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"I Giusti"
di Sarah Kaminski
Dice il Talmud: "I Giusti fra le nazioni
hanno parte nel mondo che viene."
Tosefta, Sanhedrin,13.
Ch.N. Bialik & Y. H. Ravinitzki, Sefer ha'aggada,
Dvir Publishers, Tel Aviv 1987, p.445
I Giusti fra noi: tzadikim e hasidim
Secondo una diffusa tradizione talmudica, il mondo sussiste soltanto per
merito delle azioni dei Giusti, uomini e donne, definiti hasidim o tzadikim,
che vivono in mezzo a noi, tra le nazioni del mondo.
Diverse fonti all'interno dei testi ebraici consolidano la credenza che
attribuisce alla presenza del Giusto una condizione assolutamente primaria
per l'esistenza di questo mondo. Così si legge in Sal 10, 25: "...il
Giusto invece resta come un pilastro eterno", e in un periodo successivo, i
tana'im, gli studiosi della Mishna, affermano che: "Il Santo
Benedetto assegnerà al Giusto trecentodieci mondi, immense ricchezze, ossia
la pace.1 Il Rav Elazer ben Shamo'a ha espresso lo stesso concetto con una
metafora: "Tutto l'universo si regge su un pilastro solo, chiamato tzadik".2
In merito alla permanente e continua esistenza dei Giusti in questo mondo,
riportiamo anche il commento di R. Hyia Bar Abba a nome di R. Yohanan,
riguardo al versetto biblico che descrive il passaggio tra due sommi
sacerdoti, Eli e Samuele, avvenuto nel periodo dei Giudici: "E il sole è
sorto e il sole se n'è andato..." ovvero, uno tzadik non si congeda
dalla vita terrena fino a quando non verrà sostituito da un altro a lui
simile". Lo stesso Rav precisa: "E siccome Iddio vide che il numero dei
Giusti era esiguo, si apprestò a radicarli di generazione in generazione"3 e
così si comprende che la loro presenza eterna ci accompagna lungo le vie
della vita.
La lingua ebraica attribuisce loro l'acronimo
, Lamed Vav
Tzadikim,4 composto di due lettere dell'alfabeto ebraico: la Lamed
, dodicesima lettera, corrispondente alla L in italiano, valore
numerico trenta e la Vav
, sesta lettera, corrispondente alla
V, valore numerico sei.
Secondo i nostri saggi, dice Heiman, autore del libro Le vie della
ha'aggadah, l'espressione delle lettere, delle parole, come anche quella
che si deduce dalle leggende ebraiche, sono una fonte di interpretazioni e
di commenti che arricchiscono la comprensione dei testi biblici. "...
Tuttavia le lettere esprimono una dimensione autonoma, e per creare parole
nuove è lecito comporle anche tra quelle più lontane." 5
La Ghematria, l'arte cabalistica di trasfomare i caratteri in
numeri e di trasformarli o convertirli in contenuti e simboli nuovi, ci
insegna ancora che il significato spirituale è posto all'interno della
composizione di ciascuna lettera. Perciò, osservando la grafia della
Lamed -
, si apprende la sua struttura particolare, composta di
tre segmenti che formano vere e proprie lettere dell'alfabeto: in alto si
eleva la decima e più piccola lettera, Yod -
(10) , in basso
è situata la sesta lettera Vav -
(6) e in mezzo, tra loro, è
inserita l'undicesima Khaf -
(20). Sommando il valore
numerico delle tre, otteniamo di nuovo la cifra trentasei, numero che nella
Kabbalah è legato alla rivelazione del regno di Dio nel mondo.
Inoltre la lettera Lamed, che rappresenta l'anima, manifesta la
storia ebraica dalla rivelazione ad Abramo, attraverso l'esilio e la
redenzione, fino all'arrivo del Messia. Così, secondo la leggenda, in ogni
generazione troviamo trentasei tzadikim (la radice del sostantivo
tzedek indica rettitudine) nascosti nel mondo, ma siccome
esistono diverse tradizioni, alcune versioni del racconto menzionano numeri
diversi. Per esempio R. Simeon b. R. Jehozadak del III secolo, ricorda
invece quarantacinque Giusti, trenta in Eretz Israel (Terra di
Israele) e quindici fuori di essa.6
Tuttavia, l'importanza del fenomeno non sta nella precisione del numero.
