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"Pace
in te, Gerusalemme" di Don Pier Francesco Fumagalli
"Pace [Shalom, Salam] in te, Gerusalemme! " (Salmi 122, 8) è la preghiera
nella quale si uniscono i cuori di ebrei, cristiani e musulmani, che nelle
nostre fedi e nelle nostre rispettive comunità di credenti facciamo
riferimento all'esperienza del patriarca Abramo, rivolgendoci sia pure in
modi diversi - con profondo amore e venerazione verso la città del Moriah,
del Santuario del popolo ebraico, della Pasqua di Cristo, della visione
notturna del Profeta Muhammad. In ebraico Shalom - come in arabo Salam -
significa "salute, benessere, concordia, pienezza, benedizione e salvezza di
Dio", e nel nome di Gerusalemme-Yerushalayim, forma di duale, c'è anche il
senso di due città, quella terrestre e quella celeste, due dimensioni di
pace, umana e divina, o forse anche quella di pace e di non-pace, cui il
nome pare alludere: "Due paci appariranno."1 Due simboli storicizzati e
attuali mostrano la medesima tensione: per l'islam al-Quds/Gerusalemme e la
Palestina appartengono alla "Dimora della piena armonia nella sottomissione
ad Allah" (Dar al-Islam), preludio al Paradiso (Dar as-Salam). Per
l'ebraismo Gerusalemme e la Terra fanno parte della Terra di santità e
perfezione donata da Dio a Israele (Eretz Israel shelemà). Due
simboli e due realtà concrete a volte concepite però in modi reciprocamente
esclusivi, secondo un uso integrista o fondamentalista frequente anche
presso altre tradizioni religiose.2
D'altra parte, vi sono nel mondo molti luoghi simbolici a diverso titolo:
secondo alcuni sono spazi convenzionali, altri li credono sacri e abitati da
una presenza divina, o da una memoria storica ed etica. Si tratti di un
semplice angolo della casa con i lari della famiglia, o del solenne Tempio
del Cielo a Pechino, di un fiume sacro o di un mausoleo, ci troviamo
comunque dinanzi a espressioni di ricerca di trascendenza. Possiamo
ricordare anche Auschwitz, Hiroshima, Ground zero... Molte volte non sono
che grotte povere o rocce, intorno alle quali non di rado la tradizione
artistica, la pietà e la cultura religiosa hanno innalzato capolavori
mirabili: la grotta di Macpela o quella di Betlemme, la grotta celata dalla
Cupola della Roccia sulla spianata del Tempio, le pietre del Kotel, la
Ka'aba, la grotta del Santo Sepolcro o la Tomba di Pietro a Roma. Si
potrebbe dire che l'intera Terra Santa, dove la storia della salvezza si è resa presente per l'umanità, condivide questa sacralità, della
quale testimoniano insieme le pagine della Bibbia ebraica e cristiana, dei
Vangeli e del Corano.
Ma questi luoghi simbolici non sono mai disgiunti dall'appello alla santità
della vita umana, alla libertà, al rispetto, al perdono, alla giustizia,
all'amore fino al dono di sé per l'altro. Il loro stesso valore di simboli
rimanda a tutti gli altri infiniti luoghi dell'uomo, è un appello a rendere
sante tutte le vite e tutte le cose, in conformità all'Uno, il Dio Vivente.
Perciò, per noi cristiani - ma anche, mi sembra, per ebrei e musulmani,
credenti nell'unico Dio quanto sta accadendo in Terra Santa è una tragedia
umana e spirituale: i luoghi della rivelazione divina sono quotidianamente
bagnati di sangue fraterno, e invece della pietà trionfa l'odio,
disperazione invece di speranza, suicidio invece di resurrezione.
