"I Giusti"  di  Sarah Kaminski
 

Dice il Talmud: "I Giusti fra le nazioni hanno parte nel mondo che viene."
Tosefta, Sanhedrin,13.
Ch.N. Bialik & Y. H. Ravinitzki, Sefer ha'aggada,
Dvir Publishers, Tel Aviv 1987, p.445
 

I Giusti fra noi: tzadikim e hasidim

Secondo una diffusa tradizione talmudica, il mondo sussiste soltanto per merito delle azioni dei Giusti, uomini e donne, definiti hasidim o tzadikim, che vivono in mezzo a noi, tra le nazioni del mondo.

Diverse fonti all'interno dei testi ebraici consolidano la credenza che attribuisce alla presenza del Giusto una condizione assolutamente primaria per l'esistenza di questo mondo. Così si legge in Sal 10, 25: "...il Giusto invece resta come un pilastro eterno", e in un periodo successivo, i tana'im, gli studiosi della Mishna, affermano che: "Il Santo Benedetto assegnerà al Giusto trecentodieci mondi, immense ricchezze, ossia la pace.1 Il Rav Elazer ben Shamo'a ha espresso lo stesso concetto con una metafora: "Tutto l'universo si regge su un pilastro solo, chiamato tzadik".2 In merito alla permanente e continua esistenza dei Giusti in questo mondo, riportiamo anche il commento di R. Hyia Bar Abba a nome di R. Yohanan, riguardo al versetto biblico che descrive il passaggio tra due sommi sacerdoti, Eli e Samuele, avvenuto nel periodo dei Giudici: "E il sole è sorto e il sole se n'è andato..." ovvero, uno tzadik non si congeda dalla vita terrena fino a quando non verrà sostituito da un altro a lui simile". Lo stesso Rav precisa: "E siccome Iddio vide che il numero dei Giusti era esiguo, si apprestò a radicarli di generazione in generazione"3 e così si comprende che la loro presenza eterna ci accompagna lungo le vie della vita.

La lingua ebraica attribuisce loro l'acronimo , Lamed Vav Tzadikim,4 composto di due lettere dell'alfabeto ebraico: la Lamed , dodicesima lettera, corrispondente alla L in italiano, valore numerico trenta e la Vav , sesta lettera, corrispondente alla V, valore numerico sei.

Secondo i nostri saggi, dice Heiman, autore del libro Le vie della ha'aggadah, l'espressione delle lettere, delle parole, come anche quella che si deduce dalle leggende ebraiche, sono una fonte di interpretazioni e di commenti che arricchiscono la comprensione dei testi biblici. "... Tuttavia le lettere esprimono una dimensione autonoma, e per creare parole nuove è lecito comporle anche tra quelle più lontane." 5

La Ghematria, l'arte cabalistica di trasfomare i caratteri in numeri e di trasformarli o convertirli in contenuti e simboli nuovi, ci insegna ancora che il significato spirituale è posto all'interno della composizione di ciascuna lettera. Perciò, osservando la grafia della Lamed - , si apprende la sua struttura particolare, composta di tre segmenti che formano vere e proprie lettere dell'alfabeto: in alto si eleva la decima e più piccola lettera, Yod - (10) , in basso è situata la sesta lettera Vav - (6) e in mezzo, tra loro, è inserita l'undicesima Khaf - (20). Sommando il valore numerico delle tre, otteniamo di nuovo la cifra trentasei, numero che nella Kabbalah è legato alla rivelazione del regno di Dio nel mondo. Inoltre la lettera Lamed, che rappresenta l'anima, manifesta la storia ebraica dalla rivelazione ad Abramo, attraverso l'esilio e la redenzione, fino all'arrivo del Messia. Così, secondo la leggenda, in ogni generazione troviamo trentasei tzadikim (la radice del sostantivo tzedekindica rettitudine) nascosti nel mondo, ma siccome esistono diverse tradizioni, alcune versioni del racconto menzionano numeri diversi. Per esempio R. Simeon b. R. Jehozadak del III secolo, ricorda invece quarantacinque Giusti, trenta in Eretz Israel (Terra di Israele) e quindici fuori di essa.6

