L e  r e c e n s i o n i


"Perché, perché, Neera"
di Eleonora Heger Vita
Multimedia Publishing,
Milano 2004, pp. 149, s.i.p.
 

Al di fuori dell'ambiente ristretto dell'ebraismo italiano, numericamente così esiguo, la vita degli ebrei nel nostro Paese durante gli scorsi secoli è sconosciuta ai più.
  Non se ne sa nulla, non solo tra gli italiani di diversa religione ma anche tra gli ebrei di altra tradizione, ashkenaziti e sefarditi, che a volte neppure sono informati dell'esistenza da antichissima data di comunità italiane con proprie specifiche caratteristiche e stili di vita. Ebrei che non hanno mai avuto una lingua propria, ma hanno usato l'italiano in tutte le sue declinazioni dialettali, ebrei che in varie fasi della storia sono stati profondamente integrati nel contesto di appartenenza e hanno intrattenuto ricche relazioni con le realtà sociali e culturali del proprio tempo.
  Particolare merito va quindi dato a quei libri (spesso storie di famiglia) che aprono squarci nella quotidianità della vita ebraica italiana dei secoli passati, rivelandoci, per l'appunto, sia le modalità specifiche di condivisione della tradizione propria dell'ebraismo, sia la trama di un tessuto relazionale con la società del tempo che denota apertura mentale e capacità di integrazione e partecipazione.
Italiani di cultura e religione ebraica: tali sono i personaggi ebrei della storia narrata nel romanzo di Eleonora Heger Vita, e tale fu Salomone Fiorentino, antenato dell'autrice, adombrato nella figura di Daniele Pitigliano, protagonista del racconto. Proprio da composizioni poetiche dell'avo letterato la scrittrice prende spunto per creare una vicenda immaginaria, ambientata però in un contesto realistico, che rispecchia con plausibile fedeltà la vita di un centro minore del Granducato di Toscana nel 1700.
In tale contesto (e anche, in due brevi scorci, a Milano e a Firenze), si svolge la vicenda che prende le mosse dalla morte, per presunto suicidio, di una giovane poetessa improvvisatrice. Si intrecciano amori, morte e poesia mentre, a dipanare la matassa della scomparsa prematura e misteriosa, interviene don Savino, un prete milanese, uomo di lettere e insegnante, a cui il giovane Daniele, educato dagli Scolopi benché ebreo, si rivolge su suggerimento di un suo maestro.
Il sacerdote, recatosi con il protagonista nel suo natale borgo toscano, osserva e studia con cura la realtà del posto, e, attraverso la sua acuta capacità di osservazione, anche il lettore viene conoscendo un mondo, per noi moderni piuttosto singolare, dove il fulcro della vita associativa è costituito dalle tenzoni poetiche che suscitano partigianerie, invidie, pettegolezzi, feroci rivalità.
L'Arcadia (guardata dall'autrice con occhio ironico e divertito) pervade ogni aspetto della vita e ogni pagina del romanzo, sia nella sua versione 'nobile', rappresentata da don Savino e da Daniele, che rivelano frequentazioni con i più noti letterati del tempo nei salotti di Milano, Roma, Firenze, sia in quella popolare, rappresentata dalle improvvisatrici, ragazze del popolo che tuttavia conoscono a menadito il Tasso, il Metastasio, i miti classici.
  Ciò che nel romanzo appare particolarmente interessante è la rivelazione di come la famiglia ebraica dei Pitigliano appaia perfettamente integrata nella comunità di appartenenza: la vita di Daniele rispecchia con notevole fedeltà, come abbiamo accennato, quella di Salomone Fiorentino che, grazie alla liberalità dei granduchi di Toscana, potè accedere agli studi classici presso gli Scolopi di Siena, fu poeta laico, oltre che traduttore dei Salmi, e ricevette onorificenze fino a divenire 'Poeta Cesareo'. Tutto ciò senza venir meno alla sua fedeltà all'ebraismo.
  Qui non si tratta perciò di invenzione, ma di ricostruzione di una vicenda umana esemplare che dimostra, sia pure in circostanze particolarmente favorevoli, quale mentalità e modelli di comportamento avessero sviluppato gli ebrei in Italia, e quanto profonda e partecipata fosse la loro 'italianità'.
  Il romanzo è corredato da un'interessante appendice: un saggio dell'autrice su Salomone Fiorentino, pubblicato su il Portavoce dell'Adei-Wizo, che consente di conoscere questa poco nota figura di letterato, la cui fama superò certamente i confini della Toscana, dal momento che opere gli furono commissionate da nobili residenti in altre regioni. Nel saggio viene presentata con ricchezza di documentazione la vita e l'attività del poeta ebreo, vissuto dal 1743 al 1815. Oltre a un'analisi critica delle sue composizioni letterarie, lo scritto è ricco di notazioni biografiche, anch'esse rivelatrici del clima culturale in cui viveva in quegli anni l'ebraismo italiano.
  Di particolare interesse la memoria del pogrom che investì il paese natale di Salomone, Monte San Savino, dove gli ebrei (lì come in altri luoghi della Toscana) furono oggetto di stragi perpetrate dai fanatici 'Viva Maria' per avere abbracciato le teorie libertarie propugnate dalla Rivoluzione francese. A prescindere, per un momento, dall'esito odioso e tragico, la vicenda ci rivela quanto grande fosse l'apertura del mondo ebraico, che pure si conservava religioso e osservante, di fronte alle nuove idee e alla modernità, che non doveva parere affatto inconciliabile con la fedeltà alla tradizione.
  Riferendosi alla dura esperienza dei pogrom, Salomone Fiorentino, con spirito profondamente laico, ci ha lasciato alcuni versi che dovrebbero essere di monito e di meditazione anche nel tempo attuale.

Il fanatismo dalla negra cresta
forbisce il ferro con quella che indossa
di Religione insanguinata vesta

 

Daniela Manini, architetto, docente, cultrice di studi biblici.