Una riflessione e un confronto su Gerusalemme non può non tenere conto,
pur sullo sfondo di tanti elementi comuni, anche dei contesti storici e
culturali che contraddistinguono le tre grandi tradizioni monoteistiche,
delle diversità e divergenze che caratterizzano sia le correnti a esse
interne, sia i loro reciproci rapporti. All'asimmetria storica - per cui le
tre religioni sono, in progressione discendente, legate alla comune radice
biblica prima ed evangelica poi - fa contrasto l'autocoscienza ideale, per
cui ciascuna delle due successive religioni ritiene di rappresentare la
pienezza delle precedenti: continuità e originalità generano tensioni
feconde ma anche drammatiche, che si esprimono in forme molto concrete, ad
esempio a proposito di luoghi santi comuni, in particolare Hebron e
Gerusalemme.3 Da parte della Chiesa
cattolica, una svolta decisiva nel modo di considerare gli ebrei e
l'ebraismo - ma anche l'islam e le grandi religioni come il buddhismo e
l'induismo - è stata segnata dal Concilio Vaticano II (1962-1965), che ha
prodotto notevoli cambiamenti a livello sia dottrinale sia pastorale.4
Un'altra caratteristica di Gerusalemme è l'intreccio in essa di storia e
utopia secolare, di esperienza liturgico-religiosa e di mistica speranza. La
Gerusalemme della storia, dopo un già lungo periodo pre-davidico del quale
si trovano tracce in testi egiziani, e negli archivi di Ebla e Ugarit, fu
capitale ebraica per circa un millennio, secondo la tradizione biblica, a
eccezione della parentesi dell'esilio babilonese (586-538). Seguirono fasi
alterne di umiliazione e splendore, tra la distruzione del Secondo Tempio,
il periodo pagano (63 a.C. - 324 d.C.), il periodo bizantino in cui furono
edificate splendide chiese (324-614), l'invasione persiana
e infine il primo periodo arabo (638-1099) durante il quale furono innalzate
celebri moschee. In età crociata (1099-1244) la città santa conobbe
rinnovata fioritura, mentre anche nella letteratura araba ne venivano
esaltate le bellezze nel genere letterario dei "Meriti di Gerusalemme"
(Fada'il al-Quds).5 In epoca turca fu soprattutto Solimano il Magnifico
(1494-1566) che ornò la città e la circondò delle attuali mura, ma i secoli
seguenti fino all'Ottocento furono di progressivo declino. Per quanto
riguarda in particolare i Luoghi Santi, che la tradizione bimillenaria
cristiana venera ininterrottamente, cristiani di varie chiese vi celebrano i
sacri riti: ortodossi, armeni, siri e latini, la cui non sempre facile
convivenza è tuttora regolata dai Firmani ottomani, che a metà
dell'Ottocento la Sublime Porta emanò a tutela dei luoghi santi, e furono
successivamente accolti anche in trattati internazionali, come gli Accordi
di Mitilene. Il succedersi di diverse dominazioni non ha modificato tale
statu quo, universalmente riconosciuto.
A paragone con questi secolari processi, pur carichi di drammi e guerre, ma
durati 30 secoli, gli avvenimenti del secolo XX sembrano imprimere
un'accelerazione con svolte rapide e mutamenti profondi: il crollo
dell'impero ottomano e il trentennio di mandato britannico (1920-1948), la
rapida colonizzazione ebraica guidata dal movimento nazionale sionista
culminata con la proclamazione dello Stato d'Israele (1948), le guerre
arabo-israeliane, la conquista della Città Vecchia nel 1967 da parte di
Israele. Nel 1948 l'area detta Cisgiordania ['al di qua del Giordano,
rispetto all'ovest, a Gerusalemme e al Mediterraneo], è passata sotto il
dominio giordano: qui sorsero campi profughi dell'Onu, che accolsero arabi
privati delle loro proprietà durante la guerra arabo-israeliana. Nel 1967,
durante la Guerra dei sei giorni, l'area di dominio giordano fu abbandonata
dal Regno hashemita, rimanendo - come è tuttora - parte della Cisgiordania,
Zona occidentale del Giordano, Territorio di occupazione dello Stato di
Israele; in questi territori occupati, ma non annessi da Israele, da parte
israeliana fu avviata una progressiva colonizzazione mediante una
controversa politica detta degli insediamenti.