Tuttavia, l'importanza del fenomeno non sta nella precisione del numero. Il mondo si salverebbe anche con la presenza di un solo Giusto. Forse anche per questo motivo, dal IV secolo in poi i saggi ricordano l'episodio in cui Abramo, immerso nella preghiera per la salvezza della città di Sodoma, realizzò accorato di non potervi trovare neppure dieci uomini Giusti. "[...] Forse ci saranno nella città cinquanta Giusti, [...] Se ne troveranno forse dieci" (Gen 18, 23-33 ).7

Il hasid, dalla stessa radice del sostantivo hesed,, cioè carità e misericordia, e lo tzadik, entrambi sinonimi dell'attributo retto e giusto, sono nomi comuni che già nella Bibbia, soprattutto nei Salmi, designano l'uomo pio, dedito all'osservanza della legge divina. Nel libro Un mondo di grazia, che tratta il Midrash dei Salmi, la studiosa americana Kathleen Sakenfeld chiarifica la definizione del termine hesed: "Hesed è un atto a favore di qualcuno da parte di un altro che ha un'autorità superiore, il quale può avere una responsabilità morale per compiere tale atto, ma non una responsabilità legale, sicché rimane pur sempre libero di non compierlo".8 Sono figure alle quali vengono attribuite caratteristiche di carità, giustizia e generosità, e che svolgono un ruolo importante nell'immaginario popolare ed etico ebraico. La loro magnanimità è stata narrata nei racconti cabalistici dei secoli XVI-XVII, così come nelle storie hasidiche piuttosto diffuse alla fine del XVIII secolo.9

Gli tzadikim poi, non sono necessariamente di religione ebraica, si trovano tra le nazioni del mondo, tra le genti e i gentili, e il Talmud afferma: "Per merito dei Giusti, il mondo acquisisce la stabilità" 10.

Nelle storielle folkoristiche dei secoli XVI e XVII troviamo il termine in yiddish lamedvovnik assegnato a un Giusto, una figura ignota dai poteri miracolosi e segreti, capace di sconfiggere i nemici del popolo d'Israele e che, una volta compiuta la sua missione, ritorna nell'anonimato. 11

Una glossa. Esula leggermente dal nostro discorso il ragguaglio semantico e terminologico offerto da Gershom Scholem a proposito dell'utilizzo dei sinonimi tzadik e hasid. In realtà, nella letteratura rabbinica gli epiteti, che apparentemente risultano analoghi, si distinguono radicalmente tra loro. Per conseguire il grado di tzadik l'uomo, ebreo, deve essere uno studioso della Torah, adempiere all'insegnamento e ai precetti affinché i suoi meriti superino di gran lunga i possibili torti e inadempienze da lui commessi. Questo è raggiungibile attraverso la volontà e l'impegno personale, ossia, lo tzadik si colloca nella norma della dimensione umana e per essere tale non necessita di un dono esterno sovrannaturale. Il hasid, invece, non si limita soltanto a compiere i doveri, a perseguire la retta via dettata dalla legge, ma va oltre al necessario   (): egli rappresenta una figura carismatica disposta a impegnarsi totalmente, a procedere senza domandare nulla al prossimo, dimostrazione questa di un comportamento eccellente, estremo, a volte estremista e diverso dalla figura misurata e ponderata dello tzadik.12

