 |
"Dopo Arafat" di Giuseppe
Franchetti
Non vi è dubbio che Arafat sia stato la più significativa personalità
palestinese nella lunga lotta per l'indipendenza condotta dal suo popolo. La
resistenza agli ebrei, cominciata con il massacro di Hebron nel 1929, si era
svolta genericamente in nome del popolo arabo e dell'islam contro gli
invasori sionisti. Solo in séguito alla sconfitta militare degli eserciti
dei Paesi arabi, che non avevano accettato la spartizione decisa dalle
Nazioni Unite, e alla conseguente diaspora, gli arabi palestinesi hanno
acquisito un po' alla volta la coscienza nazionale, la coscienza di non
essere né solo arabi tout court, né siriani del sud, né giordani dell'ovest.
Il trattamento loro riservato da molti dei fratelli arabi nei cui Paesi si
erano rifugiati li aveva convinti che il panarabismo era una teoria che
poteva andare bene per un popolo come gli egiziani, che aspiravano
all'egemonia nel mondo arabo, ma che non significava niente per dei profughi
che continuavano a essere discriminati e talvolta emarginati.
Solo in Giordania erano stati trattati decentemente e col tempo avevano
acquisito i diritti degli altri cittadini nativi del luogo. Negli altri
Paesi arabi erano trattati come ostaggi che non dovevano essere integrati ma
dovevano rimanere nei campi come monito a tutto il mondo che lo Stato
d'Israele non poteva essere accettato. Per esempio, in Egitto addirittura
non potevano entrare, mentre in Libano non avevano il diritto di esercitare
certe professioni.
È stato dunque il rifiuto dei fratelli arabi di accettarli che ha spinto
i palestinesi a prendere coscienza di essere un popolo diverso dagli altri
popoli arabi, che erano disposti a solidarizzare con loro quando si trattava
di combattere Israele ma che non intendevano solidarizzare nella vita
giornaliera.
Nessuno meglio di Arafat, maestro nell'organizzare il terrorismo e nello
stesso tempo maestro nelle pubbliche relazioni, seppe dare espressione a
questa diversità e seppe portare avanti la causa palestinese davanti
all'opinione pubblica mondiale. Questa maestria è sintetizzata nella sua
prima apparizione all'assemblea delle Nazioni Unite: in una mano una pistola
e nell'altra un ramoscello di ulivo. E quanti, non solo palestinesi,
rimasero ammaliati
L'essere palestinese oramai non era più una vergogna, non era più
sinonimo di miserabile, di ebreo dei tempi moderni su cui tutti potevano
sputare. I palestinesi potevano andare a testa alta perché avevano
un'organizzazione e un capo che veniva ricevuto dai grandi della terra,
perché sapevano combattere e portare il terrore nelle file del nemico,
meglio di quanto fossero in grado di fare i Paesi che malvolentieri li
ospitavano.
E li guardavano ammirati i giovani studenti d'Europa e degli Stati Uniti,
che contro l'imperialismo e il sionismo erano solo capaci di fare cortei e
bruciare la bandiera israeliana. I palestinesi invece non si limitavano alle
parole, ma contro l'imperialismo e il sionismo si battevano sul serio,
avevano organizzazioni dai nomi roboanti, sapevano procurarsi le armi e
sopratutto avevano un leader carismatico che sapeva che cosa si deve fare e
come farlo, sapeva comandare e portare avanti il loro nome e la lotta per i
loro diritti senza perdere tempo in chiacchiere e diatribe interne, come
invece facevano i leader europei e americani.
Qualcosa del genere era accaduto agli italiani con Mussolini. Anche lui
sapeva che cosa si deve fare e come farlo senza perdere tempo in chiacchiere
e diatribe interne. Anche lui aveva trovato un popolo maltrattato dai
trattati di pace di Versailles, un popolo il cui nome agli occhi del mondo
era a un basso livello, e aveva saputo dare agli italiani orgoglio di se
stessi e prestigio di fronte al mondo. Aveva dato loro strutture sociali
moderne, e aveva dato loro un impero, che li poneva a livello delle grandi
potenze. Gli italiani potevano ora andare in tutto il mondo a testa alta,
forti del loro leader carismatico.