Dopo il 1994, a seguito degli accordi di Camp David tra Israele e
l'Autonomia Nazionale Palestinese, Betlemme entrò - con Gaza, Gerico, Jenin,
Ramallah, Nablus, e così via - a far parte di tale Autonomia, e rifiorirono
speranze di pace, delle quali si fece interprete anche papa Giovanni Paolo
Il durante il pellegrinaggio
giubilare dell'Anno Santo. L'attuale crisi israelo-palestinese ha purtroppo
compromesso il coraggioso processo di pace avviato prima da A. al-Sadat e M.
Begin nel 1977, poi nel 1993 da Y. Rabin e Y. Arafat. La memoria di A.
al-Sadat (m. 6 ottobre 1981) e Y. Rabin (m. 4 novembre 1995), martiri che
hanno sigillato con il sangue la loro opera di pacificatori, nel solco che
era stato aperto da altri, tra i quali il conte Folke Bernadotte (m. 17
settembre 1948), tiene comunque viva una speranza, che attende di trovare
altri artefici che ne raccolgano l'eredità di giustizia e riconciliazione.
Con tutti questi, anche il sangue innocente di innumerevoli vittime - tra
queste non possiamo dimenticare né quelle di Deir Yassin, fino alle giovani
vite stroncate da assurdi attentati suicidi falsamente giustificati come
jihad in nome dell'intifada - grida non vendetta ma riconciliazione nella
giustizia e nella solidarietà.
Siamo ancor più sollecitati a pregare e ad agire per la pace di Gerusalemme,
in quanto gli attentatori antiamericani dell'11 settembre hanno cercato di
giustificare il loro terrorismo globale e criminale, collegandolo con
l'irrisolto problema della Palestina e di Gerusalemme. Un tale collegamento
ignobile, rigettato dai più, non dovrebbe tuttavia offuscare la
consapevolezza critica della responsabilità che condividiamo sia di fronte
alla salvaguardia della fede contro il fanatismo, sia di fronte a chi
vorrebbe manipolare, falsificare e strumentalizzare realtà storiche e
spirituali gravi e complesse, come quella di Gerusalemme.
Accanto alla necessaria meditazione metafisica, e alla dimensione storica,
con le sue tragedie, e talvolta proprio nei periodi di maggiore miseria e
decadenza, si sono sviluppate sia le tendenze utopiche di messianismo
rivoluzionario ed estremista, sia le visioni mistiche della Gerusalemme
celeste, celebrata come la Città di Dio nell'Apocalisse, mentre pure
era rasa al suolo dalle legioni romane, o descritta mentre era sotto dominio
bizantino, come città splendente, nel Talmud: "Il Santo Uno, Benedetto egli
sia, nel tempo futuro porterà pietre preziose e perle di trenta cubiti per
trenta, ne taglierà della misura di dieci per venti, e le porrà alle porte
di Gerusalemme" (Baba Bathra, 75a). Quanto all'islam, da un accenno coranico
al 'Tempio Ultimo' (al-Masgid al-Aqsa, Sura XVII, 1) in senso escatologico e
mistico, tradizioni posteriori svilupparono la venerazione per la città come
meta di un itinerario devozionale (ziyara).6
La compresenza di diversi
statuti della medesima città - quello laico e quello religioso - ma anche di
diverse concezioni religiose in conformità ai diversi sistemi di riferimento
- halakhah ebraica, diritto canonico secondo le Chiese cattolica latina ed
orientali ortodosse, sharia islamica - comporta una serie di problemi di non
facile composizione.