Il lettore troverà affascinante lo studio di Scholem sui significati dello tzadik nei testi rabbinici, della Kabbalah e del hasidismo, testi nei quali lo tzadik viene presentato simbolicamente come una colonna portante, un albero cosmico, un serbatoio della vita, la solennità del sabato e un sostegno del mondo. Il passaggio dalla dimensione di tzadik a quella di hasid avviene attraverso l'assoluta devozione (devekut ). Quest'ultimo stadio, in ogni caso, non dipende soltanto dallo zelo dell'uomo ma da un dono superiore e sublime emanato da Dio. Scholem termina la sua disquisizione sulla simbologia dei due termini ai tempi della Bibbia, del Talmud, della Kabbalah e del hasidismo, ricordando che essi sono stati da sempre presenti e dinamici nella coscienza e nella scrittura ebraica e si sono trasformati da semplice concetto a simbologia mistica ed espressione popolare.13 Nel Midrash, in particolare nell'antologia Yalkut Shimeoni, viene usata l'espressione hassidei umot ha-olam per indicare i Giusti fra le nazioni. L'attributo designato ai Giusti gentili, invece, deriva dal commento al versetto di Sal 132, 9: "I tuoi sacerdoti si vestano di giustizia, i tuoi fedeli cantino di gioia" e si trova in molti testi ebraici medioevali.14 Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'appellativo venne attribuito ai salvatori degli ebrei perseguitati dai nazisti.

La memoria

La lettura di un volumetto intitolato Per via invisibile, scritto dallo studioso Alberto Cavaglion, attento alle vicissitudini di una 'comune' famiglia torinese ai tempi del fascismo, affida alla nostra coscienza e al nostro impegno la memoria celata degli animi umani: "Sono aspetti dell'animo umano, questi di cui stiamo discorrendo, che per essere compresi richiedono una particolare capacità a intendere le cose semplici"15

L'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme si era assunto il compito di registrare nei propri archivi ogni vicenda di salvataggio e di celebrare i protagonisti, dedicando un albero a ciascuno di loro: il carrubo, l'ulivo o la quercia. Dai tempi della Bibbia l'albero figura come un simbolo della vita stessa, della vitalità della Terra d'Israele e, secondo l'antico Midrash Tehillim, al Giusto si riconosce di essere come l'albero piantato nel giardino dell'Eden.16 La simbologia dell'albero ci riporta alle parole del salmista: "Felicità all'uomo che non suole procedere secondo il consiglio dei malvagi...egli è come un albero piantato lungo ruscelli d'acqua."(Sal 1, 1-3). Anche oggi, dunque, l'albero è l'immagine fissata nel tempo e nello spazio delle manifestazioni di generosità che i Giusti - senza distinzione di appartenenza religiosa, politica, sociale o geografica - hanno opposto quale barriera, dissociandosi dalle barbarie e dalla più banale accettazione del male.

"Perché ricordare?" si chiede Eva Hoffman, "In che modo? E a quale fine? [...] conta anche come ricordiamo, quanto sforziamo e stimoliamo l'intelligenza e l'immaginazione in questo processo". A parecchi decenni di distanza dalla Shoah, quelli di noi che non l'hanno vissuta corrono il rischio di automatizzare la memoria."17 Sarebbe nostro dovere morale strappare le storie dei salvatori dall'oblio del tempo che va avanti, cercare di portare alla luce racconti rimasti nascosti, a volte per diffidenza e a volte per l'umiltà di queste persone, indifferenti a un qualsiasi riconoscimento ufficiale.

Nella Haggadah di Pesach, la narrazione che da molte centinaia d'anni conduce e celebra la sera della Pasqua ebraica, si recita una frase intrisa di spirito formativo: "Quando domani tuo figlio ti domanderà [:...] Tu dirai allora a tuo figlio [...]". Del resto, molte pagine della tradizione ebraica sono dedicate all'insegnamento e alla trasmissione della memoria storica e normativa, tesa al radicamento dei principi della dignità umana e della libertà.18

Continuare a conservare la memoria storica si dimostra estremamente importante, tanto che in alcune edizioni recenti di Haggadot, in Israele e in Italia, troviamo inserita una speciale Preghiera della Rimembranza: "In questa notte di guardia noi eleviamo con dolore e pietà il nostro pensiero ai sei milioni di nostri fratelli della diaspora europea che morirono per mano di un tiranno malvagio."19 Indubbiamente anche le Haggadot rispecchiano la necessità storica e psicologica di confrontarsi con la Shoah, cioè di elaborare e interiorizzare la molteplice dimensione dell'orrore. In altre parole, la tradizione ebraica continua a tramandare con mezzi cognitivi il concetto della preservazione delle memorie. La storica Annette Wieviorka risponde alle domande sullo sterminio presentatele dalla figlia - formulando un discorso universale, didatticamente affine alla narrazione di Pasqua: " ... Oramai gli ebrei non vengono perseguitati veramente. Nonostante ciò, sento dire spesso che 'Bisogna ricordare'".20

