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"La
Legge parla con più voci" di Rav David Ellenson
Persino nel bel mezzo dell'attuale crisi che scuote lo Stato d'Israele
mettendone a repentaglio la sicurezza, vi sono ebrei che battagliano fra
loro a proposito della definizione dell'identità ebraica. Nel febbraio 2002,
la Suprema Corte d'Israele ha stabilito che il ministero dell'Interno sia
tenuto a registrare come ebrei quei soggetti che in Israele siano stati
convertiti all'ebraismo da tribunali rabbinici reform e
conservative. Non v'è dubbio: ancora una volta il dibattito su 'chi è
ebreo' - che agita il mondo ebraico da oltre un decennio - appare destinato
a fungere da punto focale di divisione fra gli ebrei e fra le diverse
correnti religiose dell'ebraismo, sia in Israele che nella diaspora.
Nell'articolo che pubblicò su The Jerusalem Report il 22 aprile 2002,
Rav Avi Shafran dava per implicita, in tema di identità ebraica e di
conversione, l'esistenza di una posizione ortodossa monolitica, e si
dichiarava convinto che la halakhah (la Legge ebraica) parlasse con
un'unica voce. Secondo il rabbino, è questa la voce che lo Stato di Israele
dovrebbe privilegiare nei confronti delle posizioni sostenute dai movimenti
dell'ebraismo liberal, in quanto "soltanto un univoco criterio circa le
questioni che hanno attinenza alla vita delle persone può garantire il
mantenimento della coesione sociale necessaria per il futuro dello Stato
ebraico." E in effetti, il criterio riguardo alla conversione e
all'identità ebraica, proposto dall'establishment ortodosso
israeliano, tende a essere monolitico. Con estrema rigidezza, cioè senza
compromessi, esso asserisce che, secondo la Legge ebraica, la premessa
necessaria per la conversione è costituita dall'impegno a osservare tutti e
613 i comandamenti. La conversione viene negata anche nel caso di bambini
gentili adottati da genitori ebrei non osservanti, giacché è improbabile che
tali bambini - in quanto cresciuti in ambienti non osservanti - siano
osservanti. E infine, i rabbini ortodossi che sostengono queste posizioni
sono soliti asserire che la conversione indotta da una motivazione
recondita, 'di secondo livello' - quale potrebbe essere il matrimonio con un
ebreo -, preclude la possibilità d'essere accettati in seno alla comunità
ebraica. Se è vero che la Legge ebraica offre indubbie motivazioni a
disposizioni di questa natura, esse non esauriscono peraltro l'intero
ventaglio dell'opinione halakhica. Anzi, su tali questioni la Legge ebraica
si esprime con una pluralità di voci autentiche - anche all'interno del
campo ortodosso -, e il pubblico ebraico dovrebbe esserne edotto. Per
esempio, gli scritti legali del rabbino ortodosso David Tzvi Hoffmann
(1843-1921) che, alla testa del Seminario rabbinico ortodosso di Berlino,
era la massima autorità legale dell'ebraismo tradizionale dei tempi suoi,
presentano un punto di vista completamente differente. Nel suo Melammed
Leho'il Rav Hoffmann cercava di individuare, nell'àmbito della Legge
ebraica, precedenti ispirati a indulgenza, che egli utilizzava quali pezze
giustificative per far prevalere un atteggiamento morbido riguardo a
matrimoni misti e a conversioni: una posizione che egli considerava più
idonea a soddisfare le esigenze espresse dal tessuto sociale ebraico nei
tempi moderni. Nel caso della conversione motivata dall'intenzione di
sposare un ebreo, Rav Hoffmann osservava che due maestri del Talmud - Hillel
e Rabbi Hiyya - approvavano le conversioni nei casi in cui i gentili avevano
motivi reconditi. E in effetti, sono proprio questi i precedenti dai quali
ha tratto origine il principio rabbinico secondo cui "tutto dipende dal
giudizio del tribunale rabbinico": un principio che concede ampio spazio di
manovra alle autorità rabbiniche quando si affannano a risolvere casi
giuridici di questa natura secondo modalità ebraiche autentiche e umane.
Rav Hoffmann fece ricorso a questo principio per concedere ai partner non
ebrei di donne e uomini ebrei la facoltà di convertirsi all'ebraismo, anche
quando era evidente che non avrebbero seguito tutti gli obblighi della Legge
ebraica. In un tempo e in un ambiente in cui le relazioni sociali fra ebrei
e gentili erano comuni, egli riteneva che fosse nell'interesse della
comunità ebraica ammettere tali conversioni, poiché un simile abbraccio
avrebbe tenuto i partner ebrei e la loro progenie all'interno dell'ovile
ebraico. Altre personalità eminenti dell'ortodossia moderna, come il
rabbino aschenazita David Horowitz nel suo Imrei David e il primo
grande rabbino capo sefardita di Israele, Rav Ben Zion Meir Hal Ouziel,
espressero opinioni identiche. Inoltre, rabbini come Marcus Horowitz di
Francoforte (1844-1910) e Tzvi Hirsch Kalischer (1795-1874) di Thorn
asserivano che il convertire i bambini nati da madre non ebrea e da padre
ebreo era un comandamento che si imponeva al tribunale rabbinico anche nei
casi in cui era improbabile che tali bambini diventassero, da adulti, ebrei
osservanti. Per dirla con le parole di Rav Kalischer - uno dei grandi
precursori del sionismo religioso -, in un suo responso del 1862: "Forse fra
di loro sorgeranno grandi capi religiosi". Queste fonti stanno a indicare
che non esiste un criterio univoco espresso dalla Legge ebraica sulle
tematiche delle conversioni e dell'identità degli ebrei. Qui come in molti
altri campi, la Legge ebraica è flessibile e duttile. L'establishment
ortodosso dovrebbe essere tanto onesto, almeno sul piano intellettuale e su
quello religioso, da ammettere che non v'è alcun criterio monolitico della
Legge ebraica che impedisca al rabbinato dello Stato d'Israele di adottare
una posizione meno esclusiva. Il suo atteggiamento attuale non è imposto
dalla Legge ebraica, ma riflette un giudizio sociologico che privilegia
regolamenti più rigidi come il modo migliore per preservare la tradizione
ebraica in tempi di diffusa non-osservanza. Io sono incline a sostenere
che le interpretazioni più ampiamente inclusive della Legge ebraica proposte
dalla maggior parte dei rabbini conservative, reform e
reconstructionist sulle questioni attinenti alla vita delle persone -
interpretazioni che, peraltro, non sono difformi da quelle ortodosse che ho
citato -, rispondono alle esigenze degli ebrei di Israele e della diaspora
in modo più stringente di quelle fornite attualmente dalle autorità
ortodosse. Lo Stato di Israele farebbe bene ad ascoltare le loro parole.
Da: The Jerusalem Report, 1 luglio 2002, per gentile concessione
(traduzione a cura di Eleonora Heger Vita)
Rav David Ellenson è il presidente del Hebrew Union College -
Jewish Institute of Religion.
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