"Gott mit uns: l'ABC dell'odio"  di  Bruno Segre
 

Io ti ho posto davanti la vita e la morte,
la benedizione e la maledizione;
scegli dunque la vita,
affinché tu viva, tu e la tua discendenza
.
Deut., 30,19

[Ben Zoma disse] Chi è onorato?
Colui che onora gli altri uomini;
poiché è detto, Io onoro quelli che mi onorano,
e coloro che mi disprezzano
saranno disprezzati [I Sam. 2,30]

Pirqé Avot, iv, 4
 

Nella primavera del 2004, la leadership di Hamas fu retta per qualche settimana da Abdel Aziz al-Rantisi prima che costui cadesse vittima, per mano degli israeliani, di un 'omicidio mirato' simile a quello che aveva ucciso lo sceicco Yassin, suo predecessore. In quel breve lasso di tempo, Rantisi ebbe pochissime occasioni per esprimersi pubblicamente. In una di queste, davanti a 5 mila persone radunate all'Università islamica di Gaza dichiarò: "Sappiamo che Bush è il nemico di Dio, il nemico dell'islam e dei musulmani. L'America ha dichiarato guerra a Dio, Sharon è in guerra contro Dio, e Dio è in guerra contro l'America, contro Bush e contro Sharon. Dio continuerà a battersi contro di loro, e prevedo che la sua vittoria avrà luogo in Palestina per opera di Hamas."

A Baghdad, nel maggio scorso, un ventiseienne americano di Filadelfia, di nome Nicholas E. Berg, ebreo praticante, fu sequestrato, sgozzato e decapitato da un gruppo di fondamentalisti islamici capeggiato da Abu Musab al-Zarqawi, il giordano ai cui ordini, si dice, combattono i guerriglieri di al Qaida in Iraq. Secondo quanto riferiscono le cronache - confortate dalle immagini agghiaccianti offerte da un filmato ripreso dagli stessi assassini e diffuso su Internet dal sito www.ansar.biz -, gli uomini del commando terrorista portarono a compimento l'esecuzione al grido di "Allah è grande". Lo stesso tipo di supplizio - comminato e consumato in base all'imperativo integralista di 'ripulire il mondo islamico dagli infedeli' - venne in séguito inflitto ad altri 'cani infedeli' (non necessariamente americani ed ebrei), mentre in precedenza, ai tempi della guerra in Afghanistan, con analoga modalità era stato abbattuto il giornalista del Wall Street Journal Daniel Pearl.

Questa esaltata carneficina ha per teatro non più soltanto l'infido pantano irakeno, bensì quell'immenso, brutale mattatoio che chiamiamo 'Vicino Oriente' ma che, a ben vedere, è un'area a espansione 'tentacolare' nel senso che, oltre all'Iraq, all'Arabia Saudita e a Israele/Palestina, ingloba anche Paesi come la Cecenia, l'Afghanistan, il Pakistan, l'Iran, la Turchia, il Sudan, tutti i Paesi nordafricani affacciati al Mediterraneo a incominciare da Egitto e Algeria, nonché alcune regioni dell'ex Jugoslavia.

In quest'area si incontrano e si scontrano - con un'infinità di incroci ambigui e paradossali - poteri e popolazioni che fanno riferimento a tutte e tre le grandi espressioni del monoteismo abramitico: ebraismo, cristianesimo e islam. Penso che, all'interno dell'area, la complicatissima ragnatela dei rapporti politici, economici e socio-culturali continuerà sino al prossimo novembre a essere condizionata dalle vicende e dagli esiti della campagna elettorale in corso per eleggere (o rieleggere) il presidente degli Stati Uniti, la superpotenza neoimperiale.

Ma non è di questa né di altre scadenze che intendo discorrere nelle pagine che seguono. Mi interessa qui, piuttosto, fare qualche considerazione circa il progressivo ricorso, nel Vicino Oriente, a forme di 'violenza sacra' da parte di poteri, nazioni, popoli, gruppi umani (e relativi eserciti o corpi armati) che, nel combattersi ferocemente tra loro, sembrano accomunati da una medesima sventura, quella d'essere condotti - nell'era della globalizzazione - da leader miopi e provinciali, espressi da classi dirigenti che non hanno l'intenzione di, o forse la levatura per, vedere in grande: guide politiche di profilo culturale bassissimo, che tendono a sollecitare, in ciascuno dei confliggenti, pulsioni in chiave squisitamente 'tribalistica', associate alle forme di 'idolatria' che tutte le 'tribù' (anche quelle moderne) sogliono coltivare nel proprio seno. Mi riferisco in particolare al fatto di privilegiare - tra gli idola tribus - la più perversa e regressiva delle superstizioni: quella di disumanizzare l''altro', di ritenere che la vita e la morte dei figli della propria tribù abbiano un valore superiore alla vita e alla morte dei membri della tribù avversa. Ne deriva che molte delle dramatis personae coinvolte nella vicenda vicino-orientale cooperano ora, con cinico spirito d'emulazione, nel produrre un numero sempre più impressionante di vittime sacrificali.

