"Pace in te, Gerusalemme"  di  Don Pier Francesco Fumagalli

 

"Pace [Shalom, Salam] in te, Gerusalemme! " (Salmi 122, 8) è la preghiera nella quale si uniscono i cuori di ebrei, cristiani e musulmani, che nelle nostre fedi e nelle nostre rispettive comunità di credenti facciamo riferimento all'esperienza del patriarca Abramo, rivolgendoci sia pure in modi diversi - con profondo amore e venerazione verso la città del Moriah, del Santuario del popolo ebraico, della Pasqua di Cristo, della visione notturna del Profeta Muhammad. In ebraico Shalom - come in arabo Salam - significa "salute, benessere, concordia, pienezza, benedizione e salvezza di Dio", e nel nome di Gerusalemme-Yerushalayim, forma di duale, c'è anche il senso di due città, quella terrestre e quella celeste, due dimensioni di pace, umana e divina, o forse anche quella di pace e di non-pace, cui il nome pare alludere: "Due paci appariranno."1 Due simboli storicizzati e attuali mostrano la medesima tensione: per l'islam al-Quds/Gerusalemme e la Palestina appartengono alla "Dimora della piena armonia nella sottomissione ad Allah" (Dar al-Islam), preludio al Paradiso (Dar as-Salam). Per l'ebraismo Gerusalemme e la Terra fanno parte della Terra di santità e perfezione donata da Dio a Israele (Eretz Israel shelemà). Due simboli e due realtà concrete a volte concepite però in modi reciprocamente esclusivi, secondo un uso integrista o fondamentalista frequente anche presso altre tradizioni religiose.2

D'altra parte, vi sono nel mondo molti luoghi simbolici a diverso titolo: secondo alcuni sono spazi convenzionali, altri li credono sacri e abitati da una presenza divina, o da una memoria storica ed etica. Si tratti di un semplice angolo della casa con i lari della famiglia, o del solenne Tempio del Cielo a Pechino, di un fiume sacro o di un mausoleo, ci troviamo comunque dinanzi a espressioni di ricerca di trascendenza. Possiamo ricordare anche Auschwitz, Hiroshima, Ground zero... Molte volte non sono che grotte povere o rocce, intorno alle quali non di rado la tradizione artistica, la pietà e la cultura religiosa hanno innalzato capolavori mirabili: la grotta di Macpela o quella di Betlemme, la grotta celata dalla Cupola della Roccia sulla spianata del Tempio, le pietre del Kotel, la Ka'aba, la grotta del Santo Sepolcro o la Tomba di Pietro a Roma. Si potrebbe dire che l'intera Terra Santa, dove la storia della salvezza si è resa presente per l'umanità, condivide questa sacralità, della quale testimoniano insieme le pagine della Bibbia ebraica e cristiana, dei Vangeli e del Corano.

Ma questi luoghi simbolici non sono mai disgiunti dall'appello alla santità della vita umana, alla libertà, al rispetto, al perdono, alla giustizia, all'amore fino al dono di sé per l'altro. Il loro stesso valore di simboli rimanda a tutti gli altri infiniti luoghi dell'uomo, è un appello a rendere sante tutte le vite e tutte le cose, in conformità all'Uno, il Dio Vivente. Perciò, per noi cristiani - ma anche, mi sembra, per ebrei e musulmani, credenti nell'unico Dio quanto sta accadendo in Terra Santa è una tragedia umana e spirituale: i luoghi della rivelazione divina sono quotidianamente bagnati di sangue fraterno, e invece della pietà trionfa l'odio, disperazione invece di speranza, suicidio invece di resurrezione.

