"Ma Herzl si era sbagliato?"  di  Giuseppe Franchetti

 

Come tutti sanno, il sionismo politico di Herzl è nato come reazione all'ondata di antisemitismo esplosa con il caso Dreyfus in Francia, la nazione leader nei diritti dell'uomo e la prima a dare uguaglianza di diritti agli ebrei.
  È stato l'antisemitismo più che un sentimento ebraico o nazionale che ha portato questo ebreo assimilato alla coscienza dell'identità ebraica e all'idea di spostare gli ebrei dai paesi dove vivevano come minoranza a un paese tutto loro. Con il razionalismo proprio della sua epoca pensava che, se gli antisemiti non volevano gli ebrei fra di loro, sarebbero stati pronti ad aiutarli ad andarsene in Palestina. "Il mondo ha bisogno di uno Stato ebraico, questa è la ragione per cui sarà fondato. Dopo lo Stato, gli ebrei che ritorneranno nel paesi civili vi saranno ricevuti con lo stesso calore con cui sono ricevuti i cittadini di tutti gli altri Stati".
  Oggi, con uno Stato ebraico stabilito e fiorente, non solo l'antisemitismo non è scomparso, ma si dirige anche contro lo Stato oltre che contro gli individui. Herzl si era dunque sbagliato?
  Certamente su questo argomento ha peccato di ottimismo. È interessante notare come la sua analisi fosse materialistica: vedeva l'antisemitismo come originato principalmente dalla competizione economica fra le borghesie nazionali non ebraiche e quella ebraica, mentre in una Palestina economicamente arretrata questo non sarebbe avvenuto e, anzi, gli abitanti originali avrebbero dato il benvenuto al progresso che la borghesia ebraica avrebbe portato. Non teneva conto dei conflitti nazionalistici e delle dimensioni religiose.
  Però, anche se ottimiste, le sue conclusioni non sono errate: oggi la possibilità degli ebrei di resistere all'antisemitismo sono molto migliorate. Il senso di sicurezza degli ebrei in tutto il mondo è migliorato proprio per l'esistenza di Israele: gli ebrei sanno che non può più verificarsi una situazione di persecuzione da parte di uno Stato senza che Israele intervenga in loro aiuto e offra loro un rifugio
  Amos Oz racconta come il giorno della proclamazione dell'indipendenza suo padre gli raccontò che quando era ragazzo nella scuola che frequentava gli avevano tirato giù i calzoni in pubblico. Suo padre andò a protestare, e anche a lui tirarono giù i calzoni in pubblico. Il padre di Amos Oz gli spiegò come la lotta per far sopravvivere il nuovo Stato sarebbe stata lunga e difficile, ma almeno sarebbero scomparsi i sensi di umiliazione e di impotenza. Herzl ha avuto ragione: sarebbe stato ancora pericoloso vivere nello Stato ebraico, ma ora è molto più difficile tirare giù i calzoni a un ebreo, ed impossibile farlo senza che l'ebreo reagisca.
  Oggi possiamo affrontare il problema in un modo più efficace, ma non abbiamo modo di risolverlo.
  Il germe dell'antisemitismo, da sempre latente in molte nazioni, ha subito delle mutazioni come risultato dell'esistenza di Israele e gli ebrei sono attaccati in quanto tutti sono parte della nazione, e tutti, in qualche modo, sono connessi con lo Stato.