Sì, bisogna ricordare e impegnarsi nell'illustrare didatticamente il sistema articolato e pragmatico costituito dal Terzo Reich e dai suoi alleati e collaboratori, ma d'altro canto non dobbiamo smettere di far conoscere e raccontare ai figli l'universo dei Giusti: più di sedicimilacinquecento uomini e donne hanno ricevuto l'onorificenza di Giusto fra le Nazioni offerta da Yad Vashem e più di trecento tra loro sono italiani.21

Nei nostri cuori sono incisi i versi di Primo Levi:
"Meditate che questo è stato...
Ripetetele [queste parole] ai vostri figli..."

Israele: l'istituto Yad Vashem e i Giusti tra le nazioni

Nel 1953 il parlamento israeliano, la Knesset, varò una legge che stabilì la fondazione dell'istituto Yad Vashem a Gerusalemme, museo della rimembranza e centro studi per la conservazione della memoria della Shoah e dell'eroismo ebraico durante lo sterminio nazista. L'articolo 9 della legge comprende un provvedimento concernente l'onorificenza dei cosiddetti Giusti, coloro i quali, citando il legislatore israeliano, "hanno rischiato la propria vita per salvare degli ebrei".22

Da allora la commissione incaricata di conferire l'onorificenza, diretta nei suoi primi anni da Moshe Landau, giudice della Corte Suprema, lo stesso che presiedette il tribunale durante il processo ad Adolf Eichmann celebrato a Gerusalemme nel 1961, ha insignito della medaglia di Giusto fra le nazioni più di sedicimilacinquecento persone, donne e uomini non ebrei di trentaquattro Paesi diversi.

Inizialmente la commissione riconosceva tre distinte onorificenze, diversificando tra l'attestato al merito, un albero con la targhetta sulla quale si incideva il nome del salvatore o una medaglia di bronzo. Verso la metà degli anni Ottanta, contemporaneamente alla nomina di Mordechai Paldiel alla presidenza della commissione, venne introdotta un'unica onorificenza che contiene tutte e tre le modalità di riconoscimento.23

Nel viale dei Giusti, all'interno del complesso museale di Yad Vashem, viene piantato un albero con sotto una targa che porta il nome del Giusto e del Paese di provenienza. In questo sentiero alberato, diventato ormai un boschetto, spiccano molti nomi di Giusti italiani, da Giorgio Perlasca ai protagonisti di Villa Emma di Nonantola, dal Questore Palatucci ai signori Pretti Gusmano, Giuseppina e Felice di Casale Monferrato. Sono piccole targhe e ciascuna rappresenta un racconto straordinario e una vicenda umana da non dimenticare. Ogni giorno migliaia di turisti, scolaresche, giovani soldati e pellegrini visitano il luogo, rendendo i sentieri serpeggianti, intervallati dalle chiome verdi degli alberi e dai nomi dei Giusti, non un memorial dell'eroismo, ma un cammino che riporta i volti dei salvatori e dei salvati al percorso della vita.24

La commissione valuta le richieste, fatte in prima persona dagli stessi salvati oppure dai loro parenti o conoscenti. Altre volte le indicazioni giungono da gente non ebrea che era testimone oculare o addirittura aveva preso parte in un salvataggio compiuto da un parente, da un compaesano o da un amico. La commissione di Yad Vashem esamina le domande seguendo criteri rigorosi e precisi:

1) L'aiuto fu dato agli ebrei trovatisi in stato di pericolo, cioè generalmente dopo il 1942, con l'inizio dello sterminio nazista.
  2) Il salvatore era cosciente del rischio che incombeva sulla sua vita e sapeva che, una volta scoperto, sarebbe stato preso dalle autorità tedesche.
  3) Al salvatore non era stato garantito o promesso nessun compenso economico.
  4) L'operazione di salvataggio consisteva in un intervento attivo. Un intervento casuale (per esempio: gente nascosta e poi, appena scoperta, mandata via) o passivo, non rientra nei criteri di riconoscimento dei Giusti.
  5) La testimonianza deve essere deposta dai salvati stessi, da testimoni oculari o da documenti ufficiali.

I racconti e le testimonianze dei superstiti, cui si iniziò a dare ascolto soltanto attorno agli anni Sessanta, ossia nel periodo seguente al processo Eichmann, suscitarono nel pubblico israeliano una nuova consapevolezza tormentata e complessa della Shoah. Anche in Italia il processo di diffusione e accoglienza delle testimonianze fu lungo e laborioso. In effetti i primi libri di Primo Levi risalgono al periodo immediatamente successivo alla guerra; Se questo è un uomo venne pubblicato con grande cautela dell'editore Einaudi nel 1946 e realizzò vendite piuttosto modeste. Ma, come è oramai ben noto, solo nel 1963, con la pubblicazione di La Tregua, si vide un reale aumento dell'interesse, sia da parte del pubblico che da parte dei critici.25

Il rifiuto di raccontare-ascoltare segnò i superstiti e il mondo circostante, tanto che fu necessario un lungo processo socio-culturale per coinvolgere studiosi e figli della seconda e terza generazione nell'immensa conflittualità e nella sofferenza, insite nelle decisioni prese allora dai fuggiaschi. "Ogni capofamiglia ebreo, uomo o donna [...] dovette prendere decisioni cruciali in base a scarsissime informazioni [...] quando doveva trasferirsi una famiglia, e dove poteva recarsi? [...] E i parenti più vecchi? [...] Andare a Messa, mandare i figli a scuola?"26 A quanto pare per gli ebrei, allora, fidarsi divenne, più che una scelta, una vera e propria necessità.

Zuccotti dedica un capitolo del suo volume alla sopravvivenza ebraica in Italia, e rivela i meccanismi di fuga e le modalità dell'aiuto offerto dalla popolazione locale. I modi per salvare gli ebrei perseguitati furono molti e vennero attuati sia da privati sia da strutture pubbliche, mentre l'aiuto delle istituzioni religiose fu una realtà fondamentale. Così ritroviamo nascondigli in case private nelle quali i salvatori ricavavano luoghi di riparo in cantine, soffitte, doppi muri, baite di montagna, granai o stalle. La gente braccata veniva accolta nelle chiese, nelle parrocchie, nei monasteri e nei conventi. Medici, funzionari statali, diplomatici, ufficiali in divisa utilizzarono le proprie strutture di lavoro per ospitare e dare asilo ai perseguitati. Sono note le soluzioni coraggiose dello psichiatra dottor Angela di San Giusto Canavese, del commissario Palatucci a Fiume o del docente di malattie infettive, il dottor Domenico Coggiola dell'ospedale Mauriziano di Torino. C'erano anche operazioni pensate e organizzate su più vasta scala, come quella in Francia, nella zona montuosa di Chabon, compiuta dai cittadini di fede protestante. Non si può non menzionare la più famosa azione di coscienza popolare eseguita in Danimarca, dove gran parte della popolazione danese si era arruolata nell'operazione di salvataggio di quasi tutti i cittadini ebrei del Paese. Di ottomila ebrei danesi, settemiladuecento sono stati salvati, portati clandestinamente, durante la notte e attraverso il mare, in Svezia.