Una riflessione e un confronto su Gerusalemme non può non tenere conto, pur sullo sfondo di tanti elementi comuni, anche dei contesti storici e culturali che contraddistinguono le tre grandi tradizioni monoteistiche, delle diversità e divergenze che caratterizzano sia le correnti a esse interne, sia i loro reciproci rapporti. All'asimmetria storica - per cui le tre religioni sono, in progressione discendente, legate alla comune radice biblica prima ed evangelica poi - fa contrasto l'autocoscienza ideale, per cui ciascuna delle due successive religioni ritiene di rappresentare la pienezza delle precedenti: continuità e originalità generano tensioni feconde ma anche drammatiche, che si esprimono in forme molto concrete, ad esempio a proposito di luoghi santi comuni, in particolare Hebron e Gerusalemme.3 Da parte della Chiesa cattolica, una svolta decisiva nel modo di considerare gli ebrei e l'ebraismo - ma anche l'islam e le grandi religioni come il buddhismo e l'induismo - è stata segnata dal Concilio Vaticano II (1962-1965), che ha prodotto notevoli cambiamenti a livello sia dottrinale sia pastorale.4

Un'altra caratteristica di Gerusalemme è l'intreccio in essa di storia e utopia secolare, di esperienza liturgico-religiosa e di mistica speranza. La Gerusalemme della storia, dopo un già lungo periodo pre-davidico del quale si trovano tracce in testi egiziani, e negli archivi di Ebla e Ugarit, fu capitale ebraica per circa un millennio, secondo la tradizione biblica, a eccezione della parentesi dell'esilio babilonese (586-538). Seguirono fasi alterne di umiliazione e splendore, tra la distruzione del Secondo Tempio, il periodo pagano (63 a.C. - 324 d.C.), il periodo bizantino in cui furono edificate splendide chiese (324-614), l'invasione persiana e infine il primo periodo arabo (638-1099) durante il quale furono innalzate celebri moschee. In età crociata (1099-1244) la città santa conobbe rinnovata fioritura, mentre anche nella letteratura araba ne venivano esaltate le bellezze nel genere letterario dei "Meriti di Gerusalemme" (Fada'il al-Quds).5 In epoca turca fu soprattutto Solimano il Magnifico (1494-1566) che ornò la città e la circondò delle attuali mura, ma i secoli seguenti fino all'Ottocento furono di progressivo declino. Per quanto riguarda in particolare i Luoghi Santi, che la tradizione bimillenaria cristiana venera ininterrottamente, cristiani di varie chiese vi celebrano i sacri riti: ortodossi, armeni, siri e latini, la cui non sempre facile convivenza è tuttora regolata dai Firmani ottomani, che a metà dell'Ottocento la Sublime Porta emanò a tutela dei luoghi santi, e furono successivamente accolti anche in trattati internazionali, come gli Accordi di Mitilene. Il succedersi di diverse dominazioni non ha modificato tale statu quo, universalmente riconosciuto.

A paragone con questi secolari processi, pur carichi di drammi e guerre, ma durati 30 secoli, gli avvenimenti del secolo XX sembrano imprimere un'accelerazione con svolte rapide e mutamenti profondi: il crollo dell'impero ottomano e il trentennio di mandato britannico (1920-1948), la rapida colonizzazione ebraica guidata dal movimento nazionale sionista culminata con la proclamazione dello Stato d'Israele (1948), le guerre arabo-israeliane, la conquista della Città Vecchia nel 1967 da parte di Israele. Nel 1948 l'area detta Cisgiordania ['al di qua del Giordano, rispetto all'ovest, a Gerusalemme e al Mediterraneo], è passata sotto il dominio giordano: qui sorsero campi profughi dell'Onu, che accolsero arabi privati delle loro proprietà durante la guerra arabo-israeliana. Nel 1967, durante la Guerra dei sei giorni, l'area di dominio giordano fu abbandonata dal Regno hashemita, rimanendo - come è tuttora - parte della Cisgiordania, Zona occidentale del Giordano, Territorio di occupazione dello Stato di Israele; in questi territori occupati, ma non annessi da Israele, da parte israeliana fu avviata una progressiva colonizzazione mediante una controversa politica detta degli insediamenti.