Nel clima di dialogo ecumenico e interreligioso della seconda metà del
secolo XX, si colloca il mutato atteggiamento della Santa Sede verso lo
Stato d'Israele e la questione di Gerusalemme. Nella prima metà del
Novecento possiamo infatti distinguere due posizioni, l'una di condanna
dell'antisemitismo (Decreto del Santo Ufficio, 21 marzo 1928) e di esplicito
filosemilismo spirituale (Pio XI, "nous sommes spirituellement sémites", 6
settembre 1938),7 l'altra di indifferenza se non di opposizione al movimento
sionista (incontro tra Pio X e Theodor Herzl, 1902; scioglimento
dell'associazione Amici di Israel nel 1928). Tra il 1948 e il 1967 la
Santa Sede recepisce sostanzialmente quanto espresso dagli organismi
internazionali (Onu) a proposito della questione israelo-palestinese e di
Gerusalemme. Dopo il Concilio Vaticano II aumenta la consapevolezza della
complessità della situazione mediorientale, nella quale sono compresenti le
tre componenti ebraica, arabo-islamìca e arabo-cristiana, e a proposito in
particolare di Gerusalemme,8 nel 1984 la lettera apostolica di Giovanni
Paolo II, Redemptionis Anno, riassume e innova una posizione autonoma ed
organica dettagliata, che tiene conto sia dei precedenti pronunciamenti
internazionali, sia delle nuove speranze di pace e delle esigenze di
giustizia espresse nelle società israeliana e palestinese, affermando che:
"Per il popolo ebraico che vive nello Stato d'Israele e che in quella terra
conserva cosi preziose testimonianze della sua storia e della sua fede,
dobbiamo invocare la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è
prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni
società. Il popolo palestinese, che in quella terra affonda le sue radici
storiche e da decenni vive disperso, ha il diritto naturale, per giustizia,
di ritrovare una patria e di poter vivere in pace e tranquillità con gli
altri popoli della regione".9
Dopo la lettera apostolica su Gerusalemme nel 1984,10 e l'Accordo
fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato d'Israele nel 1993,11 la Segreteria
di Stato vaticana ha riassunto e precisato la sua posizione in proposito nel
199612: circa il conflitto territoriale, vanno ricordati gli aspetti etici e
i valori umani da rispettare, cosi come le risoluzioni internazionali (in
particolare la risoluzione delle Nazioni unite n. 478 del 20 agosto 1980);
circa la dimensione religiosa della città, si insiste sul principio che
Gerusalemme "è santa a pari livello per tre religioni -ebraismo, cristianesimo e islam"
(II, 1), e di conseguenza occorrono convenienti garanzie religiose,
culturali e civili per le comunità di fede presenti, il che implica un
opportuno allargamento nella partecipazione ai negoziati che si debbono
promuovere a livello internazionale e interreligioso.
Per quanto riguarda l'aspetto dei pronunciamenti internazionali e della
mediazione politica, costatando con vivo dolore il sempre più frequente
ricorso al cieco terrorismo suicida,13 che rende insufficienti e paralizza i
pur generosi e grandi sforzi finora condotti per consolidare un clima di
fiducia costruttiva verso la pace, si potrebbe forse auspicare che l'opera
dei vari mediatori - siano essi statunitensi, europei, della Lega Araba o
delle Nazioni unite -possa congiungersi al fine di una maggiore equanime
credibilità ed efficacia, concordando linee comuni di intervento.
Le grandi religioni hanno esse pure, in questo processo arduo e necessario,
una parte grande di responsabilità: la Chiesa cattolica ne ha dato prova nel
rinnovamento conciliare, in particolare affrontando il tema della libertà
religiosa in tutta la sua ampiezza (Decreto Dignitatis hurnanae);
posizioni equanimi di pari dignità tra le religioni monoteistiche sono state
espresse nel giudaismo in epoca medievale da Maimonide, e in epoca moderna
da E. Benamozegh; per l'islam si può citare il testo coranico fondamentale:
"A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio
avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto
per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone,
ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le
quali ora siete in discordia" (Il Corano, 5:48).
