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"Lo Stato ebraico di Herzl e lo Stato
d'Israele"
di Sandro Lopez
Cent'anni fa, 3 luglio 1904, 20 Tamuz 5664, moriva Teodoro Herzl. Sul
letto di morte lasciava le seguenti disposizioni testamentarie: che non si
tenessero orazioni funebri, che il suo corpo fosse trasferito in Israele una
volta fondato lo Stato, che fosse mantenuto il giuramento che aveva preteso
all'ultimo congresso sionistico: "Che possa perdere la mia mano destra se ti
dimentico o Gerusalemme!"
Lasciava inoltre un libro che avrebbe cambiato la storia del popolo
d'Israele: Lo Stato ebraico (sottotitolo Tentativo di una
soluzione moderna del problema ebraico). Scritto nel 1895, in non più di
quindici giorni, all'indomani della sentenza del processo Dreyfus, veniva
pubblicato a Lipsia e a Vienna nel 1896. Il libro, che ebbe rapida
diffusione, fu tuttavia accolto con astio dalle istituzioni ebraiche,
importunate dalle teorie di un personaggio rivoluzionario che era loro
estraneo. Ricevette strali sferzanti da parte dei ricchi ebrei, dai
presidenti di comunità e dai rabbini, che si sentivano esautorati o peggio
messi in cattiva luce al cospetto delle istituzioni governative dei vari
paesi. Herzl sapeva poco degli ebrei. Non ne conosceva la lingua, non ne
conosceva la storia e neppure le tradizioni. Conosceva bene un solo aspetto
dell'ebraismo: la persecuzione antisemita. Ne aveva letto molto, ma
soprattutto l'aveva subita. In gioventù aveva dovuto lasciare
un'associazione di studenti, l'Albia, che non tollerava la presenza di ebrei
al proprio interno, ed era stato oggetto più volte di quegli scherni e di
quelle grida ingiuriose che gli ebrei erano soliti ricevere senza reagire.
Nell'assistere alle roventi manifestazioni antisemite divampate nel corso
del processo Dreyfus in una Francia emblema di civiltà e di democrazia,
Herzl intuì che per risolvere la questione ebraica occorreva formulare una
proposta rivoluzionaria, che cambiasse radicalmente lo stato delle cose: la
creazione di uno Stato ebraico ove gli ebrei avrebbero potuto finalmente
vivere liberi. Lasciamo la parola a Dante Lattes: "E quel giovane a cui
sorridevano i salotti di Parigi e di Vienna, i teatri e la stampa coi loro
fascini irresistibili: quel giovane bello di tutte le bellezze e forte di
tutte le energie, volle servire i pezzenti d'Israele ed asciugare le foro
lacrime". Con lo Stato ebraico Herzl ebbe il grande merito di
risvegliare la dignità nazionale del popolo d'Israele, dare la speranza agli
straccioni e ai perseguitati di diventare protagonisti e non vittime dei
capricci della storia.
E i diseredati ben compresero l'alto messaggio che Herzl inviava e
accorsero al suo richiamo. I più entusiasti a prendere parte al primo
congresso sionistico (Basilea, 29 Agosto 1897) furono i giovani ebrei
dell'Europa orientale, in gran parte inseriti nel movimento Hovevè Sion, gli
amanti di Sion, che da qualche anno avevano iniziato una loro spontanea
alià. Herzl ai loro occhi appariva come un Messia, un nuovo Mosè che non
solo li avrebbe liberati da secoli di schiavitù, ma avrebbe legittimato
politicamente il loro desiderio di risiedere nella terra dei padri. Sono
passati più di cent'anni dalla pubblicazione dello Stato ebraico e ci
si potrebbe domandare che cosa nello Stato d'Israele di oggi sia rimasto del
progetto iniziale di Teodoro Herzl.
Nei primi capitoli del volume si parla di due istituzioni fondamentali:
la Societv of Jews e la Jewish Company. Si tratta di due enti
che avevano il compito di accompagnare gli aspiranti olim nel loro
inserimento in terra d'Israele. Per attuare ciò dovevano non solo reperire i
fondi per creare le infrastrutture logistiche (abitazioni, terreni, lavoro,
scuole, ospedali ecc.), ma occuparsi altresì della liquidazione dei beni
degli emigranti. Queste due istituzioni esistono anche oggi e sono
l'Organizzazione sionistica mondiale e il Keren Kayemet Leisrael (più
il Keren Hayesod). Ovunque gli ebrei siano stati perseguitati (Paesi
arabi, Unione Sovietica, Etiopia), ovunque gli ebrei abbiano avuto bisogno
di aiuto, i due enti sono intervenuti proteggendo e salvando milioni di vite
umane. È ovvio che in Israele esiste un governo che è in grado di
sostenerle, ove necessario in maniera determinante, ma il fatto che le due
istituzioni proposte da Herzl esistano ancòra dimostra che il progetto non
era meramente utopistico ma aveva una specifica valenza pratica.