Il mondo si salverebbe anche con la presenza di un solo Giusto. Forse anche
per questo motivo, dal IV secolo in poi i saggi ricordano l'episodio in cui
Abramo, immerso nella preghiera per la salvezza della città di Sodoma,
realizzò accorato di non potervi trovare neppure dieci uomini Giusti. "[...]
Forse ci saranno nella città cinquanta Giusti, [...] Se ne troveranno forse
dieci" (Gen 18, 23-33 ).7
Il hasid, dalla stessa radice del sostantivo hesed, ,
cioè carità e misericordia, e lo tzadik, entrambi sinonimi
dell'attributo retto e giusto, sono nomi comuni che già nella Bibbia,
soprattutto nei Salmi, designano l'uomo pio, dedito all'osservanza della
legge divina. Nel libro Un mondo di grazia, che tratta il Midrash
dei Salmi, la studiosa americana Kathleen Sakenfeld chiarifica la
definizione del termine hesed: "Hesed è un atto a favore di
qualcuno da parte di un altro che ha un'autorità superiore, il quale può
avere una responsabilità morale per compiere tale atto, ma non una
responsabilità legale, sicché rimane pur sempre libero di non compierlo".8
Sono figure alle quali vengono attribuite caratteristiche di carità,
giustizia e generosità, e che svolgono un ruolo importante nell'immaginario
popolare ed etico ebraico. La loro magnanimità è stata narrata nei racconti
cabalistici dei secoli XVI-XVII, così come nelle storie hasidiche
piuttosto diffuse alla fine del XVIII secolo.9
Gli tzadikim poi, non sono necessariamente di religione ebraica,
si trovano tra le nazioni del mondo, tra le genti e i gentili, e il
Talmud afferma: "Per merito dei Giusti, il mondo acquisisce la
stabilità"
10.
Nelle storielle folkoristiche dei secoli XVI e XVII troviamo il termine
in yiddish lamedvovnik assegnato a un Giusto, una figura ignota dai
poteri miracolosi e segreti, capace di sconfiggere i nemici del popolo
d'Israele e che, una volta compiuta la sua missione, ritorna nell'anonimato.
11
Una glossa. Esula leggermente dal nostro discorso il ragguaglio semantico
e terminologico offerto da Gershom Scholem a proposito dell'utilizzo dei
sinonimi tzadik e hasid. In realtà, nella letteratura
rabbinica gli epiteti, che apparentemente risultano analoghi, si distinguono
radicalmente tra loro. Per conseguire il grado di tzadik l'uomo,
ebreo, deve essere uno studioso della Torah, adempiere
all'insegnamento e ai precetti affinché i suoi meriti superino di gran lunga
i possibili torti e inadempienze da lui commessi. Questo è raggiungibile
attraverso la volontà e l'impegno personale, ossia, lo tzadik si
colloca nella norma della dimensione umana e per essere tale non necessita
di un dono esterno sovrannaturale. Il hasid, invece, non si limita
soltanto a compiere i doveri, a perseguire la retta via dettata dalla legge,
ma va oltre al necessario ( ): egli rappresenta una
figura carismatica disposta a impegnarsi totalmente, a procedere senza
domandare nulla al prossimo, dimostrazione questa di un comportamento
eccellente, estremo, a volte estremista e diverso dalla figura misurata e
ponderata dello tzadik.12
Il lettore troverà affascinante lo studio di Scholem sui significati dello
tzadik nei testi rabbinici, della Kabbalah e del hasidismo, testi nei quali