Membri della mia famiglia, rifugiatisi negli Stati Uniti nel 1938,
raccontavano che negli anni venti al livello più basso della scala sociale
americana vi erano gli ebrei e gli italiani. Dopo l'arrivo di Mussolini,
negli anni trenta, gli italiani erano saliti di alcuni gradini, mentre gli
ebrei erano rimasti al livello più basso, superiori solo ai neri, tanto che
quei miei parenti, dal nome non tipicamente ebraico, dicevano di sentirsi
meglio accolti come italiani, grazie a Mussolini, piuttosto che come ebrei.
Poi però venne la guerra e tutto cambiò per gran parte degli italiani.
Accecato da quanto aveva raggiunto, il raìs italiano voleva sempre di più, e
portò il suo Paese alla disfatta e alla distruzione. Ma gli italiani seppero
reagire, e seppero liberarsi del loro raìs.
Anche il duce palestinese era accecato da quanto aveva raggiunto nei
colloqui di Camp David e di Taba nel 2000. Il piano di Clinton, accettato da
Barak, prevedeva uno stato palestinese che comprendeva quasi tutti i
territori della Cisgiordania e di Gaza nei confini antecedenti la guerra del
'67. Ma Arafat voleva ancora di più, nella convinzione che, se aveva
ottenuto tanto con trattative pacifiche, poteva ottenere di più con la
forza, e richiese per i profughi del 1948 e per i loro numerosi discendenti
il diritto al ritorno e non solo il diritto a un indennizzo. Evidentemente
tale richiesta non poteva essere accolta, perché avrebbe significato la fine
dello Stato ebraico.
Ne derivò quella che può definirsi un vera e propria guerra, anche se
condotta con metodi diversi da quelli convenzionali. Una guerra ancora più
infame di tante altre, che portò ad ambo le parti morte e distruzione e
vittime civili in proporzioni altissime rispetto ai militari. Arafat sperava
di portare al collasso Israele, ma non vi riuscì. Quelli che soffrirono di
più furono i più deboli, i palestinesi. Una guerra di quel tipo non poteva
portare nessuno a una vittoria militare. Però si può dire che i palestinesi
hanno perso, dato che si trovano ora a sperare di poter ottenere quanto
Arafat rifiutò nel 2000. E al collasso sono la loro economia, le loro
istituzioni e la loro società civile. Ma i palestinesi non seppero reagire e
non seppero liberarsi del loro duce. Adesso Arafat non c'è più. Nuove
speranze si aprono per i popoli del Vicino Oriente, per la fine dell'inutile
reciproco massacro, forse addirittura per la pace.
A imperitura vergogna di tanta parte della sinistra rimangono le
dimostrazioni di cordoglio per la scomparsa del vecchio raìs, dimostrazioni
che troppe volte sono andate al di là di una semplice formalità politica,
hanno sconfinato nella sua mitizzazione e in un elogio del terrorismo e
hanno dimenticato quale ostacolo sia stato ultimamente per la cessazione
delle ostilità.
Prevedere quello che succederà è più difficile nel Vicino Oriente che
altrove. È chiaro che la grande maggioranza della popolazione delle due
parti è esasperata e sfinita dalla situazione esistente. Ma è anche chiaro
che nelle due parti vi sono estremisti contrari a ogni tipo di accordo,
convinti che la ragione sia tutta dalla loro parte e che non ci si possa
assolutamente fidare della controparte.
Già due volte, ai tempi di Oslo e ai tempi di Camp David e Taba, ci siamo
trovati a fare questo tipo di ragionamento e ad esprimere la convinzione che
alla fine il buon senso e la volontà popolare di smetterla con le prepotenze
e la violenza avrebbero prevalso. Invece chi ha prevalso sono stati proprio
gli estremisti delle due parti.