La maggior parte di queste storie eroiche va riferita a gente modesta, non erudita e non abbiente; benché si registrino coraggiose azioni di personaggi di alto rango o dell'intelligentsia, il gran numero dei salvatori è costituito dalle persone più semplici come contadini, domestiche, preti e anonimi cittadini. Questa considerazione ci rimanda ancora una volta a Primo Levi, la cui salvezza dipese dal prezioso aiuto datogli durante la prigionia nel campo di Monowitz dal lavoratore civile italiano, il muratore Lorenzo Perrone, originario di Fossano. Ad Alba, nella primavera del 1999, si svolse nella sala comunale una commovente cerimonia in cui un rappresentante ufficiale dello Stato di Israele consegnò la medaglia di Giusto ai familiari del signor Lorenzo Perrone - 'Il Giusto di Primo Levi.' 27

Nell'estate del 1999, durante una lezione svoltasi con i partecipanti italiani del 'Corso per Educatori' di Yad Vashem, il dottor Mordechai Paldiel delineò le 'caratteristiche' del possibile Giusto, offrendo una definizione in sé assai contraddittoria: da un lato a questo personaggio si riconoscono i connotati di una persona non conformista, dai principi morali saldi ma lontana dal 'benpensare' generale e, dall'altro, il Giusto può essere definito come individuo estremamente legato alle istituzioni, in particolare alla Chiesa, dotato di un alto senso di responsabilità e di una forte morale religiosa.28 Insomma, il prestare soccorso a un ebreo in cerca di rifugio, di documenti falsi e di mezzi di sostentamento, offrendogli anche un aiuto morale, era una decisione individuale e intima, dovuta per lo più alla propria impostazione psicologica ed educativa, ovvero al rapporto del salvatore con se stesso e con gli altri.

I salvati

Nell'Europa, alla fine degli anni Trenta la popolazione ebraica contava undici milioni di persone. Dopo lo sterminio nei campi, ne rimasero circa tre milioni.

In Polonia vivevano in quegli anni più di tre milioni di ebrei e, dopo la Shoah, i superstiti erano tra trentacinque e quarantamila. In Ungheria, fino al 1943 vivevano circa ottocentomila ebrei, la maggior parte dei quali erano assimilati; se ne salvarono soltanto duecentomila, merito soprattutto della fermezza e della perspicacia di tre Giusti appartenenti a tre diverse nazionalità: lo svedese Raoul Wallenberg, l'italiano Giorgio Perlasca e lo svizzero Carl Lutz.

Nell'Italia fascista la piccola comunità ebraica contava quarantacinquemila anime29 e dal settembre 1943 all'aprile 1945 furono deportati ai campi di concentramento 8566 ebrei. Ne fecero ritorno soltanto 1009, mentre altri 303 furono massacrati altrove, come in occasione dell'eccidio delle Fosse Ardeatine a Roma. È bene ricordare che la legislazione razziale non venne abrogata all'indomani della caduta del fascismo in quanto, per ragioni di prudenza nei confronti dell'ex alleato tedesco, il maresciallo Badoglio si astenne dal procedere. Fu così che la questione, o meglio la 'soluzione' del problema ebraico passò nelle mani dell'esercito di Hitler.

Sin dall'istituzione del 'Giorno della memoria', in Italia gli schermi televisivi erano pieni di immagini della straordinaria storia di Perlasca, lo Schindler italiano, uno sceneggiato che ha ripreso il saggio biografico scritto da Enrico Deaglio già nel 1991. Molto è stato scritto sul salvataggio dei cento ragazzi che si erano rifugiati nella campagna modenese, nella Villa Emma di Nonantola, seguiti e accuditi coraggiosamente da don Arrigo e dalla gente del posto. Altri Giusti, autori di altre storie, apparentemente piccole, sono segnalati lungo tutta la penisola italiana: da Casale Monferrato (signora Gusmano) fino ad Assisi (monsignor Giuseppe Niccolini, padre Ruffino Nicacci e padre Aldo Brunaci), da Lucca (Arturo Paoli) fino a Gallarate (signor Torreggiani).