Dopo il 1994, a seguito degli accordi di Camp David tra Israele e l'Autonomia Nazionale Palestinese, Betlemme entrò - con Gaza, Gerico, Jenin, Ramallah, Nablus, e così via - a far parte di tale Autonomia, e rifiorirono speranze di pace, delle quali si fece interprete anche papa Giovanni Paolo Il durante il pellegrinaggio giubilare dell'Anno Santo. L'attuale crisi israelo-palestinese ha purtroppo compromesso il coraggioso processo di pace avviato prima da A. al-Sadat e M. Begin nel 1977, poi nel 1993 da Y. Rabin e Y. Arafat. La memoria di A. al-Sadat (m. 6 ottobre 1981) e Y. Rabin (m. 4 novembre 1995), martiri che hanno sigillato con il sangue la loro opera di pacificatori, nel solco che era stato aperto da altri, tra i quali il conte Folke Bernadotte (m. 17 settembre 1948), tiene comunque viva una speranza, che attende di trovare altri artefici che ne raccolgano l'eredità di giustizia e riconciliazione. Con tutti questi, anche il sangue innocente di innumerevoli vittime - tra queste non possiamo dimenticare né quelle di Deir Yassin, fino alle giovani vite stroncate da assurdi attentati suicidi falsamente giustificati come jihad in nome dell'intifada - grida non vendetta ma riconciliazione nella giustizia e nella solidarietà.

Siamo ancor più sollecitati a pregare e ad agire per la pace di Gerusalemme, in quanto gli attentatori antiamericani dell'11 settembre hanno cercato di giustificare il loro terrorismo globale e criminale, collegandolo con l'irrisolto problema della Palestina e di Gerusalemme. Un tale collegamento ignobile, rigettato dai più, non dovrebbe tuttavia offuscare la consapevolezza critica della responsabilità che condividiamo sia di fronte alla salvaguardia della fede contro il fanatismo, sia di fronte a chi vorrebbe manipolare, falsificare e strumentalizzare realtà storiche e spirituali gravi e complesse, come quella di Gerusalemme.

Accanto alla necessaria meditazione metafisica, e alla dimensione storica, con le sue tragedie, e talvolta proprio nei periodi di maggiore miseria e decadenza, si sono sviluppate sia le tendenze utopiche di messianismo rivoluzionario ed estremista, sia le visioni mistiche della Gerusalemme celeste, celebrata come la Città di Dio nell'Apocalisse, mentre pure era rasa al suolo dalle legioni romane, o descritta mentre era sotto dominio bizantino, come città splendente, nel Talmud: "Il Santo Uno, Benedetto egli sia, nel tempo futuro porterà pietre preziose e perle di trenta cubiti per trenta, ne taglierà della misura di dieci per venti, e le porrà alle porte di Gerusalemme" (Baba Bathra, 75a). Quanto all'islam, da un accenno coranico al 'Tempio Ultimo' (al-Masgid al-Aqsa, Sura XVII, 1) in senso escatologico e mistico, tradizioni posteriori svilupparono la venerazione per la città come meta di un itinerario devozionale (ziyara).6  La compresenza di diversi statuti della medesima città - quello laico e quello religioso - ma anche di diverse concezioni religiose in conformità ai diversi sistemi di riferimento - halakhah ebraica, diritto canonico secondo le Chiese cattolica latina ed orientali ortodosse, sharia islamica - comporta una serie di problemi di non facile composizione.

