L e  r e c e n s i o n i

"Vocabolario minimo del dialogo interreligioso"  di Brunetto Salvarani
Edizioni Dehoniane, Bologna 2003, pp. 114, € 8,00
 

Questa recentissima fatica di Brunetto Salvarani parla un linguaggio antico.

La cronaca mondiale dei nostri giorni, con il suo supposto scontro di civiltà, fa apparire l'incontro tra le fedi abramitiche una questione nuova, inedita, sponsorizzata da un certo mondo cattolico pacifista, aperto alla cultura ebraica e musulmana in nome dell'unico Dio. Ma questa volontà di conoscenza dell'altro da sé religioso, così simile a sé come un fratello, eppure così lontano da sembrare un nemico, è un bisogno che la cultura occidentale avverte da lungo tempo. E ha radici proprio in quel Medioevo considerato buio, secondo lo stereotipo dello storicismo illuminista, in cui però intellettuali, scrittori, poeti e teologi immaginavano l'Europa e il Vicino Oriente come un'unica terra da cui scrutare gli interrogativi del cielo.

Il Libro del gentile e dei tre saggi, citato da Salvarani, è uno degli esempi più luminosi di interreligiosità medievale: fu scritto da Raimondo Lullo, monaco spagnolo francescano contemporaneo di Dante, studioso dell'ebraico e dell'arabo, l'inventore del calcolo combinatorio.
Racconta la storia di un pagano angosciato dal pensiero della morte, che vaga disperato per una selva di dantesca memoria. Lì incontra tre saggi, uno ebreo, uno cristiano, uno musulmano, con cui discute di virtù umane e teologali. La modernità del testo sta nel fatto che i tre savi non specificano a quale religione appartengono, ma semplicemente l'uno continua il discorso dell'altro senza distinzione di sorta: alla fine si congedano dal pagano senza chiedergli un atto di conversione a una confessione, perché la Legge divina è una e va oltre le divisioni. Solo così il gentile ritrova la serenità recuperando la fede in Dio e nell'immortalità dell'anima.

Stesso tema, in termini più prosaici ma non meno efficaci, è posto nella 'favola dei tre anelli' del Decamerone, che rielabora un antico racconto ebraico: la questione su quale delle tre leggi, l'ebraica, la cristiana e la musulmana, sia la più vera, è risolta dal Boccaccio con la storia di quel padre che aveva tre figli molto amati e, non volendo fare un torto a nessuno dei tre, fa fondere altri due anelli uguali a quello che sarebbe spettato per eredità al migliore. In questo modo ciascuno dei figli crede di essere il prediletto. E così è per le fedi abramitiche, spiega lo scrittore fiorentino: "ciascuno la sua eredità, la sua vera Legge, et i suoi comandamenti si crede avere a fare; ma chi se l'abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione".

E la questione oggi è aperta più che mai se è vero, come dice Salvarani, che esiste una verità religiosa che ci trascende: "trascende le nostre Chiese, le nostre comunità, i nostri movimenti, le nostre associazioni". Perché c'è nel dialogo interreligioso un punto in cui è possibile sospendere ogni certezza dogmatica, per "interrogarci a lungo, senza paure di non giungere a tempo a fornire le risposte corrette". Così, il bisogno di un incontro tra le fedi oggi si riscopre nuovo e più ricco, nutrito dalla crisi della modernità, dalla fine del pensiero forte, dalla minaccia di nuovi integralismi sbandierati a oriente come a occidente, dalla voglia di pace e di testimoniare un'appartenenza religiosa arricchita dal confronto con la diversità. È necessario allora rintracciare, come fa Salvarani, una nuova fenomenologia del dialogo, che recuperi un linguaggio antico in chiave postmoderna, interrogandosi sul rapporto tra identità e differenza, passione e ragione, psiche e gestualità, ascolto e conoscenza, verità dogmatica e verità narrativa. Chiedersi se sia possibile costruire un'etica in cui la persona nella sua interezza sia proiettata verso la scoperta dell'altro da sé. E da qui ritrovare l'attualità del messaggio del Vangelo, i grandi insegnamenti dei maestri del Talmud, e verificare quanta strada tracciata dal Concilio Vaticano II sia ancora da fare. Non si tratta certo di un cammino facile: ma è necessario percorrerlo, come consigliano i nativi d'America, indossando ciascuno i mocassini del proprio vicino, perché questo è l'unico modo, dice Salvarani, per capire la strada degli altri e da lì ritrovare se stessi in un autentico rapporto con Dio.

Ai tempi di Boccaccio, di Dante e di Lullo, girava per l'Europa anche un'altra storia che denunciava una totale sfiducia nella possibilità che la pace in terra rispecchiasse quella dei cieli. Si diceva che Mosè, Cristo e Maometto, non fossero stati altro che tre impostori, capaci di imbrogliare la gente con le loro arti magiche, ed era per questo che ora il mondo era scosso da terribili conflitti. Ma poi si raccontava anche che a inventare questa storia fosse stato quel matto di re Federico II di Svevia, che nella sua corte di Palermo dava pari dignità a ebrei, cristiani e musulmani, e con tutti loro discuteva a lungo di teologia. Era anche un re guerriero, ma che non aveva nessuna voglia di fare le crociate. Quando però gli toccò di andare a liberare il Santo Sepolcro, perché proprio non ne poteva fare a meno, entrò a Gerusalemme senza spargimento di sangue e parlò pacificamente con il sultano, come poco prima aveva fatto San Francesco. Poi fece una passeggiata sulla spianata del Tempio per vedere la grande moschea e ascoltare le preghiere musulmane. E se ne tornò a sera pensieroso verso la basilica del Santo Sepolcro, in compagnia di due templari che non facevano altro che criticarlo.

Maria Cristina Mannocchi