"Lettera a un prete filopalestinese"  di  Bruno Segre
 

Pregate per la pace di Yerushalayim:
 coloro che ti amano godano tranquillità.

Salmi, 122,6

Caro don X.Y.,

grazie per il messaggio personale che mi hai inviato. Nel risponderti, cercherò di farmi capire con la massima chiarezza di cui sono capace. Tra operatori di pace (sono moralmente certo che anche tu intendi operare per la pace) occorre che vi sia dialogo, disposizione ad ascoltare l'altro e a confrontarsi con l'altro a viso aperto.

Prendo atto con piacere che ti consideri impegnato a stare dalla parte degli ultimi, dei perseguitati e dei 'senza terra' di tutto il mondo. Mi sembra perciò del tutto naturale che ti schieri a difesa della comunità cristiana di Palestina, e non penso, similmente, di doverti biasimare per il fatto che ti dichiari filopalestinese.

Anch'io spenderò qualche parola per presentare me stesso: lo farò sinteticamente poiché, essendo in età avanzata, non desidero tediarti con racconti prolissi. Sono un ebreo italiano nato nel 1930, in pieno regime fascista. Un vincolo di lealtà mi lega alle istituzioni democratiche e alla Costituzione repubblicana che reggono l'Italia da oltre mezzo secolo. Il che significa che rimarrò antifascista sino alla fine dei miei giorni, anche perché conosco il fascismo molto bene e so che cosa significano la dittatura, l'assenza di libertà e la persecuzione, avendole subite di persona. Percepii il primo impatto nel 1938, quando fui bandito da tutte le scuole del Regno come cittadino 'di razza ebraica'. Capii allora di essere un piccolo giudeo che aspirava, senza averne più il diritto, a frequentare la quarta elementare ...

All'interno del nostro esiguo mondo ebraico (ignori forse che noi ebrei italiani siamo in tutto 27 mila, a fronte di un Paese con quasi 60 milioni di abitanti), io sono uno dei pochissimi che da anni sogliono confrontarsi con le frange ecumeniche delle varie Chiese cristiane. Personalmente coltivo con commossa reverenza la memoria del papa Giovanni XXIII: un uomo integro, che durante il suo brevissimo pontificato ebbe l'onestà e l'audacia di imprimere un cambiamento radicale nel rapporti cristiano-ebraici, sconfessando quell' 'insegnamento del disprezzo' che per quasi duemila anni ha contrassegnato la catechesi della sua (e tua) Chiesa nei confronti degli ebrei.

Ma veniamo al Vicino Oriente. Non so quanto approfondita sia la tua conoscenza della realtà di quella regione. lo ho la presunzione di conoscerla abbastanza bene. Sono stato lì una prima volta, per un intero mese, nell'estate del 1961, ossia la bellezza di quarantun anni fa, e poi vi sono ritornato enne volte, allacciando rapporti fraterni con persone appartenenti alle due etnie che ora, purtroppo, si stanno massacrando a vicenda. Coordino da oltre un decennio le attività dell'associazione 'Amici italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam', e in questa veste sto facendo da un paio d'anni il giro d'Italia, chiamato ovunque da scuole, Comuni, parrocchie, biblioteche, associazioni culturali eccetera, a recare testimonianza di quello che nel Villaggio si continua a fare (nonostante tutto) per educare israeliani e palestinesi, giovani e meno giovani, alla pace.

Spesso mi confronto pubblicamente con palestinesi che vivono in Italia. E figùrati se non provo rispetto per le loro tribolazioni, se non capisco i loro sentimenti di rabbia e frustrazione, le loro amarezze, i loro risentimenti. Ti assicuro però che mi è molto più agevole relazionarmi con i vari palestinesi che mi accade d'incontrare, che non con i numerosi italiani che - senza mai essersi dati la pena di studiare e capire in tutta la sua complessità la tragedia in atto nel Vicino Oriente - utilizzano strumentalmente il loro ostentato sostegno alla causa palestinese per finalità che, con quella causa, nulla hanno da spartire. Aggiungo che le rivendicazioni e gli stati d'animo dei palestinesi sono una cosa, mentre qualcosa di totalmente diverso sono i contenuti - spesso pericolosamente deliranti - della loro propaganda. (Lo stesso discorso vale, ovviamente, per gran parte della propaganda israeliana). Ma crédimi, caro don X.Y., rischiamo di rendere un pessimo servizio ai palestinesi se prendiamo per oro colato e rimettiamo supinamente in circolazione la troppa spazzatura, grondante antisemitismo, che viene fabbricata dai loro servizi d'informazione.

E allora, onde avviare questo mio discorso a una conclusione (s'intende, provvisoria), ritengo che, se vogliamo aiutare davvero i contendenti a riaprire qualche ponte (magari piccolo) di comunicazione, li dobbiamo innanzitutto dissuadere dal demonizzarsi a vicenda. "Per costruire la pace (mi hai scritto) non si può essere equidistanti". Ebbene, l'atteggiamento che io mi permetto in tutta amicizia di chiederti non è quello dell'equidistanza - neppure io sono equidistante -, bensi quello di un indispensabile equilibrio. Quell'equilibrio che dovrebbe metterti al riparo dalla tentazione di esprimere giudizi 'manichei': tutto il nero da una parte, tutto il bianco dall'altra.

Il còmpito prioritario di chi vuole lavorare per la pace nel Vicino Oriente è attualmente quello di mettere un freno alle violenze reciproche, impedendo a israeliani e palestinesi di continuare a uccidersi a vicenda: anche perché nessuno dei contendenti è in grado di risolvere il conflitto con la forza delle armi. E allora ti domando: come speri di riuscire a lavorare seriamente per la pace se, oltre a essere filopalestinese, non sei anche, almeno un po', filoisraeliano? T'è mai capitato negli ultimi mesi di compiangere gli israeliani assassinati a decine dai cosiddetti kamikaze, o di rivolgere un pensiero di umana solidarietà verso i cittadini d'Israele ai quali, in séguito agli attentati terroristici, accadrà di rimanere mutilati per il resto della vita (molti di loro sono bambini: ebrei sì, ma anch'essi figli di Dio)? Non t'è mai venuto il dubbio che coloro i quali persuadono ragazzini innocenti a trasformarsi in bombe umane mediante un indottrinamento farcito di argomenti pseudo-religiosi, sono in realtà dei criminali che utilizzano senza scrupoli l'Islam per scopi profondamente ignobili e distanti dallo spirito stesso dell'Islam?

Oggi le società civili israeliana e palestinese sono, l'una e l'altra, in ginocchio e in preda alla più profonda disperazione per colpa del cinismo spietato delle loro leadership, che si fanno la guerra sulla pelle delle rispettive popolazioni. Noi che siamo fisicamente fuori della mischia dobbiamo cercare, a mio giudizio, di restituire a uomini e donne dei due popoli un minimo di speranza, affinché trovino l'energia necessaria per esprimere dei leader che li riportino sul cammino della riconciliazione. Ma finché vi sarà violenza, prevarranno forze che non amano la pace, e che continueranno a esercitare su entrambe le popolazioni un'egemonia funesta.

E per ora chiudo qui, con un caro saluto.

Bruno Segre, storico; presidente degli 'Amici italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam'.