Nel clima di dialogo ecumenico e interreligioso della seconda metà del secolo XX, si colloca il mutato atteggiamento della Santa Sede verso lo Stato d'Israele e la questione di Gerusalemme. Nella prima metà del Novecento possiamo infatti distinguere due posizioni, l'una di condanna dell'antisemitismo (Decreto del Santo Ufficio, 21 marzo 1928) e di esplicito filosemilismo spirituale (Pio XI, "nous sommes spirituellement sémites", 6 settembre 1938),7 l'altra di indifferenza se non di opposizione al movimento sionista (incontro tra Pio X e Theodor Herzl, 1902; scioglimento dell'associazione Amici di Israel nel 1928). Tra il 1948 e il 1967 la Santa Sede recepisce sostanzialmente quanto espresso dagli organismi internazionali (Onu) a proposito della questione israelo-palestinese e di Gerusalemme. Dopo il Concilio Vaticano II aumenta la consapevolezza della complessità della situazione mediorientale, nella quale sono compresenti le tre componenti ebraica, arabo-islamìca e arabo-cristiana, e a proposito in particolare di Gerusalemme,8 nel 1984 la lettera apostolica di Giovanni Paolo II, Redemptionis Anno, riassume e innova una posizione autonoma ed organica dettagliata, che tiene conto sia dei precedenti pronunciamenti internazionali, sia delle nuove speranze di pace e delle esigenze di giustizia espresse nelle società israeliana e palestinese, affermando che: "Per il popolo ebraico che vive nello Stato d'Israele e che in quella terra conserva cosi preziose testimonianze della sua storia e della sua fede, dobbiamo invocare la desiderata sicurezza e la giusta tranquillità che è prerogativa di ogni nazione e condizione di vita e di progresso per ogni società. Il popolo palestinese, che in quella terra affonda le sue radici storiche e da decenni vive disperso, ha il diritto naturale, per giustizia, di ritrovare una patria e di poter vivere in pace e tranquillità con gli altri popoli della regione".9

Dopo la lettera apostolica su Gerusalemme nel 1984,10 e l'Accordo fondamentale tra la Santa Sede e lo Stato d'Israele nel 1993,11 la Segreteria di Stato vaticana ha riassunto e precisato la sua posizione in proposito nel 199612: circa il conflitto territoriale, vanno ricordati gli aspetti etici e i valori umani da rispettare, cosi come le risoluzioni internazionali (in particolare la risoluzione delle Nazioni unite n. 478 del 20 agosto 1980); circa la dimensione religiosa della città, si insiste sul principio che Gerusalemme "è santa a pari livello per tre religioni -ebraismo, cristianesimo e islam" (II, 1), e di conseguenza occorrono convenienti garanzie religiose, culturali e civili per le comunità di fede presenti, il che implica un opportuno allargamento nella partecipazione ai negoziati che si debbono promuovere a livello internazionale e interreligioso.

Per quanto riguarda l'aspetto dei pronunciamenti internazionali e della mediazione politica, costatando con vivo dolore il sempre più frequente ricorso al cieco terrorismo suicida,13 che rende insufficienti e paralizza i pur generosi e grandi sforzi finora condotti per consolidare un clima di fiducia costruttiva verso la pace, si potrebbe forse auspicare che l'opera dei vari mediatori - siano essi statunitensi, europei, della Lega Araba o delle Nazioni unite -possa congiungersi al fine di una maggiore equanime credibilità ed efficacia, concordando linee comuni di intervento.

Le grandi religioni hanno esse pure, in questo processo arduo e necessario, una parte grande di responsabilità: la Chiesa cattolica ne ha dato prova nel rinnovamento conciliare, in particolare affrontando il tema della libertà religiosa in tutta la sua ampiezza (Decreto Dignitatis hurnanae); posizioni equanimi di pari dignità tra le religioni monoteistiche sono state espresse nel giudaismo in epoca medievale da Maimonide, e in epoca moderna da E. Benamozegh; per l'islam si può citare il testo coranico fondamentale: "A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via, mentre, se Iddio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una Comunità Unica, ma ciò non ha fatto per provarvi in quel che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle opere buone, ché a Dio tutti tornerete, e allora Egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia" (Il Corano, 5:48).