Gott mit uns sembrano dichiarare con serena incoscienza - cioè con l'afflato ideale che anima tipicamente i crociati - tutti coloro che prendono parte a questa corsa folle verso la catastrofe: siano essi ebrei, cristiani o musulmani.

In àmbito islamico, la matrice della 'violenza sacra' - secondo la formula della 'jihad mondiale contro il potere egemonico dell'Occidente' - è il wahhabismo: un'ideologia sunnita tradizionalista, elaborata originariamente nella seconda metà del XVIII secolo da un oscuro mullah, Muhammad ben Adlil Wahhab, proveniente da un villaggio dell'Arabia centrale. La fortuna del movimento wahhabita coincise con la decadenza e la definitiva scomparsa dell'Impero ottomano; infatti, nell'area arabica esso divenne la corrente religiosa dominante dopo la fine della prima guerra mondiale; e negli anni Venti si offrì come vigoroso strumento politico nelle mani di una tribù aggressiva, la casata dinastica dei Saud, decisa a ritagliarsi un regno sulle spoglie di quello che era stato l'Impero ottomano. Sin d'allora, il legame tra potere politico e potere religioso, cioè il carattere religioso dell'alleanza tra la famiglia reale e gli ulema, si pose come parte integrante della legittimità della dinastia reale saudita. E ancora oggi, una delle linee-guida politiche della casata dei Saud è la propagazione dell'islam wahhabita nell'Arabia saudita e nel mondo.

I wahhabiti si distinsero da subito per la loro accesa intolleranza verso le altre correnti religiose dell'islam, facendo spesso ricorso alla violenza contro coloro che dissentivano dai loro orientamenti: si spinsero sino a distruggere la tomba del profeta Muhammad, a Medina, giacché ritenevano che il venerare quel sepolcro fosse un atto blasfemo, una sorta di implicita attribuzione di valenze divine a un essere umano, sia pure prescelto da Allah quale suo messaggero.

Il rigorismo wahhabita non impedì, tuttavia, che l'oro proveniente dai ricchissimi giacimenti petroliferi spingesse la monarchia saudita a legarsi ben presto, e molto strettamente, agli Stati Uniti d'America: un legame che, sia pure in termini molto ambigui e problematici, dura tuttora. Nei rapporti fra i due Paesi, uno snodo fondamentale fu la dichiarazione congiunta di Riyad (1943), in cui si affermava che "la difesa dell'Arabia Saudita è vitale per la difesa degli Stati Uniti". Da quel momento in poi, di fronte all'opinione pubblica mondiale gli americani ebbero modo di giustificare un crescente loro intervento nelle vicende del regno saudita sotto forma di capitali, di tecnici e consiglieri militari. Entrambe le parti avevano ottenuto il proprio scopo: gli Stati Uniti di disporre di enormi risorse petrolifere e di basi militari dalle quali estendere la propria influenza nella regione; i sauditi di essere protetti dapprima dall'ingerenza britannica e, successivamente, dalla minaccia sovietica.

La rivoluzione iraniana del 1979 riaprì nell'area del Golfo lo storico conflitto tra musulmani sunniti e sciiti: una contrapposizione che, in una prima fase, portò al tentativo degli sciiti iraniani di esportare la rivoluzione khomeinista nella penisola arabica e in Iraq, e poi - in conseguenza di tale tentativo - alla ritorsione a opera del regime irakeno del laico Saddam Hussein, sotto forma di 'guerra preventiva' contro l'Iran condotta con l'appoggio dei sauditi e degli Stati Uniti. Ma allorché un Iraq stremato dagli otto pesantissimi anni della guerra contro l'Iran decise di invadere e impadronirsi del Kuwait, gli Usa reagirono dando luogo al loro primo massiccio intervento militare nell'area del Golfo (1990/1991): un intervento che si lasciò dietro, quale eredità non secondaria, una presenza permanente di truppe statunitensi nella penisola arabica. Proprio questa presenza ha finito per rendere vieppiù virulenta l'avversione contro l'Occidente da parte delle correnti più radicali dell'islam.