lo tzadik viene presentato simbolicamente come una colonna portante, un
albero cosmico, un serbatoio della vita, la solennità del sabato e un
sostegno del mondo. Il passaggio dalla dimensione di tzadik a quella di
hasid avviene attraverso l'assoluta devozione (devekut
). Quest'ultimo
stadio, in ogni caso, non dipende soltanto dallo zelo dell'uomo ma da un
dono superiore e sublime emanato da Dio. Scholem termina la sua
disquisizione sulla simbologia dei due termini ai tempi della Bibbia, del
Talmud, della Kabbalah e del hasidismo, ricordando che essi sono stati da
sempre presenti e dinamici nella coscienza e nella scrittura ebraica e si
sono trasformati da semplice concetto a simbologia mistica ed espressione
popolare.13 Nel Midrash, in particolare nell'antologia
Yalkut Shimeoni,
viene usata l'espressione hassidei umot ha-olam per indicare i Giusti fra le
nazioni. L'attributo designato ai Giusti gentili, invece, deriva dal
commento al versetto di Sal 132, 9: "I tuoi sacerdoti si vestano di
giustizia, i tuoi fedeli cantino di gioia" e si trova in molti testi ebraici
medioevali.14 Dopo la Seconda Guerra Mondiale l'appellativo venne attribuito
ai salvatori degli ebrei perseguitati dai nazisti.
La memoria
La lettura di un volumetto intitolato Per via invisibile, scritto
dallo studioso Alberto Cavaglion, attento alle vicissitudini di una 'comune'
famiglia torinese ai tempi del fascismo, affida alla nostra coscienza e al
nostro impegno la memoria celata degli animi umani: "Sono aspetti dell'animo
umano, questi di cui stiamo discorrendo, che per essere compresi richiedono
una particolare capacità a intendere le cose semplici"15
L'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme si era assunto il compito di
registrare nei propri archivi ogni vicenda di salvataggio e di celebrare i
protagonisti, dedicando un albero a ciascuno di loro: il carrubo, l'ulivo o
la quercia. Dai tempi della Bibbia l'albero figura come un simbolo della
vita stessa, della vitalità della Terra d'Israele e, secondo l'antico
Midrash Tehillim, al Giusto si riconosce di essere come l'albero piantato
nel giardino dell'Eden.16 La simbologia dell'albero ci riporta alle parole
del salmista: "Felicità all'uomo che non suole procedere secondo il
consiglio dei malvagi...egli è come un albero piantato lungo ruscelli
d'acqua."(Sal 1, 1-3). Anche oggi, dunque, l'albero è l'immagine fissata nel
tempo e nello spazio delle manifestazioni di generosità che i Giusti - senza
distinzione di appartenenza religiosa, politica, sociale o geografica -
hanno opposto quale barriera, dissociandosi dalle barbarie e dalla più
banale accettazione del male.
"Perché ricordare?" si chiede Eva Hoffman, "In che modo? E a quale fine?
[...] conta anche come ricordiamo, quanto sforziamo e stimoliamo
l'intelligenza e l'immaginazione in questo processo". A parecchi decenni di
distanza dalla Shoah, quelli di noi che non l'hanno vissuta corrono il
rischio di automatizzare la memoria."17 Sarebbe nostro dovere morale
strappare le storie dei salvatori dall'oblio del tempo che va avanti,
cercare di portare alla luce racconti rimasti nascosti, a volte per
diffidenza e a volte per l'umiltà di queste persone, indifferenti a un
qualsiasi riconoscimento ufficiale.