Un simile percorso di cooperazione, arduo e lungo, certo, ma necessario e urgente, potrebbe portare a meglio individuare quelle aree di sommo interesse, per le quali occorra creare normative statutarie e garanzie appropriate, a tutela di tradizioni che esprimono i supremi valori spirituali delle tre grandi religioni storiche. Qui potrà risultare prezioso anche il contributo di qualificate autorità religiose ebraiche e islamiche, del Consiglio Ecumenico delle Chiese, della Santa Sede, ma anche di numerosi organismi competenti per il dialogo interreligioso.14 Tra l'altro, la risoluzione di intricati nodi conflittuali mediante appropriati strumenti di diritto internazionale costituirebbe un precedente importante e un modello esemplare anche per altri problemi e altre aree di conflitti in parte analoghi, come il Kashmir, Mindanao, il Sudan, Timor Est o il Tibet.

L'esperienza storica di convivenza di ebrei, cristiani e musulmani a Gerusalemme però finora è stata in prevalenza condotta, almeno in apparenza, all'interno di un assetto politico che ha visto di volta in volta prevalere una delle tre fedi, mentre il presente e soprattutto il futuro sembrerebbero invocare una nuova profezia: realizzare la compresenza dei diversi tipi di fede, come il mondo sembra esigere con urgenza,15 senza per questo sacrificare l'identità di nessuno, ma valorizzando in ciascuna presenza religiosa forze e dimensioni insospettate o dimenticate, nella logica di Abramo che intraprende per ordine di Dio un cammino incerto e rischioso, apparentemente contraddittorio, ma garantito dalla fede nella promessa. Perciò l'impegno umano, civile e politico, non va disgiunto dalla preghiera e dalla speranza, secondo l'invìto del Pontefice: "Al centro della Terra Santa, quasi come il suo cuore consacrato, sta Gerusalemme. E una Città sacra per le tre grandi religioni, per gli Ebrei, i Cristiani e i Musulmani. Il suo stesso nome evoca la pace. Vorrei che vi uniste in una preghiera quotidiana per la pace, la giustizia e il rispetto dei fondamentali diritti umani e religiosi dei tre popoli, delle tre comunità di fedeli che abitano quell'amata Terra" (Giovanni Paolo II, 6 dicembre 1990).

Purtroppo, in questi ultimi mesi del 2002, nonostante ripetuti appelli e sforzi per giungere ad accordi definitivi, dopo il fallimento della fase finale delle trattative di Camp David la tensione fra Israele e Autonomia Nazionale Palestinese è andata crescendo, con manifestazioni di violenza di quella che viene chiamata la 'seconda Intifada', caratterizzata soprattutto da fanatismo e attacchi suicidi contro popolazione israeliana inerme. In simile contesto, anche gli attacchi suicidi dell'11 settembre 2001, contro l'America e le Torri Gemelle di New York, hanno accresciuto enormemente la tensione israelo-palestinese. D'altra parte, le reazioni israeliane a questi attacchi e le misure repressive si sono rivelate inefficaci, se non controproducenti, coinvolgendo un alto numero di civili palestinesi e causando numerose vittime, così che le tensioni hanno continuato ad aggravarsi.

Le due parti che si contrappongono direttamente dovrebbero sentirsi chiamate a riflettere ciascuna sulle ragioni della parte avversaria, e sulle possibili soluzioni da ricercare insieme. L'estendere il conflitto sempre più all'area religiosa non potrà giovare a nessuno, contribuendo ad accentuare una radicalizzazione di tipo religioso, peraltro già manifesta negli esecrandi gesti suicidi sopra ricordati. Se una mediazione appare opportuna e urgente, dovrebbe includere ormai tutte le parti direttamente o indirettamente interessate, comprese le rappresentanze religiose istituzionali, evitando impressioni di preconcette parzialità.

