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"Trattini
e tragedie" di Guido Lopez
Nell'antologia curata da Liliana Weinberg Il sale della terra,
edita dalla Ibiskos editrice, il tema dell'identità ebraica è affrontato da
una trentina di personaggi (Claudio Magris, Amos Oz, Edith Bruck, Amos
Luzzatto, Rav Elia Richetti ... ) attraverso una domanda tanto impegnativa
da poter essere vista come irrisolvibile: "Può l'ebraismo oggi dare ancora
qualcosa al mondo?" Una via d'uscita è rispondere con una sfilata di altri
punti interrogativi. Primo: perché me lo chiedi? vuoi sapere se vale la pena
di insistere a essere ebrei? più largamente, allora, se vale la pena di far
figlioli? è un istinto che ti guida? è una fede che tu hai - se ce l'hai -
nel comandamento di Dio "crescete e moltiplicatevi"? oppure è un desiderio,
più o meno conscio, di non sparire definitivamente dalla faccia della terra?
o un insieme di tutto questo? Per quel che mi riguarda, la sola cosa di
cui mi sento sicuro, oltre all'esistere, è di appartenere all'universo
ebraico. Tutti i miei antenati da generazioni e generazioni sono nati ebrei.
Nessuno per scelta propria. Anzi, nelle famiglie di mio padre e di mia madre
livornesi di chiara origine sefardita - erano rimasti solo frammenti di
ebraismo praticato. E tuttavia ... Restavano i punti fondamentali: le feste
grandi in Sinagoga, il bar mitzvah (detto 'mignàm'), le azzime per il
Pesach, niente salumi in casa ... ma anche la nonna o bisnonna che
non cuciva di sabato, il nonno che di sabato entrava in teatro a credito
(Livorno, fine Ottocento) ... I matrimoni furono tutti ebraici per altre due
generazioni, salvo il caso di un parente che sul finire dell'Ottocento
scappò in Francia per sposare una bella corallaia gnarelà (doppio
scandalo). Quanto a me, nato nel 1924, a Milano, ho fatto anche parte
delle voci bianche al Tempio, ma mio padre - presidente del Gruppo
sionistico dal tempo della 'Dichiarazione Balfour' (1915-16) non ce lo
ricordo che come testimone di un paio di matrimoni. Mia madre aveva
pubblicato nel primi numeri usciti della Rassegna mensile di Israel
(1926) un romanzo intitolato Il Signore è nostro Dio (trattava di una
sofferta conversione al credo cattolico). Insomma, non ho avuto bisogno
delle leggi antisemite (ero vicino ai 14 anni compiuti) per riconoscermi
ebreo: il mio senso di appartenenza era tranquillamente totale. Ma
appartenenza a che cosa? A tutto quello che mi aveva sempre distinto dalla
quasi totalità dei miei compagni di scuola: i gesti liturgici ma anche
l'estraneità al mondo permeato dal martirio e - sentivo dire successiva
Resurrezione di Gesù-Messia. Ancora bambino, in villeggiatura a Varallo
Sesia, fui portato a vedere le stazioni della Via Crucis con gli affreschi
di Gaudenzio Ferraris e - ancora più impressionanti - le scene in tre
dimensioni del Calvario, con quei personaggi malvagi contrassegnati dalla
dicitura 'Giudei' dal naso adunco. Ne fui impressionatissimo, Mamma cercò di
spiegarmi la situazione storico-ideologica in semplici concetti. Mi disse,
più o meno, che era un brav'uomo e un buon ebreo che però si proclamava
figlio di Dio non solo come tutti noi, ma alla lettera. A proposito:
l'entità che nella lingua italiana è espressa dal suono e dalla scrittura
'Dio' (così come l'ho scritta) è un Credo a cui tutti possono accedere. Ma
ce ne corre se andiamo a specificarlo. Vi ha fatto riferimento persino quel
giovane di yeshivah che ha sparato su Rabin attingendo come me alla
Torà e come i kamikaze musulmani al loro Libro per votarsi a un doppio
delitto: la morte altrui, indiscriminata, e la propria, determinatissima.