Nella Haggadah di Pesach, la narrazione che da molte
centinaia d'anni conduce e celebra la sera della Pasqua ebraica, si recita
una frase intrisa di spirito formativo: "Quando domani tuo figlio ti
domanderà [:...] Tu dirai allora a tuo figlio [...]". Del resto, molte
pagine della tradizione ebraica sono dedicate all'insegnamento e alla
trasmissione della memoria storica e normativa, tesa al radicamento dei
principi della dignità umana e della libertà.18
Continuare a conservare la memoria storica si dimostra estremamente
importante, tanto che in alcune edizioni recenti di Haggadot, in Israele e
in Italia, troviamo inserita una speciale Preghiera della Rimembranza: "In
questa notte di guardia noi eleviamo con dolore e pietà il nostro pensiero
ai sei milioni di nostri fratelli della diaspora europea che morirono per
mano di un tiranno malvagio."19 Indubbiamente anche le
Haggadot rispecchiano
la necessità storica e psicologica di confrontarsi con la Shoah, cioè di
elaborare e interiorizzare la molteplice dimensione dell'orrore. In altre
parole, la tradizione ebraica continua a tramandare con mezzi cognitivi il
concetto della preservazione delle memorie. La storica Annette Wieviorka
risponde alle domande sullo sterminio presentatele dalla figlia - formulando
un discorso universale, didatticamente affine alla narrazione di Pasqua:
" ... Oramai gli ebrei non vengono perseguitati veramente. Nonostante ciò,
sento dire spesso che 'Bisogna ricordare'".20
Sì, bisogna ricordare e impegnarsi nell'illustrare didatticamente il sistema
articolato e pragmatico costituito dal Terzo Reich e dai suoi alleati e
collaboratori, ma d'altro canto non dobbiamo smettere di far conoscere e
raccontare ai figli l'universo dei Giusti: più di sedicimilacinquecento
uomini e donne hanno ricevuto l'onorificenza di Giusto fra le Nazioni
offerta da Yad Vashem e più di trecento tra loro sono italiani.21
Nei nostri cuori sono incisi i versi di Primo Levi:
"Meditate che questo è stato...
Ripetetele [queste parole] ai vostri figli..."
Israele: l'istituto Yad Vashem e i Giusti tra le nazioni
Nel 1953 il parlamento israeliano, la Knesset, varò una legge che stabilì la
fondazione dell'istituto Yad Vashem a Gerusalemme, museo della
rimembranza e centro studi per la conservazione della memoria della Shoah e
dell'eroismo ebraico durante lo sterminio nazista. L'articolo 9 della legge
comprende un provvedimento concernente l'onorificenza dei cosiddetti Giusti,
coloro i quali, citando il legislatore israeliano, "hanno rischiato la
propria vita per salvare degli ebrei".22
Da allora la commissione incaricata di conferire l'onorificenza, diretta nei
suoi primi anni da Moshe Landau, giudice della Corte Suprema, lo stesso che
presiedette il tribunale durante il processo ad Adolf Eichmann celebrato a
Gerusalemme nel 1961, ha insignito della medaglia di Giusto fra le nazioni
più di sedicimilacinquecento persone, donne e uomini non ebrei di
trentaquattro Paesi diversi.
Inizialmente la commissione riconosceva tre distinte onorificenze,
diversificando tra l'attestato al merito, un albero con la targhetta sulla
quale si incideva il nome del salvatore o una medaglia di bronzo. Verso la
metà degli anni Ottanta, contemporaneamente alla nomina di Mordechai Paldiel
alla presidenza della commissione, venne introdotta un'unica onorificenza
che contiene tutte e tre le modalità di riconoscimento.23
Nel viale dei Giusti, all'interno del complesso museale di Yad Vashem,
viene piantato un albero con sotto una targa che porta il nome del Giusto e
del Paese di provenienza. In questo sentiero alberato, diventato ormai un
boschetto, spiccano molti nomi di Giusti italiani, da Giorgio Perlasca ai
protagonisti di Villa Emma di Nonantola, dal Questore Palatucci ai signori
Pretti Gusmano, Giuseppina e Felice di Casale Monferrato. Sono piccole
targhe e ciascuna rappresenta un racconto straordinario e una vicenda umana
da non dimenticare. Ogni giorno migliaia di turisti, scolaresche, giovani
soldati e pellegrini visitano il luogo, rendendo i sentieri serpeggianti,
intervallati dalle chiome verdi degli alberi e dai nomi dei Giusti, non un
memorial dell'eroismo, ma un cammino che riporta i volti dei salvatori e dei
salvati al percorso della vita.24
La commissione valuta le richieste, fatte in prima persona dagli stessi
salvati oppure dai loro parenti o conoscenti. Altre volte le indicazioni
giungono da gente non ebrea che era testimone oculare o addirittura aveva
preso parte in un salvataggio compiuto da un parente, da un compaesano o da
un amico. La commissione di Yad Vashem esamina le domande seguendo criteri
rigorosi e precisi:
1) L'aiuto fu dato agli ebrei trovatisi in stato di pericolo, cioè
generalmente dopo il 1942, con l'inizio dello sterminio nazista.
