ripugna al nostro
approccio l'ammettere l'esistenza di conflitti 'muro contro muro' tra le
civiltà, quasi che esistano civiltà 'superiori' in grado di trasferire i
propri valori urbi et orbi, e che si sentano perciò autorizzate a
impartire lezioni di vita a tutti coloro che si riconoscono in retaggi
culturali diversi. Allorché la dissoluzione dell'Urss pose termine a
decenni di guerra fredda, vi fu chi fantasticò sulla 'fine della storia' e
sulla nascita di un nuovo ordine mondiale. In realtà, ci stiamo ora rendendo
conto che il pianeta Terra - un pianeta molto densamente popolato e sempre
più piccolo - è dominato da un disordine globale rischiosissimo, nelle cui
pieghe si celano e si scaricano tensioni economiche, politiche e
socio-culturali d'ogni natura, che nessuno sembra in grado di governare o
anche soltanto di censire. Il grosso degli ebrei d'oggi, in Israele e
nella diaspora, si trova a vivere per sua fortuna nel Nord opulento e
tecnologico dei mondo. Ma constatiamo che anche nel cuore della società più
ricca la vita umana rimane fragile e può essere spazzata via da una violenza
sconsiderata. E nello stesso tempo siamo consapevoli che noi del Nord, poco
più di un decimo dell'umanità, consumiamo più dell'80 per cento delle
risorse del pianeta, mentre alle moltitudini del Sud rimangono le briciole,
la disperazione e la rabbia. Proprio su questa disperazione e su questa
rabbia fanno leva coloro che negli ultimi mesi vanno realizzando una sorta
di globalizzazione del terrorismo. Un'operazione che essi stanno compiendo
adotta gli strumenti perversi del fanatismo religioso - la Jihad "contro gli
ebrei e i crociati" - in funzione di una finalità che è invece assolutamente
razionale e pragmatica: il controllo delle risorse petrolifere dei "Paese
islamico che deve sorgere", cioè del forziere più ricco del pianeta. Sullo
sfondo di una tale situazione, giudichiamo pretestuosa la tesi di coloro che
affermano la 'centralità' del conflitto arabo-israeliano rispetto alla crisi
generale dei rapporti internazionali. È chiaro che, all'interno di un mondo
globalizzato, tutti i conflitti sono contemporaneamente 'centrali' e
'periferici', poiché ogni punto attivo di frizione o di crisi è in grado,
con effetto 'domino', di suscitare riflessi e reazioni presso altri punti di
crisi situati in regioni del mondo anche remote. Ciò detto, la guerra tra
Israele e i palestinesi presenta i caratteri inequivocabili di un conflitto
etnico, che due popoli in contesa per lo stesso lembo di territorio
combattono da decenni molto aspramente. Convinti che tale conflitto non
abbia una faccia unica ma responsabilità multiple, alcune delle quali
bilaterali, riteniamo che esso non sia risolvibile da nessuno dei
contendenti con la forza delle armi e che perciò vada chiuso comunque e
presto, per il bene di Israele, del Vicino Oriente e del mondo intero. La
soluzione andrà cercata, a nostro avviso, per via politica, con concessioni
reciproche e mediante un compromesso territoriale. Chiunque attribuisca al
conflitto israelo-palestinese i caratteri della 'centralità' e i connotati
di una guerra di religione mira chiaramente alla sua globalizzazione. La
globalizzazione del conflitto si chiama 'crociata', anche quando non sia
opera dei cristiani. E le crociate vanno fermate prima che si scatenino.
* * * Nel dare vita a questo nuovo periodico, facciamo
riferimento alla cultura che trae origine dall'illuminismo ebraico del 18' e
19' secolo, cioè dalla haskalah (termine la cui radice è la stessa di
sekel, in ebraico 'mente', 'intelletto', 'cervello'): una cultura che
trovò la misura della sua forza nel fatto d'essere aperta a feconde
contaminazioni e di conservare, nel contempo, una chiara percezione della
propria identità. A partire dalla seconda metà del Settecento, ben prima
cioè che gli editti di emancipazione riconoscessero agli ebrei il diritto
all'eguaglianza, le comunità ebraiche dell'Europa occidentale, e in
particolare quelle stanziate nel mondo di lingua tedesca, furono percorse da
una ventata di feconda irrequietudine, da una sorta di febbrile creatività
che le indusse a coltivare con interesse crescente il sapere e le
espressioni intellettuali dei gentili, onde realizzare in forme opportune un
incontro tra ebraismo e modernità. Il movimento sotto la cui spinta tale
incontro ebbe luogo fu appunto la haskalah, che con lieve ritardo
rispetto ai 'Lumi degli altri' sorse in Germania per poi diffondersi in gran
parte dell'Europa e oltre Atlantico. Padre e iniziatore del movimento fu
Moses Mendelssohn (1729-1786), grande amico e ammiratore di Gotthold Ephraim
Lessing (1729-1781), un libero pensatore di estrazione protestante la cui
voce fu la prima in Germania a levarsi vigorosamente in difesa degli ebrei.