Negli anni Ottanta la jihad antisovietica, organizzata e condotta da bande armate afghane con il sostegno della Cia e di mujaheddin arabi finanziati dalla casata dei Saud, cacciò dall'Afghanistan i russi e diede luogo a una generosa disseminazione di focolai wahhabiti in quella regione. E naturalmente, anziché portare un messaggio pro-occidentale e democratico, i mujaheddin di Osama bin Laden diffusero il verbo dell'islam estremista di matrice saudita. E quale diretta conseguenza di questa operazione, le milizie afghane di etnìa pashtun cambiarono pelle trasformandosi nel movimento dei talebani, i quali fecero di Wahhab il loro modello di vita. Alla fine della guerra, alcuni mujaheddin passarono nel Kashmir, in Bosnia, in Cecenia e in Indonesia, unendosi ai gruppi armati islamici locali; altri tornarono in Arabia Saudita, in Egitto, in Algeria e nel Sudan, dove rafforzarono le vecchie organizzazioni terroristiche e ne fondarono di nuove, cercando di fare proseliti. La Jihad islamica egiziana e la Gia algerina sono due delle loro creature. Nel loro insieme, questi gruppi armati si propongono di combattere per una causa comune: la creazione di una confederazione di Stati islamici fondamentalisti ( il 'Nuovo Califfato', come l'ha chiamato Osama bin Laden) obbedienti al credo wahhabita.

Alla metà degli anni Novanta, gli ulema sauditi esercitarono pressioni sulla monarchia perché riconoscesse la legittimità del regime talebano in Afghanistan, in un momento in cui i talebani avevano dato asilo a Osama bin Laden, nemico numero uno della famiglia reale saudita. E furono sempre gli ulema a impedire che il potere politico di Riyad mettesse sotto processo bin Laden allorché questi, allo scoppio della prima guerra del Golfo, accusò l'élite saudita al potere di avere tradito il wahhabismo permettendo il dislocamento delle truppe americane sul territorio saudita e di avere impedito a lui, a Osama, di organizzare una milizia araba per combattere Saddam.

Documenti sauditi e palestinesi resi noti nell'aprile 2002 (erano stati trovati nel quartier generale del Tulkarem Charity Committee, un'organizzazione con base nei Territori palestinesi e collegata a Hamas) dimostrano che i sauditi, attraverso i canali della beneficenza, continuano a finanziare attentatori suicidi e altre attività terroristiche.

Ma come attestano le pazienti ricerche sui rapporti tra finanza internazionale e terrorismo condotte dall'economista anglo-italiana Loretta Napoleoni, a sostenere gli attivisti wahhabiti e a finanziare i gruppi armati islamici non sono le opere di beneficenza, bensì le banche islamiche: istituzioni legittime sparse in tutto il mondo musulmano, una rete vastissima, intricata e quasi impenetrabile di consociate, banche corrispondenti e istituti finanziari. Create verso la fine degli anni Settanta - dopo che la prima crisi del petrolio aveva generato un massiccio afflusso di capitali in Arabia Saudita e in altri Paesi produttori di greggio - le banche islamiche sono il prodotto di una singolare alleanza tra l'emergente borghesia saudita e l'élite religiosa wahhabita.

Da quasi vent'anni le enormi risorse dei sauditi pagano, in tutti i Paesi con presenze significative di musulmani sunniti, la costruzione di moschee e madrase, le scuole religiose in cui vengono indottrinati i giovani, dove si studiano esclusivamente il Corano e la legge coranica. In esse i mullah wahhabiti predicano e insegnano una visione bellicosa dell'Islam. Ed è chiaro che il messaggio violento e radicale del wahhabismo - orientato anche a sottrarre le giovani leve all'influenza dell'Iran sciita - sta raggiungendo le popolazioni musulmane in una fase storica in cui gran parte di esse sono alle prese con una crescita demografica eccezionale e con tassi di sviluppo economico tra i più bassi del mondo. Molti giovani, privi di concrete prospettive di lavoro e socialmente frustrati, rispondono con entusiasmo affollando le moschee e le madrase e andando poi, in alcuni casi, ad arruolarsi nei nuovi gruppi armati. Cosicché il fondamentalismo dei wahabbiti è oggi diventato l'ideologia unificatrice dei combattenti islamici, analogamente a quello che fu il marxismo-leninismo per i comunisti.

È chiaro che la cosiddetta 'guerra dell'Occidente al terrorismo transnazionale' è destinata a protrarsi indefinitamente fintanto che l'Arabia Saudita continuerà a godere di un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti. Il fatto è che, da decenni, tutte le amministrazioni americane vendono armi ai sauditi, considerati i principali alleati dell'America contro l'Iran, fornendo al tempo stesso alla famiglia reale uno speciale 'ombrello protettivo' contro un'opposizione interna forte e violenta. Tra il 1990 e il 1999 il governo saudita ha versato ai fabbricanti di armi americani 30 miliardi di dollari per armamenti. I sauditi hanno anche offerto un sostanzioso aiuto alla politica estera americana con il mantenere relativamente stabile il prezzo del petrolio. Durante la recente guerra in Iraq, hanno aumentato la produzione di greggio di mezzo milione di barili al giorno. Assieme al Kuwait e agli Emirati Arabi Uniti, i sauditi compensano e anzi superano la quota irakena.