2) Il salvatore era cosciente del rischio che incombeva sulla sua vita e
sapeva che, una volta scoperto, sarebbe stato preso dalle autorità tedesche.
3) Al salvatore non era stato garantito o promesso nessun compenso
economico.
4) L'operazione di salvataggio consisteva in un intervento attivo. Un
intervento casuale (per esempio: gente nascosta e poi, appena scoperta,
mandata via) o passivo, non rientra nei criteri di riconoscimento dei
Giusti.
5) La testimonianza deve essere deposta dai salvati stessi, da testimoni
oculari o da documenti ufficiali.
I racconti e le testimonianze dei superstiti, cui si iniziò a dare ascolto
soltanto attorno agli anni Sessanta, ossia nel periodo seguente al processo
Eichmann, suscitarono nel pubblico israeliano una nuova consapevolezza
tormentata e complessa della Shoah. Anche in Italia il processo di
diffusione e accoglienza delle testimonianze fu lungo e laborioso. In
effetti i primi libri di Primo Levi risalgono al periodo immediatamente
successivo alla guerra; Se questo è un uomo venne pubblicato con grande
cautela dell'editore Einaudi nel 1946 e realizzò vendite piuttosto modeste.
Ma, come è oramai ben noto, solo nel 1963, con la pubblicazione di La
Tregua, si vide un reale aumento dell'interesse, sia da parte del
pubblico che da parte dei critici.25
Il rifiuto di raccontare-ascoltare segnò i superstiti e il mondo
circostante, tanto che fu necessario un lungo processo socio-culturale per
coinvolgere studiosi e figli della seconda e terza generazione nell'immensa
conflittualità e nella sofferenza, insite nelle decisioni prese allora dai
fuggiaschi. "Ogni capofamiglia ebreo, uomo o donna [...] dovette prendere
decisioni cruciali in base a scarsissime informazioni [...] quando doveva
trasferirsi una famiglia, e dove poteva recarsi? [...] E i parenti più
vecchi? [...] Andare a Messa, mandare i figli a scuola?"26 A quanto pare per
gli ebrei, allora, fidarsi divenne, più che una scelta, una vera e propria
necessità.
Zuccotti dedica un capitolo del suo volume alla sopravvivenza ebraica in
Italia, e rivela i meccanismi di fuga e le modalità dell'aiuto offerto dalla
popolazione locale. I modi per salvare gli ebrei perseguitati furono molti e
vennero attuati sia da privati sia da strutture pubbliche, mentre l'aiuto
delle istituzioni religiose fu una realtà fondamentale. Così ritroviamo
nascondigli in case private nelle quali i salvatori ricavavano luoghi di
riparo in cantine, soffitte, doppi muri, baite di montagna, granai o stalle.
La gente braccata veniva accolta nelle chiese, nelle parrocchie, nei
monasteri e nei conventi. Medici, funzionari statali, diplomatici, ufficiali
in divisa utilizzarono le proprie strutture di lavoro per ospitare e dare
asilo ai perseguitati. Sono note le soluzioni coraggiose dello psichiatra
dottor Angela di San Giusto Canavese, del commissario Palatucci a Fiume o
del docente di malattie infettive, il dottor Domenico Coggiola dell'ospedale
Mauriziano di Torino. C'erano anche operazioni pensate e organizzate su più
vasta scala, come quella in Francia, nella zona montuosa di Chabon, compiuta
dai cittadini di fede protestante. Non si può non menzionare la più famosa
azione di coscienza popolare eseguita in Danimarca, dove gran parte della
popolazione danese si era arruolata nell'operazione di salvataggio di quasi
tutti i cittadini ebrei del Paese. Di ottomila ebrei danesi,
settemiladuecento sono stati salvati, portati clandestinamente, durante la
notte e attraverso il mare, in Svezia.