Un simile percorso di cooperazione, arduo e lungo, certo, ma necessario e
urgente, potrebbe portare a meglio individuare quelle aree di sommo
interesse, per le quali occorra creare normative statutarie e garanzie
appropriate, a tutela di tradizioni che esprimono i supremi valori
spirituali delle tre grandi religioni storiche. Qui potrà risultare prezioso
anche il contributo di qualificate autorità religiose ebraiche e islamiche,
del Consiglio Ecumenico delle Chiese, della Santa Sede, ma anche di numerosi
organismi competenti per il dialogo interreligioso.14 Tra l'altro, la
risoluzione di intricati nodi conflittuali mediante appropriati strumenti di
diritto internazionale costituirebbe un precedente importante e un modello
esemplare anche per altri problemi e altre aree di conflitti in parte
analoghi, come il Kashmir, Mindanao, il Sudan, Timor Est o il Tibet.
L'esperienza storica di convivenza di ebrei, cristiani e musulmani a
Gerusalemme però finora è stata in prevalenza condotta, almeno in apparenza,
all'interno di un assetto politico che ha visto di volta in volta prevalere
una delle tre fedi, mentre il presente e soprattutto il futuro sembrerebbero
invocare una nuova profezia: realizzare la compresenza dei diversi tipi di
fede, come il mondo sembra esigere con urgenza,15 senza per questo
sacrificare l'identità di nessuno, ma valorizzando in ciascuna presenza
religiosa forze e dimensioni insospettate o dimenticate, nella logica di
Abramo che intraprende per ordine di Dio un cammino incerto e rischioso,
apparentemente contraddittorio, ma garantito dalla fede nella promessa.
Perciò l'impegno umano, civile e politico, non va disgiunto dalla preghiera
e dalla speranza, secondo l'invìto del Pontefice: "Al centro della Terra
Santa, quasi come il suo cuore consacrato, sta Gerusalemme. E una Città
sacra per le tre grandi religioni, per gli Ebrei, i Cristiani e i Musulmani.
Il suo stesso nome evoca la pace. Vorrei che vi uniste in una preghiera
quotidiana per la pace, la giustizia e il rispetto dei fondamentali diritti
umani e religiosi dei tre popoli, delle tre comunità di fedeli che abitano
quell'amata Terra" (Giovanni Paolo II, 6 dicembre 1990).
Purtroppo, in questi ultimi mesi del 2002, nonostante ripetuti appelli e
sforzi per giungere ad accordi definitivi, dopo il fallimento della fase
finale delle trattative di Camp David la tensione fra Israele e Autonomia
Nazionale Palestinese è andata crescendo, con manifestazioni di violenza di
quella che viene chiamata la 'seconda Intifada', caratterizzata soprattutto
da fanatismo e attacchi suicidi contro popolazione israeliana inerme. In
simile contesto, anche gli attacchi suicidi dell'11 settembre 2001, contro
l'America e le Torri Gemelle di New York, hanno accresciuto enormemente la
tensione israelo-palestinese. D'altra parte, le reazioni israeliane a questi
attacchi e le misure repressive si sono rivelate inefficaci, se non
controproducenti, coinvolgendo un alto numero di civili palestinesi e
causando numerose vittime, così che le tensioni hanno continuato ad
aggravarsi.
Le due parti che si contrappongono direttamente dovrebbero sentirsi chiamate
a riflettere ciascuna sulle ragioni della parte avversaria, e sulle
possibili soluzioni da ricercare insieme. L'estendere il conflitto sempre più
all'area religiosa non potrà giovare a nessuno, contribuendo ad accentuare
una radicalizzazione di tipo religioso, peraltro già manifesta negli
esecrandi gesti suicidi sopra ricordati. Se una mediazione appare opportuna
e urgente, dovrebbe includere ormai tutte le parti direttamente o indirettamente interessate,
comprese le rappresentanze religiose istituzionali, evitando impressioni di
preconcette parzialità.