Il personaggio che ha consentito alla diplomazia di Riyad di raccogliere negli Stati Uniti i più brillanti successi è il principe Bandar ibn Sultan, che da molto tempo regge l'ambasciata saudita a Washington e da vari anni è, in pratica, un membro della famiglia Bush. Preoccupato di cementare le amicizie con tutti i presidenti e le amministrazioni Usa entranti e uscenti, il principe Bandar emula i suoi antenati beduini elargendo fiumi di danaro a tutto l'arco politico statunitense. Ma la generosità saudita ha un evidente debole per il Partito repubblicano. Nell'agosto 2002 Bandar fu uno dei quattro stranieri invitati a colazione nel ranch texano di George W. Bush; gli altri tre erano tutti capi di Stato. Quando, sul finire dell'11 settembre 2001, si diffuse la notizia che 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi, la Casa Bianca e l'ambasciata saudita si diedero subito da fare per contenere i danni collaterali. Per tutto il mese di settembre il Presidente comparve in pubblico in compagnia del principe Bandar e di diversi altri membri dell'establishment musulmano negli Stati Uniti e dell'agiata e conservatrice comunità arabo-americana, che avevano contribuito con generosità alla sua campagna presidenziale. Paradossalmente, molti di loro avevano e hanno legami anche con gruppi dell'islam estremista.

E a questo punto mi domando se e come riuscirà George W. Bush - in un difficilissimo anno di elezioni presidenziali, per giunta turbato dagli sviluppi disastrosi della campagna militare in Iraq - a conciliare i rapporti ambigui che lo vincolano all'élite wahhabita di Riyad con il fatto che lo zoccolo duro del suo elettorato è costituito dagli amici americani (ebrei e non ebrei) della destra politica e religiosa israeliana, ma soprattutto dalla composita galassia della destra cristiana (fondamentalisti evangelici, avventisti, cattolici reazionari, 'cristiani rinnovati' o 'rinati', pentecostali e carismatici): una galassia che conta varie decine di milioni di persone e che, nel suo complesso, è animata da vigorosi sentimenti anti-islamici.

Il percorso religioso di Bush è conosciuto. Nato in una famiglia episcopaliana, scopre la fede in séguito al matrimonio, diventando metodista. A quarant'anni decide di smettere di bere: una scelta che Laura, la moglie, lo induce a consolidare facendogli riscoprire il rapporto con Dio e spingendolo a partecipare ai corsi biblici del Community Bible Study. E poi, da presidente, adotta un severo costume personale che contempla la sveglia quotidiana in orari monastici, la lettura mattutina della Bibbia, la riflessione e la preghiera in solitudine prima delle decisioni politiche cruciali. La guerra al terrorismo è la missione che gli compete di compiere; lo afferma in più occasioni, a Washington. I suoi discorsi sono disseminati di riferimenti religiosi: "Un angelo corre nel turbine e dirige la tempesta", "Dio non è neutrale", "il conflitto è fra il Bene e il Male", "le tenebre non avranno ragione di noi", "lo straordinario potere dell'idealismo e della fede del popolo americano".

Nel suo discorso sullo Stato dell'Unione del gennaio 2003 dichiara fra l'altro: "Dobbiamo anche ricordarci che la nostra missione, in quanto nazione benedetta, è quella di rendere migliore il mondo. [...] Ci sacrifichiamo per la libertà degli altri popoli. [...] La libertà che tanto stimiamo non è il dono dell'America al mondo; è il dono di Dio all'umanità. Non pretendiamo di conoscere tutte le vie della Provvidenza, ma in questa crediamo, riponendo la nostra fiducia nel Dio misericordioso che regna su tutta la vita e tutta la storia."

Arrivato alla Casa Bianca, nomina ministro della Giustizia John Ashcroft, secondo il quale "in America non c'è altro re al di fuori di Gesù", e si circonda di collaboratori devoti alla fede, come Condoleezza Rice e la texana Karyn Hughes, costantemente al suo fianco sin da quando era stato eletto governatore. Bush e i suoi più stretti collaboratori e amici fanno parte di un movimento religioso che sta profondamente cambiando gli Stati Uniti, mettendo in crisi tutte le Chiese cristiane tradizionali, compresa quella cattolica. Uno studio realizzato nel 2002 dal Hartford Seminary afferma che le congregazioni evangeliche costituiscono il 58 per cento delle nuove comunità religiose formatesi in America a partire dagli anni Novanta. Il principale consigliere politico di Bush, Karl Rove, sostiene che le comunità evangeliche non contano abbastanza nel panorama politico americano. Secondo i suoi calcoli, circa 20 milioni di cittadini sono 'cristiani rinnovati' ma, di questi, quattro milioni non hanno votato alle ultime elezioni. Si tratta di un serbatoio di consensi potenziali da far crescere e portare alle urne, così da aumentarne il peso politico.