La maggior parte di queste storie eroiche va riferita a gente modesta,
non erudita e non abbiente; benché si registrino coraggiose azioni di
personaggi di alto rango o dell'intelligentsia, il gran numero dei salvatori
è costituito dalle persone più semplici come contadini, domestiche, preti e
anonimi cittadini. Questa considerazione ci rimanda ancora una volta a Primo
Levi, la cui salvezza dipese dal prezioso aiuto datogli durante la prigionia
nel campo di Monowitz dal lavoratore civile italiano, il muratore Lorenzo
Perrone, originario di Fossano. Ad Alba, nella primavera del 1999, si svolse
nella sala comunale una commovente cerimonia in cui un rappresentante
ufficiale dello Stato di Israele consegnò la medaglia di Giusto ai familiari
del signor Lorenzo Perrone - 'Il Giusto di Primo Levi.'
27
Nell'estate del 1999, durante una lezione svoltasi con i partecipanti
italiani del 'Corso per Educatori' di Yad Vashem, il dottor Mordechai
Paldiel delineò le 'caratteristiche' del possibile Giusto, offrendo una
definizione in sé assai contraddittoria: da un lato a questo personaggio si
riconoscono i connotati di una persona non conformista, dai principi morali
saldi ma lontana dal 'benpensare' generale e, dall'altro, il Giusto può
essere definito come individuo estremamente legato alle istituzioni, in
particolare alla Chiesa, dotato di un alto senso di responsabilità e di una
forte morale religiosa.28 Insomma, il prestare soccorso a un ebreo in cerca
di rifugio, di documenti falsi e di mezzi di sostentamento, offrendogli
anche un aiuto morale, era una decisione individuale e intima, dovuta per lo
più alla propria impostazione psicologica ed educativa, ovvero al rapporto
del salvatore con se stesso e con gli altri.
I salvati
Nell'Europa, alla fine degli anni Trenta la popolazione ebraica contava
undici milioni di persone. Dopo lo sterminio nei campi, ne rimasero circa
tre milioni.
In Polonia vivevano in quegli anni più di tre milioni di ebrei e, dopo la
Shoah, i superstiti erano tra trentacinque e quarantamila. In Ungheria, fino
al 1943 vivevano circa ottocentomila ebrei, la maggior parte dei quali erano
assimilati; se ne salvarono soltanto duecentomila, merito soprattutto della
fermezza e della perspicacia di tre Giusti appartenenti a tre diverse
nazionalità: lo svedese Raoul Wallenberg, l'italiano Giorgio Perlasca e lo
svizzero Carl Lutz.
Nell'Italia fascista la piccola comunità ebraica contava quarantacinquemila
anime29 e dal settembre 1943 all'aprile 1945 furono deportati ai campi di
concentramento 8566 ebrei. Ne fecero ritorno soltanto 1009, mentre altri 303
furono massacrati altrove, come in occasione dell'eccidio delle Fosse
Ardeatine a Roma. È bene ricordare che la legislazione razziale non venne
abrogata all'indomani della caduta del fascismo in quanto, per ragioni di
prudenza nei confronti dell'ex alleato tedesco, il maresciallo Badoglio si
astenne dal procedere. Fu così che la questione, o meglio la 'soluzione' del
problema ebraico passò nelle mani dell'esercito di Hitler.