Dice un proverbio talmudico: "Chi salva una vita, è come se avesse salvato il mondo intero": L'eredità del bene, il patrimonio di circa sedicimila cinquecentocinquanta uomini e donne di nobile azione, ci induce a non scordare la realtà del male e, allo stesso tempo, a osservare l'insegnamento biblico inserito nella narrazione pasquale: "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se [....]" (Esodo 13, 8), come se fossimo tuttora lì, salvati e salvatori, consapevoli che l'atto di segnare i Giusti nel libro della vita è un atto di profonda gratitudine e, contemporaneamente, attenti alla necessità di studiare il passato che ha reso il razzismo e l'antisemitismo un fatto di vita quotidiana.
 

Note:

1
Trattato Okatzin, 3, 12 .
2 Talmud, bHagiga, 12, b.
3 Talmud, bYoma, 38, 2.
4 Nominato per la prima volta nel Talmud: bSanhedrin 97b; bSukkot 45b
5 Itzhak Heiman, Darkhei Ha'aggadah, Magnes Press, Jerusalem 1970, p. 130, in ebraico (Le vie della Ha'aggadah).
6 Mid. Ps. 5:5; Y. Ginzburg , The Alef - Beit, Jason Aronson Inc., New Jersey 1995, pp. 179-191.
7 Altra lettura sulla discussione si trova nel libro di E. A. Urbach, Chazal, Emunut Vede'ot, Magnes Press, Jerusalem 1986, pp.430-440.
8 A. Mello, a cura di, Un mondo di grazia, Edizioni Qiqaion, Comunità di Bose 1995, p. 8.
9 Dall'inizio del XVIII secolo, con il termine hasidismo si designa una corrente ebraica religiosa dell'Europa orientale;
10 Encyclopedia Judaica, Keter , Jerusalem 1978, vol. 7, pp. 1383-1388.
11 bHullin 92a, ove si menziona il numero quarantacinque.
12 Cfr. Encyclopedia Judaica, cit.,Vol. 10, pp. 1367, 8.
13 G. Scholem, Pirkei yesod behavanat haKabbalah usemaleah, Mosad Bialik, Gerusalemme 1980, pp. 213-258; in ebraico. (Elementi e simboli della Kabbalah).
Cfr. G. Sholem, op. cit., p. 242; vedi tzadik, un attributo popolare tradotto in yiddish come ??? ????? ? "a giter yid".
14 Maimonide, Sefer ha-Mada,Hilhot Teshuva 3:5, Be'er ha-Gloah, Maharal di Praga, 122, 6 .
15 A. Cavaglion, Per via invisibile, Il Mulino, Bologna 1998, p. 9.
16 Midrash Tehillim, cap. 1, 12.
17 Eva Hoffman, Shtetl, Einaudi, Torino, 2001, pp. 15-16.
18 Deuteronomio 6, 23; nella narrazione pasquale il figlio acquisisce un ruolo principale da protagonista e interlocutore, e qualche Haggadah fu perfino dedicata e scritta appositamente per i più piccoli. Vedi Haggadah per bambini, Roma 1982, in Anna Segre, La Pasqua Ebraica, Zamorani, Torino 2001, p. 297.
19 Anna Segre, p.136 sull' Haggadah, FGEI, 1974.
20 Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi,Torino 1999. In seguito sono stati pubblicati alcuni testi che hanno utilizzato un formato simile. Es: L. Levi, Che cos'è l'antisemitismo, Mondadori, Milano 2001.
21 Vedi le pubblicazioni della Commissione dei Giusti pubblicate da Yad Vashem. In merito si consiglia la lettura del volume di Gabriele Nissim, Il tribunale del bene, Mondatori, Milano 2003.
22 Isaia 56,5: "Io darò a loro nella mia casa ed entro le mie mura forza e rinomanza [...] rinomanza eterna che mai non perirà, darò a ciascuno di loro"; Encyclopedia Judaica, cit., Vol. 14, p. 180-184; Vol. 16, 697-8, il testo menziona l'ideazione del progetto "Monte della Rimembranza" approvato a Londra già nel 1945, in occasione del Convegno sionista.
23 Cfr. l'immagine della medaglia conferita da Yad Vashem.
24 Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano 1993; Giuseppe Pederiali, I ragazzi di Villa Emma, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1998. Protocollo della seduta della Commissione per l'assegnazione del titolo di "Giusti tra le nazioni", 11.10.2000 - pratica N° 9082 - Italia.
25 M. Assimov, Primo Levi, Baldini&Castoldi, Milano 1999, pp. 496-517.
26 Susan Zuccotti, L'Olocausto in Italia, Tea, Milano 1995, pp. 214 -240
27 M. Assimov, pp. 283-288.
28 Vedi anche: Mordechai Paldiel, The Honouring of the Righteous Gentiles, Focus, 5, London 1988.
29 45.000 -Atlante del popolo ebraico, Zanichelli, Bologna 1995; Bruno Segre, Gli ebrei in Italia, La Giuntina, Firenze 2001, p. 84, i numeri della popolazione ebraica durante l'occupazione tedesca 33.000. Michele Sarfatti specifica nel suo libro Le leggi antiebraiche, Einaudi, Torino 2002, pp. 10,11, che gli ebrei in Italia (compresi quelli di Fiume...ed esclusi quelli delle colonie) erano circa 45.000 agli inizi degli anni Trenta e circa 47.000 nel 1938; valori corrispondenti a poco meno dell'1,1 per mille dell'intera popolazione ebraica mondiale."
 