Negli Stati Uniti, i fondamentalisti cristiani non costituiscono più una minoranza sparuta (per quanto rumorosa e aggressiva), ma sono ormai un settore ampio della popolazione con cui occorre fare i conti. Quando Bush descrive la guerra contro il terrorismo come una "battaglia contro il Male", sa molto bene quello che fa, come lo sapeva il suo predecessore Ronald Reagan quando definiva l'Unione Sovietica l'"impero del Male": conferisce al proprio agire politico quell'indispensabile (e utilmente vaga) dimensione religiosa che soddisfa le sensibilità del suo elettorato.

Secondo sondaggi del 2002, un quarto degli americani ritiene che ciò che accadde l'11 settembre 2001 fosse stato previsto dalla Bibbia. E il 59 per cento pensa che le profezie circa la fine dei tempi contenute nell'Apocalisse di Giovanni siano destinate ad avverarsi. Fra i banditori cristiani della fine dei tempi, non pochi manifestano una simpatia, invero molto ambigua, per la politica dei 'falchi' israeliani. Esemplare a questo riguardo è il caso del reverendo Mike Evans, un predicatore evangelico cui si deve la pubblicazione in anni non lontani di un saggio intitolato Jerusalem Betrayed ("Gerusalemme tradita"). Secondo Evans, il processo di pace tra israeliani e palestinesi è il frutto di "una macchinazione internazionale volta a sottrarre Gerusalemme agli ebrei . . . Dietro la cricca internazionale dei congiurati vi è un cospiratore che, da leader, conduce il giuoco"; e si tratterebbe dell'Anticristo, non ancora venuto allo scoperto. Con tipica ambivalenza, Evans auspica che il processo di pace, che egli considera diabolico, venga efficacemente contrastato. E pertanto preannunzia una guerra finale su suolo israeliano talmente tremenda e devastante che il sangue invaderà "la valle del Giordano e scorrerà per tutta la lunghezza del Mar Morto, e di lì . . . attraverso l'intero Negev fino a Eilat". Poiché, tuttavia, Evans considera che tali sconvolgimenti costituiscano il preludio al secondo avvento di Gesù, egli invita il suo pubblico "a pregare con zelo per l'adempimento" della profezia.

Ancora più esplicito è il predicatore televisivo John Hagee, uno degli esponenti delle Chiese evangeliche americane che nel gennaio 1998 ottennero un incontro con Benjamin Netanyahu mentre era in visita a Washington. Nel suo bestseller Beginning of the End: The Assassination of Yitzhak Rabin and the Coming Antichrist ("L'inizio della fine: l'assassinio di Yitzhak Rabin e l'Anticristo che sta per arrivare"), Hagee scrive: "Fondandomi sulle parole dei profeti d'Israele, sono convinto che il processo di pace nel Vicino Oriente condurrà alla guerra più rovinosa che Israele abbia mai conosciuto. Dopo quella guerra, verrà il Messia atteso per tanto tempo".

Degne di menzione sono infine le esternazioni della Chiesa Battista del Calvario, una congregazione attiva nel Michigan. Tale Chiesa gestisce un sito web nel quale, fra l'altro, si proclama che "l'ultima generazione umana ebbe inizio nel 1967, allorché gli israeliani ripresero il possesso di Gerusalemme". Più avanti si afferma che Gesù Cristo ritornerà quando il mondo avrà raggiunto l'età di 6 mila anni, e "l'intervallo temporale tra Adamo ed Eva e Gesù è pari a 4 mila anni". Ergo: "Il secondo avvento del Cristo avrà luogo attorno al 2000". Particolarmente significativo è un passaggio nel quale i battisti del Michigan parlano dell'elezione di Netanyahu a primo ministro come della "mano di Dio che ordina le faccende degli uomini in modo che adempiano le Sue finalità . . . Netanyahu riedificherà il Tempio. Ciò segnerà l'inizio di una guerra totale tra Israele e le nazioni arabe".

Indubbiamente, molte delle prese di posizione cristiane che si pretendono filo-israeliane traggono spunto da una lettura fondamentalista delle Scritture, propensa a cogliervi la profezia secondo cui il ritorno del popolo ebraico alla terra dei padri - con annessa la riedificazione del Tempio distrutto dai romani nel 70 e.v. - costituirebbe un preliminare indispensabile al secondo avvento del Cristo, in coincidenza con il quale gli ebrei riuscirebbero finalmente a "vedere la luce" e, accettando la natura divina di Gesù, salverebbero se stessi e il resto dell'umanità.