Sin dall'istituzione del 'Giorno della memoria', in Italia gli schermi
televisivi erano pieni di immagini della straordinaria storia di Perlasca,
lo Schindler italiano, uno sceneggiato che ha ripreso il saggio biografico
scritto da Enrico Deaglio già nel 1991. Molto è stato scritto sul
salvataggio dei cento ragazzi che si erano rifugiati nella campagna
modenese, nella Villa Emma di Nonantola, seguiti e accuditi coraggiosamente
da don Arrigo e dalla gente del posto. Altri Giusti, autori di altre storie,
apparentemente piccole, sono segnalati lungo tutta la penisola italiana: da
Casale Monferrato (signora Gusmano) fino ad Assisi (monsignor Giuseppe
Niccolini, padre Ruffino Nicacci e padre Aldo Brunaci), da Lucca (Arturo
Paoli) fino a Gallarate (signor Torreggiani).
Dice un proverbio talmudico: "Chi salva una vita, è come se avesse
salvato il mondo intero": L'eredità del bene, il patrimonio di circa
sedicimila cinquecentocinquanta uomini e donne di nobile azione, ci induce a
non scordare la realtà del male e, allo stesso tempo, a osservare
l'insegnamento biblico inserito nella narrazione pasquale: "In ogni
generazione ciascuno deve considerare se stesso come se [....]" (Esodo
13, 8), come se fossimo tuttora lì, salvati e salvatori, consapevoli che
l'atto di segnare i Giusti nel libro della vita è un atto di profonda
gratitudine e, contemporaneamente, attenti alla necessità di studiare il
passato che ha reso il razzismo e l'antisemitismo un fatto di vita
quotidiana.
Note:
1 Trattato Okatzin, 3, 12 .
2 Talmud, bHagiga, 12, b.
3 Talmud, bYoma, 38, 2.
4 Nominato per la prima volta nel Talmud: bSanhedrin 97b; bSukkot 45b
5 Itzhak Heiman, Darkhei Ha'aggadah, Magnes Press, Jerusalem 1970, p. 130,
in ebraico (Le vie della Ha'aggadah).
6 Mid. Ps. 5:5; Y. Ginzburg ,
The Alef - Beit, Jason Aronson Inc., New
Jersey 1995, pp. 179-191.
7 Altra lettura sulla discussione si trova nel libro di E. A. Urbach,
Chazal, Emunut Vede'ot, Magnes Press, Jerusalem 1986, pp.430-440.
8 A. Mello, a cura di,
Un mondo di grazia, Edizioni Qiqaion, Comunità di
Bose 1995, p. 8.
9 Dall'inizio del XVIII secolo, con il termine
hasidismo si designa una
corrente ebraica religiosa dell'Europa orientale;
10 Encyclopedia Judaica, Keter , Jerusalem 1978, vol. 7, pp. 1383-1388.
11 bHullin 92a, ove si menziona il numero quarantacinque.
12 Cfr. Encyclopedia Judaica, cit.,Vol. 10, pp. 1367, 8.
13 G. Scholem, Pirkei yesod behavanat haKabbalah usemaleah, Mosad Bialik,
Gerusalemme 1980, pp. 213-258; in ebraico. (Elementi e simboli della
Kabbalah).
Cfr. G. Sholem, op. cit., p. 242; vedi tzadik, un attributo popolare
tradotto in yiddish come ??? ????? ? "a giter yid".
14 Maimonide, Sefer ha-Mada,Hilhot Teshuva 3:5, Be'er ha-Gloah, Maharal di
Praga, 122, 6 .
15 A. Cavaglion, Per via invisibile, Il Mulino, Bologna 1998, p. 9.
16 Midrash Tehillim, cap. 1, 12.
17 Eva Hoffman, Shtetl, Einaudi, Torino, 2001, pp. 15-16.
18 Deuteronomio 6, 23; nella narrazione pasquale il figlio acquisisce un
ruolo principale da protagonista e interlocutore, e qualche Haggadah fu
perfino dedicata e scritta appositamente per i più piccoli. Vedi Haggadah
per bambini, Roma 1982, in Anna Segre, La Pasqua Ebraica, Zamorani, Torino
2001, p. 297.