Herzl affronta nel suo libro ogni genere di argomenti, che vanno dalla
politica istituzionale a quella sociale, dai problemi del lavoro a quelli
dell'esercito. Herzl, un liberale illuminato con intuizioni socialmente
progressiste, prevede uno Stato ebraico in cui la giornata lavorativa debba
essere di sette ore e i vecchi non debbano essere relegati "negli ospedali
degli incurabili"... "Le donne non saranno affatto ammesse a lavori
faticosi, né potranno lavorare oltre l'orario. Le gestanti sono esenti da
ogni lavoro e vengono più copiosamente nutrite dall'ufficio
dell'alimentazione, poiché noi abbiamo bisogno, per l'avvenire di robuste
generazioni". (Sui mendicanti si lasciava andare ad altro tipo di
considerazione: "... non sono tollerati: chi non vuole lavorare passa nel
penitenziario"). Lo Stato d'Israele, in cent'anni, è andato ben oltre,
creando un sistema sociale tra i più avanzati al mondo... Dove lo Stato
ebraico non ha seguito le indicazioni di Herzl è sulla costituzione. In
effetti Israele e il Regno Unito sono gli unici paesi democratici a non
possederne una: peccato! In dubbio tra una monarchia democratica e una
repubblica aristocratica, Herzl propende per quest'ultima: una repubblica
laica in cui i rabbini, dopo essere serviti quali accompagnatori degli
emigranti, dovevano in seguito restare lontani dalla politica e rientrare
all'interno delle sinagoghe. "La fede ci tiene uniti, la scienza ci rende
liberi. Non permetteremo affatto, quindi, che le velleità teocratiche di
alcuni nostri rabbini prendano piede: sapremo tenerle ben chiuse nei loro
templi, come rinchiuderemo nelle caserme il nostro esercito di professione.
Esercito e clero devono venire così altamente onorati come esigono e
meritano le loro belle funzioni; nello Stato, che li tratta con particolari
riguardi, non hanno da metter bocca, chè altrimenti provocherebbero
difficoltà esterne e interne".
La bandiera proposta da Herzl è ben diversa da quella attuale: bianca con
sette stelle d'oro. "Il bianco sta a significare la vita nuova, pura; le
stelle sono le sette ore auree della nostra giornata lavorativa. Nel segno
del lavoro vanno, infatti, gli ebrei alla nuova terra".
Dove Herzl non dimostra fiducia nel suo popolo (forse perché nel 1895 non
l'aveva ancora veramente conosciuto) è nella lingua. "Non possiamo parlare
ebraico fra noi: chi di noi sa tanto l'ebraico, da chiedere un biglietto
ferroviario in questa lingua? Non v'è alcuno. Pure la cosa è molto semplice:
ognuno conservi la propria lingua, che è la cara patria dei suoi pensieri
... la Svizzera offre un esempio decisivo".
Come si può notare Herzl, nel suo progetto, alle volte è stato seguito,
altre volte è stato superato dagli eventi (che si sapeva allora della
questione palestinese?). Altre volte, ancora, nel corso degli anni, dovette
modificare il suo pensiero spinto dall'erudizione e dall'acume politico
degli ebrei dell'Europa orientale. Il libro, tuttavia, anche a distanza di
anni, conserva tutta la sua grandezza spirituale. Si può ben comprendere che
i diseredati dei ghetti, nel leggerlo, abbiano trovato la forza propulsiva e
la determinazione per sentirsi finalmente arbitri del proprio destino.
Un'ultima osservazione. Nell'introduzione dello Stato Ebraico,
Herzl spiega le motivazioni che l'avevano spinto alla stesura del libro.
Come già detto, esse derivano quasi esclusivamente dalla sua conoscenza
dell'antisemitismo. Non sappiamo che cosa potrà riservare il futuro al
popolo ebraico, ma le peggiori previsioni formulate da Herzl riguardo agli
ebrei della diaspora si sono profeticamente e drammaticamente avverate. Né
vale abbandonarsi, oggi, a estemporanee illusioni: historia docet.
Leggiamo il testo originale: "Abbiamo onestamente tentato dappertutto di
perderci nelle masse dei popoli che ci circondano e di conservare soltanto
la fede dei nostri padri. Non lo si permette. Invano siamo dei patrioti
fedeli, e in parecchi luoghi perfino esaltati, invano facciamo lo stesso
sacrifizio di beni e di sangue come i nostri concittadini, invano ci
affatichiamo a innalzare la gloria delle nostre patrie nelle arti e nelle
scienze, e la loro ricchezza col commercio e lo scambio. Nelle nostre
patrie, nelle quali pure abitiamo già da secoli, veniamo bistrattati come
stranieri, spesso da gente la cui famiglia non era ancòra nel paese quando i
nostri padri già vi sospiravano... Nel paesi attualmente antisemiti mi si
darà ragione; negli altri, dove per il momento gli ebrei si trovano bene,
probabilmente i miei compagni di stirpe impugneranno nella maniera più
violenta le mie affermazioni: essi mi crederanno solo quando la caccia
all'ebreo tornerà a visitarli. E quanto più a lungo l'antisemitismo si farà
attendere, tanto più feroce dovrà esplodere".
Fu dunque tragico profeta della Shoà. Per fortuna del popolo ebraico fu
soprattutto l'irresistibile realizzatore di un sogno millenario.
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