In una prospettiva di questo genere, la convinzione secondo cui l'ultimo atto della storia umana debba avere inizio attorno all'anno 2000 può, per un verso, attrarre a Gerusalemme gruppi animati da ardore profetico e intenzionati a compiere un estremo tentativo di convertire al cristianesimo gli ebrei: con esiti destinati a suscitare fra gli ebrei stessi, e non soltanto in Israele, reazioni particolarmente violente. E per un altro verso può amplificare i timori, nutriti da alcuni circoli islamici, che a Gerusalemme gli ebrei stiano davvero tramando di edificare il Terzo Tempio sulle rovine della Cupola della Roccia e della moschea al-Aqsa.

È un fatto che in Israele, in séguito ai fatidici sei giorni della guerra del 1967, la riedificazione del Tempio si è proposta come uno dei temi che gli ebrei religiosi hanno più ampiamente e continuativamente dibattuto, spinti a discuterne, anch'essi, dall'affacciarsi qua e là della convinzione che i tempi della redenzione messianica siano ormai prossimi.

In effetti la ricostruzione del Tempio, che trova menzione nella quotidiana preghiera ebraica delle "Diciotto benedizioni", rappresenta nell'economia della redenzione messianica l'acme, il coronamento, il momento conclusivo. E proprio per ciò, fra i rabbini prevale un atteggiamento di grande prudenza, che si esprime sostanzialmente nella convinzione che, per avviare la ricostruzione del Tempio, nessuna delle condizioni previste dalla halakhà sia chiaramente visibile, almeno per il momento. E del resto, quasi tutte le yeshivot ortodosse e lo stesso Gran Rabbinato israeliano ritengono che, fintanto che il Messia non si sia manifestato, la halakhà vieti agli ebrei l'accesso alla spianata del Tempio. Rav Theodore Friedman, presidente del Comitato per la halakhà dell'assemblea dei rabbini israeliani di rito conservative, si spinge sino a sostenere che l'idea della riedificazione del Tempio "ha un valore puramente simbolico, è una semplice metafora della reintegrazione nazionale degli ebrei".

Sul versante opposto, però, troviamo le frange più radicali della destra religiosa israeliana, che negli ultimi tempi sono andate accentuando il loro già pericolosissimo agitarsi, e per le quali il tema del Terzo Tempio costituisce un'autentica ossessione. Sulla base di una rilettura unilaterale e distorta della tradizione, questi corifei di un sionismo religioso radicale propugnano una teologia mistico-messianica che fa del possesso dell'intera Eretz Yisrael biblica l'elemento centrale del proprio messaggio. Animati da una concezione violentemente antinomica e catastrofica della storia, e convinti che l'esercizio di un potere ebraico sulla totalità della terra d'Israele rappresenti un segnale della prossimità dei tempi messianici, si propongono come araldi di azioni che, in quanto intese a portare luce nelle tenebre, dovrebbero affrettare le "doglie del Messia", il parto della redenzione.

Negli ultimi quindici anni, l'apocalittica radicale di queste frange di fanatici nazional-religiosi si è espressa soprattutto in due episodi di criminale ferocia: la strage di Hebron per mano del "colono santo" Baruch Goldstein, leader dell'insediamento di Kyriat Arba, con l'uccisione alla Tomba dei Patriarchi di ventinove musulmani durante la preghiera collettiva di un venerdì del Ramadan; e l'assassinio di Yitzhak Rabin compiuto "in nome della Legge ebraica", con la sacralità di un atto religioso di punizione e liberazione da parte di un giovane esaltato, bigotto, assolutista.

Prima d'allora però, nel 1984, gruppi estremistici della stessa estrazione, che già avevano compiuto attentati contro i sindaci palestinesi di Nablus e Ramallah e attaccato l'Università islamica di Hebron, si resero protagonisti di un altro episodio potenzialmente gravido di conseguenze incalcolabili: il progetto di minare le due grandi moschee (la Cupola della Roccia e al-Aqsa) situate a Gerusalemme sulla spianata del Tempio. Durante il processo seguito al loro arresto, i cospiratori - elementi attivi nel mahteret, il terrorismo clandestino - dichiararono con freddezza che il loro gesto avrebbe inteso provocare uno scontro di portata planetaria. Essi auspicavano che, in risposta all'atto che avevano progettato, il mondo musulmano dichiarasse la guerra santa contro Israele. Il conflitto che ne sarebbe derivato, internazionalizzandosi, sarebbe sfociato nella guerra decisiva "degli ultimi giorni", lo scontro finale tra la luce e le tenebre: una catastrofe cosmica in cui la vittoria finale di Israele sulle nazioni pagane di Gog e Magog (Ezechiele, 38 e 39) avrebbe accelerato l'avvento del Messia.