19 Anna Segre, p.136 sull'
Haggadah, FGEI, 1974.
20 Annette Wieviorka,
Auschwitz spiegato a mia figlia, Einaudi,Torino 1999.
In seguito sono stati pubblicati alcuni testi che hanno utilizzato un
formato simile. Es: L. Levi, Che cos'è l'antisemitismo, Mondadori, Milano
2001.
21 Vedi le pubblicazioni della Commissione dei Giusti pubblicate da
Yad
Vashem. In merito si consiglia la lettura del volume di Gabriele Nissim,
Il
tribunale del bene, Mondatori, Milano 2003.
22 Isaia 56,5: "Io darò a loro nella mia casa ed entro le mie mura forza e
rinomanza [...] rinomanza eterna che mai non perirà, darò a ciascuno di
loro"; Encyclopedia Judaica, cit., Vol. 14, p. 180-184; Vol. 16, 697-8, il
testo menziona l'ideazione del progetto "Monte della Rimembranza" approvato
a Londra già nel 1945, in occasione del Convegno sionista.
23 Cfr. l'immagine della medaglia conferita da
Yad Vashem.
24 Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano 1993; Giuseppe
Pederiali, I ragazzi di Villa Emma, Edizioni Scolastiche Bruno Mondadori,
Milano 1998. Protocollo della seduta della Commissione per l'assegnazione
del titolo di "Giusti tra le nazioni", 11.10.2000 - pratica N° 9082 -
Italia.
25 M. Assimov, Primo Levi, Baldini&Castoldi, Milano 1999, pp. 496-517.
26 Susan Zuccotti, L'Olocausto in Italia, Tea, Milano 1995, pp. 214 -240
27 M. Assimov, pp. 283-288.
28 Vedi anche: Mordechai Paldiel,
The Honouring of the Righteous Gentiles,
Focus, 5, London 1988.
29 45.000 -Atlante del popolo ebraico, Zanichelli, Bologna 1995; Bruno
Segre, Gli ebrei in Italia, La Giuntina, Firenze 2001, p. 84, i numeri della
popolazione ebraica durante l'occupazione tedesca 33.000. Michele Sarfatti
specifica nel suo libro Le leggi antiebraiche, Einaudi, Torino 2002, pp.
10,11, che gli ebrei in Italia (compresi quelli di Fiume...ed esclusi quelli
delle colonie) erano circa 45.000 agli inizi degli anni Trenta e circa
47.000 nel 1938; valori corrispondenti a poco meno dell'1,1 per mille
dell'intera popolazione ebraica mondiale."
Riferimenti bibliografici:
M. Assimov, Primo Levi, Baldini & Castoldi, Milano 1999
Alberto Cavaglion, Per via invisibile, Il Mulino, Bologna 1999
Enrico Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli, Milano 1993
Y. Ginzburg, The Alef - Beit, Jason Aronson Inc, New Jersey 1995
Itzhak Heiman, Darkhei ha'aggadah, Magnes Press, Gerusalemme 1970 (in
ebraico)
Eva Hoffman, Shtetl, Einaudi, Torino 2001
L. Levi, Che cos'è l'antisemitismo, Mondadori, Milano 2001
A. Mello, a cura di, Un mondo di grazia, Edizioni Qiqaion, Comunità di Bose
1995
Gabriele Nissim, Il tribunale del male, Mondatori, Milano 2003
Giuseppe Pederiali, I ragazzi di Villa Emma, Edizioni Scolastiche Bruno
Mondadori, Milano 1998
H. Peter, L'Albero dei Giusti, San Paolo, Milano 2001
Michele Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani d'oggi,
Einaudi, Torino 2002
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Sarah Kaminski, saggista e traduttrice israeliana,
specializzata in Didattica della Shoah presso l'istituto Yad Vashem di
Gerusalemme. Docente di Lingua e cultura ebraica all'Università di Torino,
ha presieduto l'Associazione 'Italia-Israele' di Torino. |
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