Però i segnali che forse questa sia la volta buona si moltiplicano. Da
parte israeliana vi è il piano di disimpegno da Gaza e da qualche altro
insediamento, che Sharon porta avanti con grande energia e ostinazione,
scrollandosi via tutti gli ostacoli e tutti gli oppositori. Vi è chi si
domanda quanto si possa contare sul cambiamento di rotta della politica di
Sharon: può un leopardo cambiare le sue macchie, come dicono certi suoi
avversari? Si tratta di 'Gaza first' o di 'Gaza only'? Vi è
invece chi ritiene che il ritiro da Gaza possa essere la prova generale di
quello che dovrà essere il ben più robusto ritiro dalla Cisgiordania e che
Sharon voglia veramente legare il suo nome a quello di Begin come artefice
concreto di pace.
Da parte palestinese vi sono le dichiarazioni di Abu Mazen, che vuole
radicalmente cambiare la politica di Arafat, formalmente ambigua e
sostanzialmente aggressiva, con una condanna ferma e decisa del terrorismo,
e che propone di portare avanti la lotta per l'indipendenza palestinese con
metodi non violenti. Vi sono anche le dichiarazioni di alcuni importanti
esponenti di Hamas che prospettano la possibilità di dichiarare una hudna
(tregua) di dieci anni. Non è ancora la posizione ufficiale del movimento,
ma è il segnale che si sta svolgendo una discussione. È possibile che la
forsennata gara di corsa al martirio stia per finire.
Da parte dei Paesi arabi, si moltiplicano i segnali egiziani di buona
volontà, iniziati con la liberazione di Azzam Azzam. Perfino la Siria preme
per ricominciare le trattative di pace senza precondizioni. Da parte
americana, Bush ha promesso un più deciso interessamento. Prima
l'amministrazione pensava che la pace per Gerusalemme passasse da Baghdad,
mentre ora pare che pensi che la pace per Baghdad passi da Gerusalemme.
Persino da parte europea si allude alla possibilità di un cambiamento verso
una maggiore obiettività, anche se condizionato da una maggiore obiettività
da parte americana.
Vi saranno dunque trattative, anche se certamente saranno tempestose, e i
due governi, quello israeliano e quello palestinese, saranno minacciati da
due intifada, quella palestinese tradizionale, che non accetta nessun
compromesso con 'l'entità sionista', e quella israeliana che pare essere in
via di organizzazione. Quest'ultima, una reazione allo sgombero degli
insediamenti, potrebbe essere l'ultima tragica novità, e vi sono in giro
abbastanza esaltati da far temere il peggio.
Da parte nostra, pensiamo sia necessario un cambiamento in quella parte
della sinistra italiana che finora ha avuto una posizione unilaterale nel
conflitto. È molto importante che coloro che hanno buoni rapporti con gli
ambienti palestinesi portino avanti l'esigenza di smetterla con la violenza,
di accettare compromessi e di arrivare a un accordo. Ma se ci si incontra
con il leader di Hezbollah e si esprime l'appoggio per la lotta di
liberazione nazionale senza accentuare la necessità di arrivare a
compromessi, non si rende un servizio alla causa della pace, ma solo a
quella dei fondamentalisti che vogliono tutto. Esiste in buona parte del
popolo della sinistra un riflesso condizionato per cui i palestinesi sono
gli oppressi e quindi hanno diritto a tutto, mentre gli ebrei sono gli
oppressori e si meritano gli attentati terroristici. Il guaio è che questa
opinione è diffusa anche in vasti strati dirigenziali, specialmente, ma non
solo, nei due partiti comunisti.
Se si crede nella pace, è arrivato il momento per quella sinistra che è
visceralmente antiisraeliana di aggiustare la linea politica e di assumere
un atteggiamento più attento a un'equidistanza che, sola, può spingere le
parti a essere pronte a fare quei penosi sacrifici senza i quali le
invocazioni alla pace rimangono un mero esercizio retorico.
Giuseppe Franchetti, presidente di Keshet, presidente della
Federazione Sionistica Italiana.
|
|