Vi sono anche in àmbito ebraico gruppi che, ritenendo che la stagione della redenzione stia finalmente approssimandosi, si affiancano ai millenaristi cristiani nell'individuare in Israele, e più precisamente nel monte gerosolomitano del Tempio, lo scenario della fine prossima della storia. Nato negli Stati Uniti, Yossi Baumol dirige Ateret Kohanim (la Ghirlanda dei Sacerdoti), un'organizzazione che a Gerusalemme si occupa di trovare alloggi per ebrei religiosi nel quartiere musulmano della città vecchia. Da un funzionario del ministero israeliano per gli Affari religiosi, giornalisti di The Jerusalem Report hanno appreso che Ateret Kohanim si diede molto da fare nel settembre 1996 per propiziare la riapertura dell'antica galleria degli Asmonei che corre sotto la spianata del Tempio: un episodio che scatenò un'ondata di proteste veementi da parte dei musulmani, con scontri sanguinosi durante i quali perirono 70 civili palestinesi e 15 soldati israeliani. Intervistato da quegli stessi giornalisti, Baumol ebbe a dichiarare che "l'unione di Am Yisrael (il popolo d'Israele) con Eretz Yisrael (la terra d'Israele) proietterà sull'intera umanità un messaggio sconvolgente, capace di recare luce al mondo . . . Verrà certamente un tempo in cui non dovremo più domandare agli arabi di lasciarci salire sul Monte del Tempio. Essi stessi saranno lieti di dire 'Edificate la casa che sarà la casa di preghiera per tutte le nazioni...'"

Alacremente impegnato a preparare tale evenienza, è attivo da vari anni a Gerusalemme il Makhon Hamikdash (l'Istituto del Tempio), fra i cui programmi campeggiano la riproduzione degli arredi sacri e degli strumenti che due millenni fa venivano utilizzati per le offerte sacrificali, nonché il reperimento di una purissima giovenca rossa, le cui ceneri sarebbero richieste per il rito di purificazione da compiersi prima di procedere all'accesso entro il perimetro nel quale sorgevano il Tempio vero e proprio e il Santo dei Santi. Gli stampati che illustrano le realizzazioni dell'Istituto informano che "dei 93 oggetti rituali che erano impiegati nelle cerimonie del Tempio, 60 sono già stati ricreati". Fra gli arredi sacri che l'Istituto mette in mostra nella città vecchia figurano turiboli e lire. Prima dell'inizio della seconda intifada, il Makhon Hamikdash vantava un'affluenza di ben 100 mila visitatori l'anno; e, secondo le dichiarazioni di un funzionario, "la maggior parte degli adulti in visita è costituita di fedeli cristiani", così come "una larga quota del nostro bilancio è coperta da fondi offerti da cristiani". A detta di Hayyim Jutkowitz, responsabile per le pubbliche relazioni, le funzioni del Makhon sono esclusivamente quelle di un'"istituzione educativa". Ma in una brochure illustrativa si sostiene che l'Istituto fu fondato "al fine di dare corpo alle infrastrutture di ricerca, progettazione e organizzazione necessarie per l'edificazione del Terzo Tempio".

Ma a giocare col fuoco sono soprattutto alcuni dei rabbini che fanno capo al 'Yesha Rabbinical Council' (il Consiglio rabbinico di Giudea, Samaria e Gaza), espressione religiosa dei 240 mila coloni che popolano gli insediamenti ebraici nei Territori palestinesi. Il più autorevole di questi maestri, Rav Dov Lior, presidente del 'Council' e rabbino di Kiryat Arba, ha affermato recentemente: "Alcuni sostengono che un muro di cemento ci proteggerà. Tuttavia, ciò di cui abbiamo davvero bisogno per le colonie è di avere una sempre più grande e viva barriera fatta dai nostri giovani in cima a tutte le colline. Chiedo ai nostri leader di prendere la forza dalla nostra gioventù e imporre la nostra sovranità su tutta la nostra terra." Ha poi aggiunto che, nel corso di operazioni militari, ai soldati dell'esercito d'Israele è lecito colpire i cosiddetti civili innocenti. "La legge della nostra Torah postula di usare clemenza verso i nostri soldati e di salvarli. Questa è la morale verace che sta dietro la Torah d'Israele, e non dobbiamo lasciarci colpevolizzare dalle morali degli altri."