Da parte cristiana, le ipotesi potrebbero essere numerose. Forse è ora il
tempo di riflettere ai sentieri interrotti, e di tornare a guardare i volti
dei fratelli e delle sorelle, ebrei e musulmani, palestinesi e israeliani,
sconvolti da tanti lutti e lacrime. Noi possiamo ritornare sui nostri passi,
compiere una vera teshuvah, un cambiamento di cuore, di mentalità, di
atteggiamenti, possiamo ricordarci la grande lezione del Giubileo e
l'esempio del papa pellegrino sulla via dolorosa e sulla via di Damasco, tra
Yad wa-Shern e il Muro del Tempio. Torneremo da pellegrini a questi
fratelli, essi sono i nuovi Luoghi Santi, non dobbiamo tardare. Non sarà
facile. Perché siamo stati forse troppo a lungo silenziosi a guardare,
oppure abbiamo distolto gli occhi, oppure li avevamo levati in alto a
giudicare, sazi della nostra presunta superiorità o neutralità, e dimentichi
degli anni bui, dell'insegnamento del disprezzo, della Shoah. Né dobbiamo
ritrarre lo sguardo da altri luoghi di umana sofferenza, dai campi profughi
e dalle aspirazionì palestinesi a una indipendenza nella dignità e nella
autonomia. Tutta le vittime innocenti di questo odio invocano pietà e
riconciliazione.
Salire a Gerusalemme-Yerushalayim-al-Quds oggi. Scendere da Gerusalemme a
Gerico, a Hebron, a Betlemme, forse senza fare domande, senza portare
progetti, senza gioire, ma pronti a soccorrere, a medicare, ad ascoltare.
Insieme, ebrei cristiani musulmani, le mani nelle mani. Forse da questa
tragedia verrà un modo nuovo di guardare l'altro, il diverso, eppure
fratello e sorella. Forse chi ha confidato nella forza, nel diritto, nella
politica, nella diplomazia, ha anch'egli bisogno di tali testimonianze.
Anche colui che cerca di rispondere al male con la forza, per ristabilire
una giustizia violata, potrà chiedersi se veramente non esista altra
alternativa, quella della a-himsa di Gandhi, delle beatitudini evangeliche,
della visione dei profeti, della fiducia che faceva dire a Teodoro Herzl: Im
tirzeh, en zo haggadah ("Se vuoi, non sarà un sogno").
Questa strada non cerca il martirio, ma non esclude la fedeltà eroica fino
alla morte, vuole testimoniare ma senza imporre, dialogare senza presunzioni
né compromessi, esporsi ma senza condizioni. Se uomini di fede, di fedi
diverse ma vicine, sapranno unirsi così per costruire la pace, con altri
uomini di buona volontà, sarà un segno anche per tanti altri popoli oppressi
in tutto il mondo, un segno che potrebbe levarsi per tutti da Gerusalemme
'visione di pace'.
1 Cf. G. Konzelmann, Jerusalem 4000 Jahre Kamp.f um eine heilige Stadt,
Hamburg 1984; tr. franc. Jérusalem, 40 siècles d'histoire, a c. di A.
Muller, Paris 1985,
2 A proposito del fondamentalismo, si vedano gli Atti della giornata di
studio (25 novembre 1998) su Fondamentalismo e fondamentalismi. Il conflitto
religioso nel mondo d'oggi, fira cambiamento culturale e scontro politico,
in "Annali di scienze religiose" 4 (1999):17-102. CL anche: J. Sacks,
Fundamentalism, in The Persistence of Faith. Religion, Morality & Society in
a Secular Age, London 1991, pp. 71-83; Fondamentalisme et extrémisme,
un défi à l'aube du 21e siècle, in "Sidic" 32, 3 (1999).
3 A proposito della tutela di luoghi santi delle varie religioni, si
veda il recente documento congiunto cattolico-ebraìco Protecting
Religious Freedom and Holy Sites (New York, 4 maggio 2001), Dichiarazione dell'International
Catholic-Jewish Liaison Committee, o Comitato misto cattolico-ebraico,
istituito nei 1970, al quale partecipano la Commissione della Santa Sede per
i Rapporti religiosi con l'Ebraismo, e il Comitato Internazionale ebraico
per le consultazioni interreligiose (International Jewish Committee on
Interreligious Consultations).