Il fatto che fosse un ebreo assimilato, al confine fra ebreo e non ebreo, gli permetteva di vedere cose che un ebreo normale non vedeva. Avendo compreso che non vi era una cura efficiente per l'antisemitismo, si proponeva di cambiare gli ebrei, invece che di migliorare i non ebrei. Per questo scopo era necessario l'aiuto del mondo. La questione ebraica non riguardava solo gli ebrei, era un problema per tutto il mondo, e questa affermazione è valida ancora oggi. Herzl è un esempio di quello che può fare un uomo solo. Non aveva nessuna persona e nessuna organizzazione dietro di sé, eppure riuscì a creare un movimento. Per sua fortuna non dovette metterlo ai voti nel mondo ebraico: sarebbero stati tutti contro di lui, dai socialisti del Bund agli ebrei assimilati, dagli ortodossi ai riformati. Essendo un outsider probabilmente non si rese conto di quanto profonde fossero le radici diasporiche degli ebrei. Li prendeva sul serio quando parlavano di Gerusalemme nelle loro preghiere, senza rendersi conto che era solo una formalità. Quando nel consiglio dei ministri di Gran Bretagna si discusse la possibilità di emettere quella che sarà chiamata la dichiarazione Balfour, l'opposizione fu capitanata dall'unico ebreo presente nel gabinetto, Edwin Montagu, secondo cui i sionisti erano agenti tedeschi, dato che tedeschi erano, secondo lui, la maggior parte dei sionisti, che quindi miravano a indebolire l'influenza britannica.
  Questa è stata la grande tragedia. Uno Stato avrebbe potuto costituirsi prima della Shoah. Nel 1917 la dichiarazione Balfour l'avrebbe permesso. Il paese era aperto, senza nessuna restrizione all'immigrazione. Vi era mezzo milione di arabi e fra il 1919 e il 1929 gli ebrei arrivarono solo a decine di migliaia, mentre ve ne erano 16 o 18 milioni. Se ne fosse arrivato solo il dieci per cento, o anche solo un milione, lo Stato avrebbe potuto diventare una realtà, una parte degli ebrei dell'Europa orientale avrebbe potuto essere accolta e le dimensioni della Shoà sarebbero state ridotte.
  Gli inglesi non avevano emesso la dichiarazione Balfour perché avevano qualche speciale simpatia per gli ebrei. Lo fecero perché gli avrebbe fatto comodo avere sulla sponda orientale del canale di Suez una popolazione di origine europea. Unire a questo Stato di Palestina il Sinai non sarebbe stato un problema: il Sinai non era mai stato Egitto, ed era stato annesso all'Egitto solo per proteggere meglio il canale di Suez. Questo nuovo Stato avrebbe potuto diventare membro del Commonwealth, e per la protezione del canale e degli interessi imperiali britannici sarebbe stato più affidabile degli egiziani.
  Era la realizzazione del sogno di Herzl. La differenza fra il suo sionismo "politico" e i primi movimenti proto-sionisti era che questi si basavano sullo spontaneismo, mentre HerzI voleva prima ottenere la "Carta", cioè un documento di valenza diplomatica e internazionale che riconoscesse il diritto degli ebrei a stabilire il loro Stato. Quando fosse stata approvata questa Carta gli ebrei, radunati in gruppi attorno al loro rabbini, organizzati finanziariamente da una Jewish Company, avrebbero cominciato la loro emigrazione.
  Nel 1917 questa Carta vedeva la luce, ma alla fine degli anni Venti gli inglesi si accorsero che dietro il movimento sionista non vi era la nazione ebraica e, dato che gli arabi avevano cominciato a reclamare, cominciarono a porre un freno alla realizzazione del focolare ebraico. E in effetti gli ebrei avevano altro da fare. I socialisti e i comunisti aspettavano che sorgesse il sole dell'avvenire. Gli ortodossi aspettavano che arrivasse il Messia. I liberali e i riformati aspettavano che trionfasse la ragione. E invece arrivò la Shoah.
  Se qualcuno si è sbagliato, non è stato Herzl e non è stato il sionismo: è stato il popolo ebraico.

Herzl era quello che oggi si direbbe un europeo, e prese come modello le istituzioni e il liberalismo europeo. Per questo fu molto criticato da Ahad Haam, che proponeva il "sionismo culturale", a cui non piaceva la sua mancanza di radici culturali ebraiche. Il suo sionismo politico ha avuto successo al di là di ogni aspettativa del suo tempo. Il concetto di "riunione degli esiliati" in uno Stato moderno, uno Stato che è stato capace di assorbire quasi un milione di nuovi immigrati dalla Russia in una popolazione di cinque milioni, ha conservato nel tempo la sua validità. L'europeismo di Herzl continua a pervadere la vita dello Stato d'Israele. Il fondamentalismo nazionalista e il messianesimo che si diffondono oggi nello Stato d'Israele sono estranei al suo spirito.
  Sicuramente non aveva mai pensato alla possibilità che due movimenti nazionali si sarebbero disputati il territorio di Erez Israel. La sua visione, come quella dei suoi contemporanei, ignorava i palestinesi, così come i palestinesi ignoravano la necessità di arrivare a un compromesso che permettesse una coesistenza pacifica. In questo anniversario dei cento anni dalla sua morte, dobbiamo ammirarlo per la sua visione. Ma dobbiamo anche capire che il sionismo del XXI secolo non potrà sopravvivere se l'interpretazione di alcuni di "Stato ebraico" è uno Stato che domina i palestinesi contro la loro volontà.
  Dobbiamo ricordare che le sofferenze dei palestinesi che vivono sotto occupazione israeliana, quali che siano le responsabilità della maggioranza della loro classe dirigente, sono disperate come quelle degli ebrei d'Europa orientale al tempo del primo congresso di Basilea. Il futuro dello Stato ebraico è legato a quello della nazione palestinese che vive accanto e all'interno dello Stato stesso.