Riferimenti bibliografici:

M. Assimov, Primo Levi, Baldini & Castoldi, Milano 1999
Alberto Cavaglion, Per via invisibile, Il Mulino, Bologna 1999
Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano 1993
Y. Ginzburg, The Alef - Beit, Jason Aronson Inc, New Jersey 1995
Itzhak Heiman, Darkhei ha'aggadah, Magnes Press, Gerusalemme 1970 (in ebraico)
Eva Hoffman, Shtetl, Einaudi, Torino 2001
L. Levi, Che cos'è l'antisemitismo, Mondadori, Milano 2001
A. Mello, a cura di, Un mondo di grazia, Edizioni Qiqaion, Comunità di Bose 1995
Gabriele Nissim, Il tribunale del male, Mondatori, Milano 2003
Giuseppe Pederiali, I ragazzi di Villa Emma, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori, Milano 1998
H. Peter, L'Albero dei Giusti, San Paolo, Milano 2001
Michele Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani d'oggi, Einaudi, Torino 2002
Gershom Scholem, Pirkei yesod behavanat hakabbalah usemaleha, Mosad Bialik, Gerusalemme 1980 (in ebraico)
Anna Segre, La Pasqua Ebraica, Torino, Zamorani Editore, Torino 2001
Bruno Segre, Gli ebrei in Italia, La Giuntina, Firenze 2001
A. E. Urbach, Chazal Emunut Vede'ot, Magnes Press, Jerusalem 1986 (in ebraico)
Annette Wieviorka, Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi, Torino 1999
Susan Zuccotti, L'Olocausto in Italia, Tea, Milano 1995
A.a.V.v., Encyclopedia Judaica, Keter, Jerusalem1978, Vol. 7, 10, 14, 16
Haggadah di Pesach, La Giuntina, Firenze 1985
E. Barnavi, a cura di, Atlante del popolo ebraico, Zanichelli, Bologna 1995

 

Articoli:

Mordechai Paldiel, The Honouring of the Righteous Gentiles, FOCUS, 5, London 1988
Enrico Deaglio, Il Giusto diventa un film, Diario, Diario, A. VI, 2001, N° 4, pp. 134-139
Alessandro Marzo Magno, Il buon commissario di Fiume, Diario, A. VI, 2001, N° 4, pp. 140-143
 

Sarah Kaminski, saggista e traduttrice israeliana, specializzata in Didattica della Shoah presso l'istituto Yad Vashem di Gerusalemme. Docente di Lingua e cultura ebraica all'Università di Torino, ha presieduto l'Associazione 'Italia-Israele' di Torino.