Da parte cristiana, le ipotesi potrebbero essere numerose. Forse è ora il tempo di riflettere ai sentieri interrotti, e di tornare a guardare i volti dei fratelli e delle sorelle, ebrei e musulmani, palestinesi e israeliani, sconvolti da tanti lutti e lacrime. Noi possiamo ritornare sui nostri passi, compiere una vera teshuvah, un cambiamento di cuore, di mentalità, di atteggiamenti, possiamo ricordarci la grande lezione del Giubileo e l'esempio del papa pellegrino sulla via dolorosa e sulla via di Damasco, tra Yad wa-Shern e il Muro del Tempio. Torneremo da pellegrini a questi fratelli, essi sono i nuovi Luoghi Santi, non dobbiamo tardare. Non sarà facile. Perché siamo stati forse troppo a lungo silenziosi a guardare, oppure abbiamo distolto gli occhi, oppure li avevamo levati in alto a giudicare, sazi della nostra presunta superiorità o neutralità, e dimentichi degli anni bui, dell'insegnamento del disprezzo, della Shoah. Né dobbiamo ritrarre lo sguardo da altri luoghi di umana sofferenza, dai campi profughi e dalle aspirazionì palestinesi a una indipendenza nella dignità e nella autonomia. Tutta le vittime innocenti di questo odio invocano pietà e riconciliazione.

Salire a Gerusalemme-Yerushalayim-al-Quds oggi. Scendere da Gerusalemme a Gerico, a Hebron, a Betlemme, forse senza fare domande, senza portare progetti, senza gioire, ma pronti a soccorrere, a medicare, ad ascoltare. Insieme, ebrei cristiani musulmani, le mani nelle mani. Forse da questa tragedia verrà un modo nuovo di guardare l'altro, il diverso, eppure fratello e sorella. Forse chi ha confidato nella forza, nel diritto, nella politica, nella diplomazia, ha anch'egli bisogno di tali testimonianze. Anche colui che cerca di rispondere al male con la forza, per ristabilire una giustizia violata, potrà chiedersi se veramente non esista altra alternativa, quella della a-himsa di Gandhi, delle beatitudini evangeliche, della visione dei profeti, della fiducia che faceva dire a Teodoro Herzl: Im tirzeh, en zo haggadah ("Se vuoi, non sarà un sogno").
Questa strada non cerca il martirio, ma non esclude la fedeltà eroica fino alla morte, vuole testimoniare ma senza imporre, dialogare senza presunzioni né compromessi, esporsi ma senza condizioni. Se uomini di fede, di fedi diverse ma vicine, sapranno unirsi così per costruire la pace, con altri uomini di buona volontà, sarà un segno anche per tanti altri popoli oppressi in tutto il mondo, un segno che potrebbe levarsi per tutti da Gerusalemme 'visione di pace'.
 