4 Concilio Vaticano II, Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965).
Ouanto al rapporto con l'islam, cfr. Karl-Joseph Kushel, Streit und
Abraham. Was Juden, Christen und Muslime trennt - und was sie eint, München
1994; tr. it. Queriniana 1996; Giovanni Rizzi, Cristianesimo e Islam alle
soglie del duemila, ITL 1995. Riguardo all'ebraismo, cfr. International
Catholic-Jewish Liaison Committee, Fifteen Years of Catholic-Jewish
Dialogue , 1970-1985, Selected Papers, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano -
Pontificia Università Lateranense, Roma 1988.
5
Cf, al-Maqdisi, Fada'il Bayt al-Maqdis wa-al-Khalil wa-Fada'il al-Sham, ed.
Ofer Livne-Kafri, Aimashreq, Shfaram 1995: l'opera fu scritta intorno al
1130-1140, ed è conservata nel manoscritto VI, 27 della Biblioteca
Universitaria di Tilbingen; cf. anche, di Autori Vari, Muslim Literature in
Praise of Jerusalem, in "TheJerusalem Cathedra" 1 (1981), pp. 167-213.
6 Cfr. dello scrivente Gerusalemme e Roma verso il nuovo millennio, in "La
rivista del clero italiano" 80/2 (1999), pp. 128-142.
7 In questo stesso senso, di orientamento favorevole all'immigrazione
ebraica in Palestina, si colloca l'incontro nel 1917 tra Benedetto XV e
Sokolov (cfr. S. Ferrari, Vaticano e Israele dal secondo conflitto mondiale
alla guerra del golfo, Firenze 1991, p. 11.
8 Cfr. S. Ferrari, Vaticano e Israele dal secondo conflitto mondiale, cit.,
pp. 191-207.
9 Giovanni Paolo II, Redemptionis Anno (20 aprile 1984), in
Enchiridion
Vaticanum, vol. 9, Bologna 1987, pp. 779-783, nn. 779-781.
10 Giovanni Paolo II, lettera apostolica Redemptionis anno (11 aprile 1984).
11 L'accordo venne firmato a Roma e Gerusalemme il 30 dicembre 1993.
12 Nota su Il problema di Gerusalemme, maggio 1996 (EV 15/1996, nn. 920-940).
13 A questo proposito, i recenti sanguinosi atti di terrorismo ripropongono
come priorità incondizionata, per riallacciare l'opera della pace, la
cessazione di ogni violenza, per lasciare spazio reale al dialogo, alla
preghiera, alla collaborazione, al perdono, alla riconciliazione. Per
spegnere l'incendio dell'odio occorre un mare di pietà, di clemenza, di
pazienza, di fiducia, di perdono, più forte della morte.
14 Penso, ad esempio, al Comitato internazionale Cattolico-Islamico,
istituito nel 1995 con la partecipazione della Commissione della Santa Sede
per i rapporti religiosi con l'Islam, al Comitato internazionale Cattolico-Ebraico, istituito nel 1970, cui
partecipano la Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con
l'Ebraismo, e l'International Jewish Committee on Interreligious
Consultations (v. s., nota 3), o all'International Council of Christians and
Jews (ICCJ), attivo fin dal 1946.
15 "La
modernità interroga le tradizioni religiose circa il senso e le dimensioni
di queste realtà insieme spirituali e storiche, invitandoci a coniugarle con
le istanze del pluralismo e dell'universalità" (Carlo Maria Martini,
Intervento in occasione dell'incontro dei pellegrini ambrosiani con il
rabbino capo Israel Meir Lau, Gerusalemme, I I 11ovembre 1999).
Don Pier Francesco Fumagalli, ordinario presso la Biblioteca
Ambrosiana di Milano; consultore della Commissione della S. Sede per i
rapporti religiosi con l'ebraismo; autore di scritti sull'ecumenismo e il
dialogo interreligioso.
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