Fortunatamente, di solito si invoca Iddio impetrando soccorso, o per
superare dolori estremi, o per andare incontro con coraggio alla morte e
contare su un aldilà dove gli ultimi potrebbero essere i primi, o su altro
compenso extraterreno. Perciò mi astengo dallo scrivere il tetragramma
originario: penso che il comandamento di non pronunciarlo 'invano' (ovvero
sbadatamente, con leggerezza o spudoratezza, o addirittura per offesa) sia
un pilastro dell'etica ebraica, tramandato da generazione a generazione. Si
lega col dettato principe del Dio unico in mezzo a un mondo politeista e a
una delle enunciazioni più alte dei codici rituali: "Benedetto tu o Signore
re del mondo che ci hai portati sino a questo giorno". Tanti mai secoli
dopo, la ricerca di questa certezza d'esistere verrà razionalizzata con il
Cogito ergo sum di Cartesio. Ma
l'integralismo religioso, mai convinto di fare abbastanza, si è inventato
un'ulteriore barriera con l'adozione del trattino nella 'traduzione' del
tetragramma. Qualche tempo fa, in un numero della rivista Ha Keillah
l'autorevole voce di Gavriel Levi, dopo averci avvertito che l'italiano Dio
- dal latino Deus - non è che una derivazione dal re degli dèi Zeus (e
dunque un distacco ma anche una reminescenza storica della nostra convivenza
con gli dèi classici), si inoltra in due colonne di ragionamenti in cui, fra
l'altro, parla di "incompletezza del Nome ... applicabile e da applicarsi a
qualunque scrittura e a qualunque preghiera, punto di unificazione tra le
diverse culture umane". Bravo, bravissimo. Mi inchino. Ma sostanzialmente
uno sberleffo alla ragione (dono di Dio, o no?) che impone di distinguere il
significato dal significante. Se nella lingua inglese fossero invertiti God
e dog, sarebbe dog a volere la maiuscola. E se D-o esprime l'Innominabile,
anche D-o non basterebbe; e neppure D- - o; e così all'infinito. Il giovane
nerovestito, cappello nero a larga falda, che alla vigilia del Pesach
bussa alla nostra porta con la matzah super-kasher (cioè
l'azzima supervisionata della sua congregazione) è gentile e di obbedienza
cristallina, ma anche lui, in senso traslato, allinea lineette dietro
lineette.
* * *
Post scriptum. Quel che avete letto sinora, a cui pensavo di
dare un seguito sul tema dell'Intenzione e della Regola, mi è rimasto a
lungo nel cassetto. Ben altro è il tormento che si è accumulato in tutti noi
in questi giorni. Sostituisco quel seguito con un accorato scritto del mio
vecchio amico Dario Navarra, trasmesso per il sito www della rivista
Diario. Spiego a chi non sapesse di chi parlo: milanese, 77 anni portati
bene solcando traversie di vario genere, figlio d'una eccezionale
personalità dell'ebraismo italiano, Marta Navarra, che fu animatrice per
decenni della Adei/Adei-Wizo (Associazione donne ebree d'Italia); amatissima
insegnante (di lingua inglese) alla Scuola Manzoni ai Giardini Pubblici di
Milano, educatrice e filantropa, e (nel suoi ultimi anni) col marito Alberto
accanto a Dario in Israele e alla sua famiglia. Lui, Dario, mio compagno di
scuola ebraica dal 1938 al '43, fu tra quanti fecero parte della Alyiah
Bet (imbarco clandestino verso Eretz Israel) nel 1945.