Grazie all'incoraggiamento di costui Mendelssohn, nato da una povera
famiglia nel ghetto di Dessau, poté introdursi nel mondo intellettuale di
Berlino dove si diede a comporre saggi e dissertazioni di argomento
filosofico, avviando nel contempo uno studio sistematico della lingua
tedesca, inusuale negli ambienti ebraici tradizionali, avvezzi a esprimersi
da secoli in yiddish, il vernacolo giudeo-tedesco. Ancor più che
per i lavori in campo filosofico, la celebrità di Mendelssolm è legata alla
sua traduzione del Pentateuco in un eccellente tedesco, che egli stesso
definì "il primo passo verso la civiltà, da cui il mio popolo si è tenuto
per tanto tempo lontano..." Alla traduzione si accompagnava un commento
moderno (Biur) in purissima lingua ebraica che, superando audacemente
gli orizzonti talmudici, presentava il duplice pregio di stimolare negli
ebrei contemporanei l'interesse per la cultura generale del mondo esterno e
imprimere un vigoroso impulso alla moderna letteratura in ebraico. I
discepoli di Mendelssohn, che collaborarono con lui nel pubblicare un
periodico letterario d'avanguardia intitolato haMeasef ('Il
mietitore') e che perciò furono chiamati measefím, continuarono a
perfezionare la lingua dei padri in quanto mezzo d'espressione letteraria
creando così, per i Paesi dell'Europa settentrionale, la prosa, la poesia,
il saggio e il teatro moderno in ebraico. L'influenza di Mendelssohn fu
decisiva in Germania e nei Paesi vicini, fatta eccezione per l'Italia dove,
grazie agli intensi rapporti correnti sin dal 15' secolo tra intellettuali
ebrei e intellettuali gentili, non venne mai rilevata l'esigenza di
risuscitare le lettere ebraiche né quella di ristabilire fra gli ebrei l'uso
della lingua volgare. Nel 19' secolo la haskalah fece progressi di
rilievo soprattutto nell'Europa orientale. Gli studiosi ebrei di quelle
regioni incominciarono a recarsi all'estero in cerca di hokhmah,
ossìa di quella cultura secolare fatta di conoscenze scientifiche, storiche,
linguistiche e letterarie che i maskilìm (i propugnatori della
haskalah) consideravano indispensabili per chiunque intendesse occupare
un posto congruo nella più grande società. Berlino, la città di Mendelssohn,
diventò la 'Gerusalemme dell'illuminismo'; la Galizia, una zona dall'intensa
attività commerciale situata tra la Prussia e la Russia, ricevette la
haskalah dalla Prussia e a sua volta la trasmise alle arretrate masse
ebraiche della Russia. Dalla haskalah deriva e trae alimento gran
parte del variegato e plurale panorama che attualmente contraddistingue le
espressioni di cultura degli ebrei nel mondo. Anche il sionismo, movimento
di risorgimento nazionale d'impronta romantica, nasce come figlio legittimo
della haskalah. I sionisti delle generazioni dei pionieri - che
erano in aperta controtendenza rispetto alla comune percezione dell'identità
e del destino degli ebrei europei di fine Ottocento, ma risultarono poi
vincenti sul terreno della Realpolitik nel corso tragico della prima
metà del Novecento - sognavano una vita diversa in Eretz Israel: una
vita a contatto con la terra (come proponeva Aharon D. Gordon) attraverso il
nobile lavoro fisico, che secoli di interdizioni e di coazione alle attività
di intermediazione avevano precluso agli ebrei. In teoria, il rifiuto
della tradizionale vita ebraica significava anche un rifiuto delle forme di
culto tradizionali. Ma i primi a rimuovere tale rifiuto furono gli stessi
padri del sionismo, che non volevano alienarsi le masse religiose degli
ebrei dell'Europa orientale né incorrere negli strali dei rabbini. Così
prese forma quel particolare compromesso (lo status quo) tra
ortodossi e sionisti laici, cui David Ben Gurion applicherà, pochi anni dopo
la nascita dello Stato, un sigillo legislativo appaltando, per così dire, al
gran rabbinato (ortodosso) tutte le materie relative al diritto personale:
matrimoni e divorzi, istruzione religiosa, kasherut. Non v'era in
Israele chi non comprendesse che quel compromesso (teologico e politico) era
appunto un compromesso, non una soluzione. Tuttavia, durante un ampio arco
d'anni lo status quo tra dimensione laica e dimensione religiosa
dello Stato - favorito anche da particolari circostanze sociopolitiche e
demografiche - godette nel Paese di un generale consensus. Nel
corso dei decenni, anche un altro dei presupposti storici dell'ideologia
sionista andava palesando difficoltà ardue da sormontare: la nascita del
nuovo Stato non riusciva a porre fine al giudaismo in galut, alla
vita delle comunità ebraiche della diaspora. Né in Europa né tantomeno in