1 Cf. G. Konzelmann, Jerusalem 4000 Jahre Kamp.f um eine heilige Stadt, Hamburg 1984; tr. franc. Jérusalem, 40 siècles d'histoire, a c. di A. Muller, Paris 1985,
2 A proposito del fondamentalismo, si vedano gli Atti della giornata di studio (25 novembre 1998) su Fondamentalismo e fondamentalismi. Il conflitto religioso nel mondo d'oggi, fira cambiamento culturale e scontro politico, in "Annali di scienze religiose" 4 (1999):17-102. CL anche: J. Sacks, Fundamentalism, in The Persistence of Faith. Religion, Morality & Society in a Secular Age, London 1991, pp. 71-83; Fondamentalisme et extrémisme, un défi à l'aube du 21e siècle, in "Sidic" 32, 3 (1999).
3 A proposito della tutela di luoghi santi delle varie religioni, si veda il recente documento congiunto cattolico-ebraìco Protecting Religious Freedom and Holy Sites (New York, 4 maggio 2001), Dichiarazione dell'International Catholic-Jewish Liaison Committee, o Comitato misto cattolico-ebraico, istituito nei 1970, al quale partecipano la Commissione della Santa Sede per i Rapporti religiosi con l'Ebraismo, e il Comitato Internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose (International Jewish Committee on Interreligious Consultations).
4 Concilio Vaticano II, Dichiarazione Nostra aetate (28 ottobre 1965). Ouanto al rapporto con l'islam, cfr. Karl-Joseph Kushel, Streit und Abraham. Was Juden, Christen und Muslime trennt - und was sie eint, München 1994; tr. it. Queriniana 1996; Giovanni Rizzi, Cristianesimo e Islam alle soglie del duemila, ITL 1995. Riguardo all'ebraismo, cfr. International Catholic-Jewish Liaison Committee, Fifteen Years of Catholic-Jewish Dialogue , 1970-1985, Selected Papers, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano - Pontificia Università Lateranense, Roma 1988.
5 Cf, al-Maqdisi, Fada'il Bayt al-Maqdis wa-al-Khalil wa-Fada'il al-Sham, ed. Ofer Livne-Kafri, Aimashreq, Shfaram 1995: l'opera fu scritta intorno al 1130-1140, ed è conservata nel manoscritto VI, 27 della Biblioteca Universitaria di Tilbingen; cf. anche, di Autori Vari, Muslim Literature in Praise of Jerusalem, in "TheJerusalem Cathedra" 1 (1981), pp. 167-213.
6 Cfr. dello scrivente Gerusalemme e Roma verso il nuovo millennio, in "La rivista del clero italiano" 80/2 (1999), pp. 128-142.
7 In questo stesso senso, di orientamento favorevole all'immigrazione ebraica in Palestina, si colloca l'incontro nel 1917 tra Benedetto XV e Sokolov (cfr. S. Ferrari, Vaticano e Israele dal secondo conflitto mondiale alla guerra del golfo, Firenze 1991, p. 11.
8 Cfr. S. Ferrari, Vaticano e Israele dal secondo conflitto mondiale, cit., pp. 191-207.
9 Giovanni Paolo II, Redemptionis Anno (20 aprile 1984), in Enchiridion Vaticanum, vol. 9, Bologna 1987, pp. 779-783, nn. 779-781.
10 Giovanni Paolo II, lettera apostolica Redemptionis anno (11 aprile 1984).
11 L'accordo venne firmato a Roma e Gerusalemme il 30 dicembre 1993.
12 Nota su Il problema di Gerusalemme, maggio 1996 (EV 15/1996, nn. 920-940).
13 A questo proposito, i recenti sanguinosi atti di terrorismo ripropongono come priorità incondizionata, per riallacciare l'opera della pace, la cessazione di ogni violenza, per lasciare spazio reale al dialogo, alla preghiera, alla collaborazione, al perdono, alla riconciliazione. Per spegnere l'incendio dell'odio occorre un mare di pietà, di clemenza, di pazienza, di fiducia, di perdono, più forte della morte.
14 Penso, ad esempio, al Comitato internazionale Cattolico-Islamico, istituito nel 1995 con la partecipazione della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l'Islam, al Comitato internazionale Cattolico-Ebraico, istituito nel 1970, cui partecipano la Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l'Ebraismo, e l'International Jewish Committee on Interreligious Consultations (v. s., nota 3), o all'International Council of Christians and Jews (ICCJ), attivo fin dal 1946.
15 "La modernità interroga le tradizioni religiose circa il senso e le dimensioni di queste realtà insieme spirituali e storiche, invitandoci a coniugarle con le istanze del pluralismo e dell'universalità" (Carlo Maria Martini, Intervento in occasione dell'incontro dei pellegrini ambrosiani con il rabbino capo Israel Meir Lau, Gerusalemme, I I 11ovembre 1999).
 

Don Pier Francesco Fumagalli, ordinario presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano; consultore della Commissione della S. Sede per i rapporti religiosi con l'ebraismo; autore di scritti sull'ecumenismo e il dialogo interreligioso.