Intercettata l'imbarcazione dalla allora potenza mandataria inglese e
deportato a Cipro (non precisamente in buon albergo come oggi i fuoriusciti
dalla Basilica di Betlemme), alla dichiarazione di indipendenza del 1948
poté raggiungere la costa del neonato Stato ebraico, e in particolare il
kibbutz di Ghivat Brenner. In anni successivi, la famiglia Navarra si
ricostituì a Hadera, dove Dario si era trasferito con Renata Rietti (ex
haverah di Ghivat Brenner anche lei). La città di Hadera, a mezza via
fra Tel Aviv e Haifa, è diventata obbiettivo primario per le incursioni
suicide stragiste. Aggiungo che casa Navarra ha sopportato con grande forza
d'animo la morte del primogenito Gadi, piombato con l'elicottero nelle acque
del Mediterraneo con altri 9 compagni, a sud della Striscia di Gaza. Era
un'esercitazione mirata a superare grandi rischi. Renata ha lavorato a
Hadera come assistente sociale del Comune, in contatto quotidiano e
solidarietà con la popolazione ebraica di varia provenienza e lingua, e con
gli arabi cittadini di Hadera. Dario è stato direttore della maggiore
cartiera di Israele, e - negli ultimi anni - si è occupato del problema del
riciclaggio della carta, in rapporto anche con l'Italia. Ecco, dunque, un
paio dei suoi appunti inviati alla postazione internet del Diario fra
marzo e aprile 22 marzo "Stamani ci siamo svegliati al suono delle
autoambulanze, ululo oramai foriero di tragedie e tristezze; poi, radio e
telegiornali, l'una dopo l'altra a martellarci di notizie, dettagli,
immagini già viste decine di volte. Poi i commenti, le reazioni dei
politici, dei militari, dei vari 'uomini della strada'. Un altro kamikaze si
è, come loro dicono, 'immolato' a pochi chilometri da noi, in una zona
abitata per lo più da arabi israeliani, contadini in parte ma anche
'riserva' di mano d'opera per l'industria di qui: la grossa cartiera e la
fabbrica di pneumatici più l'ospedale regionale, oltre a maestri, impiegati,
e così via. Poche ore dopo lo scempio, ho avuto occasione di partecipare a
una sorta di brindisi che nella cartiera della quale sono un pensionato si
usa indire due volte l'anno: per Rosh ha-Shanah, il nostro Capodanno,
e Pesach, la nostra Pasqua. Riuniti tutti, operai, impiegati,
dirigenti. A un tratto mi sento abbracciare: Omar! un po' imbiancato anche
lui, ma sempre aitante e festoso. Piccola storia: trent'anni fa, agli inizi
del lavoro di raccolta della carta straccia e del suo riciclo, ho
organizzato il servizio per Gerusalemme. Tutti i giorni un camion saliva la
mattina, andava al mercato e lì reclutava operai arabi giunti dai territori
per lavorare a giornata. Omar si distinse, e con l'andar dei mesi e degli
anni diventò responsabile delle operazioni di raccolta, poi comprò uno, due,
tre camion, e da allora si sostituì ai nostri automezzi. Giorno dopo giorno
scende o invia in cartiera la sua raccolta; non abita a Gerusalemme ma in
uno dei villaggi adiacenti che sono contestati dai politici. Come lui,
altri.
È una micronotizia accanto a una macrotragedia. Ma convivere, lavorare
insieme è possibile, oltre che essere NECESSARIO." E, a qualche giorno di
distanza: 9 aprile "Altre bombe umane sui nostri autobus, altre
case distrutte dai nostri tank ... No, non è questa l'Israele che volevamo
costruire, che credevamo di avere costruito. Sono constatazioni tristi di
una giornata dedicata al ricordo delle vittime della Shoah, e ulteriormente
funestata da lutti: perdita di 14 nostri richiamati dalla riserva, il
ferimento di molti altri, la morte di decine di palestinesi ... Se da un
lato, d'istinto, il pensiero va alle giovani vittime, alle loro famiglie,
dall'altro si cerca di capire, di trovare un perché.
Vengono in mente domande senza fine. Chi ha subito uno sterminio come la
Shoah deve trovarsi imputato di eccidio? obbligato a rappresaglie? seminare
odio? Quando vedo sugli schermi televisivi i nostri giovani soldati, i
compagni dei nostri figli impegnati in operazioni di polizia, di oppressione
o peggio, mi prende sconforto e rabbia. A questo volevamo educarli?
Sì, conosco l'alibi governativo e dei comandi militari, e certamente non
sono cieco di fronte al barbari attentati suicidi per uccidere più gente
possibile - leggo di una ragazza araba sedicenne che salta per aria con le
sue vittime ancora nell'età delle bambole - ... non per questo si sono
bonificate paludi, spietrate colline, piantati aranceti e vigneti, uliveti e
orti meravigliosi. Non per allevare una generazione di coloni fanatici, di
politicanti che rifacendosi a Dio vogliono distruggere, cancellare un
passato glorioso di illuminismo, di pensiero filosofico, di saggezza
profetica, di splendida cultura.
Uno dei motti della angosciata sinistra israeliana è 'Torniamo a essere
noi stessi'. Auguriamolo, a noi, ai nostri figli, a quei palestinesi che si
trovano a soffrire e a morire come noi."
Guido Lopez, scrittore.
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