America. Ciò detto, nell'ultimo mezzo secolo gli ebrei di qualunque
cultura e di qualunque orientamento religioso (fatte salve alcune correnti
ultra-ortodosse e alcune frange tra i militanti dell'ultra-sinistra)
dovettero riconoscere che 'non potevano non dirsi sionisti'. Per molti ebrei
della diaspora, anzi, l'affezione e il sostegno allo Stato d'Israele ha
costituito (assieme alla memoria della Shoah) una delle più forti ragioni di
identità ebraica dei secondo dopoguerra, al di là, e spesso nel vuoto, di un
più articolato aggancio alla tradizione culturale e/o religiosa. Oggi, con
il tramonto delle speranze di pacificazione a breve termine sollevate dagli
accordi di Oslo e con il riaffacciarsi sull'orizzonte di Israele dell'ombra
di un nuovo crudele confronto militare, non vi è ebreo nel mondo che si
senta estraneo a quanto sta accadendo nel Vicino Oriente e che non segua con
spirito trepido e solidale le dure prove cui è ora sottoposta tutt'intera la
popolazione israeliana. Ma ciò non ci esime dal rilevare che il consensus
sul compromesso sancito in Israele negli anni Cinquanta tra ortodossi e
sionisti laici si è consumato da lungo tempo, e che pertanto la società
israeliana è attraversata, in termini ormai permanenti, da divisioni
ideologiche profonde e da laceranti tensioni che toccano tutti i settori e
tutte le classi sociali. Si tratta di tensioni e conflitti che hanno una
connotazione 'globale', vale a dire inclusiva di ogni altro conflitto,
compreso quello 'storico' ed 'esterno' con il popolo palestinese, e comprese
le relazioni con la diaspora. L'assassinio di Yitzhak Rabin, deciso e
compiuto nel segno della religione, può essere letto appunto come
l'esplosione drammatica e l'apice di questo conflitto, al di là delle mille
sfumature che esistono nella società israeliana e che una seria analisi
sociologica può mettere in luce. Se c'è una cosa, ad ogni modo, di cui la
società israeliana non difetta, questa è la capacità di interrogarsi, di
discutere, di porre a confronto le opinioni più diverse e nei più disparati
settori partitici. Lo Stato, la dimensione politica, viene prima della
religione, oppure la religione deve fondare e guidare l'azione dello Stato?
È mai possibile coniugare davvero la democrazia con la halakhah?
Quesiti molto complessi, come si vede, che comunque, a nostro parere, non
sono appannaggio specifico di Israele e del sionismo ma rappresentano
problemi congeniti all'orizzonte culturale degli ebrei tout court.
Quesiti con i quali anche noi, ebrei italiani di qualsiasi inclinazione o
tendenza, siamo chiamati a misurarci e che, ancora una volta, rinviano alla
questione-chiave di ogni pensiero ebraico, che si tratti di pensiero
religioso o di pensiero politico: chi è ebreo? che cosa vuol dire essere
ebrei? in quanti e quali modi è possibile esserio? ma soprattutto, chi fa
parte del popolo ebraico e come si definisce tale popolo a fronte degli
altri popoli? in quali termini si configurano i rapporti tra religione e
politica in un Paese di consolidata tradizione cattolica qual è l'Italia, e
che incidenza hanno tali rapporti sulla vita interna della minoranza ebraica
e sulle sue relazioni con la più vasta società italiana? e ancora, quali
contributi possono offrire in concreto al mondo d'oggi e di domani le
espressioni culturali di quanti si identificano come ebrei? Intendiamo
aprire le pagine del nostro periodico a questi e a molti altri temi che si
connettono a questi - solo per citarne alcuni: la guerra e le prospettive di
pacificazione nel Vicino Oriente e nel resto del mondo, l'insorgere in forme
nuove dell'antigiudaismo, dell'antisemitismo, dell'antisionismo e di
svariate manifestazioni discriminatorie su basi etniche -, sollecitando
interventi animati da un ventaglio di orientamenti il più ampio possibile.
Abbiamo l'ambizione di cogliere alcuni degli aspetti più significativi del
processo di modernizzazione che, nel corso degli ultimi due-tre secoli, ha
modellato la vita e la mentalità degli ebrei in Italia, in Israele e nel
mondo. E in tal modo ci auguriamo di arricchire il panorama della stampa
ebraica italiana con un organo che si propone di guardare avanti,
contraddistinto da un'impostazione non provinciale e al riparo da spiriti
settari. Solo l'avvìo di un discorso che assicuri sviluppi 'polifonici' al
nostro specifico retaggio culturale può rendergli giustizia e dimostrarne la
perenne vitalità. Bruno Segre, Storico; Presidente degli Amici
Italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam.
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