Poche settimane addietro, nei giorni in cui l'opinione pubblica israeliana andava discutendo e dividendosi attorno al piano di ritiro unilaterale da Gaza proposto dal premier Sharon, un altro religioso, Rav Hanan Porat, ex deputato della Knesset, compose una preghiera in cui chiedeva a Dio un aiuto per i coloni, e il cui testo recita letteralmente: "Padre nostro in cielo, roccia e redentore d'Israele, benedici i tuoi diletti figli che risiedono nel tuo santo Paese ed edificano la loro terra, dal Negev fino al Golan e dal Giordano fino al mare, e tra questi anche i tuoi cari figli che si mantengono fedeli e costanti in Giudea, Samaria e nella striscia di Gaza. Padre nostro, nostro Re che riconduci il tuo popolo e riporti i figli nel loro Paese! Ti preghiamo, fortifica il loro spirito e incoraggia il loro cuore affinché possano restare saldi di fronte ai nostri nemici, che vengono contro di noi e attentano alla nostra vita. E anche di fronte a coloro che hanno intenzioni cattive nei riguardi dei tuoi figli e vogliono allontanarli dalla loro terra: distruggi presto i loro piani e maledici i loro progetti, affinché i tuoi amici siano salvati e possano abitare con sicurezza il loro Paese. Signore del mondo, fa' sapere che nel tuo mondo ci sono persone che tu ami. E mantieni a noi quello che hai promesso attraverso il tuo profeta Amos: 'Io li pianterò nella loro terra e non saranno mai più sradicati dalla terra che io ho dato loro' (Amos 9,15) ora e sempre."

Domanda: hanno qualcosa in comune i corifei del fondamentalismo islamico e di quello cristiano con i coloni oltranzisti e le frange della destra estrema che in Israele si oppongono a riconsegnare ai palestinesi un solo centimetro di terra? La risposta è: sì. Tutti costoro hanno in comune l'adesione ideologica a un imperativo religioso; la convinzione che le leggi fatte dagli uomini valgano meno della legge elargita da Dio; la certezza superstiziosa di credersi alla vigilia di tempi messianici, attribuendosi perciò un ruolo nell'edificazione del Regno di Dio; la disposizione a sacrificare vite umane sull'altare di un principio assoluto.

In un breve saggio del 1963 sul "Senso della storia", Emmanuel Lévinas abbozza un acuto ragionamento circa il messianismo e gli usi perversi che se ne possono fare. Dopo avere ricordato che troppi, oggi, "hanno rinunziato alla loro ragione per cercarla negli eventi portatori di senso messianico", ammonisce: "Bisogna mantenere un piede nell'Eterno [...], la Torah forse è tutto questo. Solo così si attua sulla terra e per gli uomini una possibilità privilegiata: un essere libero che giudica la storia invece di lasciarsi giudicare da essa." Ma da centocinquant'anni, lamenta Lévinas, "il giudaismo sta per perdere questa libertà: ecco la sua vera crisi; da centocinquant'anni in tutte le sue forme di esistenza - compreso il sionismo - esso si crede ai tempi messianici". L'autore conclude ricordando che "affrettare la fine è un pericolo maggiore, del quale il Talmud intravede la perfida tentazione. Gli efraimiti in Egitto avrebbero voluto liberarsi senza attendere Mosè e la sua legge: partiti verso la Terra Promessa, si scontrarono coi filistei e furono sterminati."

Ma oggi, in una stagione nella quale i cieli del mondo appaiono percorsi da venti di guerra sempre più minacciosi, temo che siano molti - ed equamente distribuiti fra tutti i popoli e i continenti - coloro che superstiziosamente 'si credono ai tempi messianici'. Constato con amarezza che la perfida tentazione di 'affrettare la fine' va diffondendosi, e che numerosi sono coloro che, avendo il potere di decidere le sorti di milioni di esseri umani, stanno pericolosamente dimostrandosi 'fanatici di messianismo'.

Penso che non vi sia attualmente singola civiltà, retaggio culturale, nazione che non abbia al proprio interno settori, frange, gruppi che "hanno rinunziato alla loro ragione", secondo l'espressione di Lévinas, "per cercarla negli eventi portatori di senso messianico". Ciò detto, ognuno di noi che davvero intenda individuare e rendere possibilmente inoffensivi i 'fanatici di messianismo', farà bene ad astenersi dall'invocare il 'conflitto tra le civiltà' e, soprattutto, dall'andare a maramaldeggiare a casa d'altri. È sufficiente che se ne stia, con gli occhi bene aperti, nel cortile di casa e che si sforzi di tenerlo pulito.

Il vero 'conflitto di civiltà' è quello che ogni civiltà degna di questo nome deve combattere al proprio interno.

Bruno Segre, storico; presidente degli 'Amici italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam'.