"Ebraismo e laicità"  di  Bruno Segre

 

Il concetto di laicità è nato da un'esperienza politica e da una riflessione razionale che sono tipiche della moderna civiltà dell'Occidente. Tuttavia, in un saggio del 1960 intitolato La laicità e il pensiero d'Israele, Emmanuel Lévinas si domanda se per avventura quel concetto non sia stato conosciuto o anche soltanto presagito, sin da tempi remoti, in àmbito ebraico.

Ma per cercare di rispondere a questa domanda, quali sono le fonti giudaiche cui occorre fare riferimento? In primo luogo, suggerisce Lévinas, ci si deve riferire al lavoro di interpretazione della Torah, ossìa allo studio, a quella sorta di attività che non ripete la Torah ma la rivela e che, com'è noto, non è appannaggio né prerogativa di una casta sacerdotale. Nel giudaismo, rammenta l'Autore, "il governo di Dio consiste nel sottomettere gli uomini all'etica piuttosto che ai sacramenti, sicché la categoria sociologica di religione non aderisce al fenomeno giudaico. Essa gli farebbe perdere ciò che ha di più originale e, in una certa misura, di opposto al mito, al mistero, al numinoso, al dogmatico, all'irrazionale. La categoria sociologica di religione cancellerebbe ciò che, paradossalmente, il giudaismo comporta di laico."

In àmbito ebraico, ricorda ancora Lévinas, il clero non è formato da ecclesiastici. "Il mondo dei chierici ebrei è laico" sottolinea, e poi aggiunge: "Bisogna ricercare il pensiero ebraico nel Talmud e nelle opere [...] che hanno in esso la propria sorgente. [...] Di questo pensiero multiplo, che si estende lungo l'arco di molti secoli, ricorderemo alcune costanti per interrogarci sulle origini della laicità del giudaismo." Ovviamente, non si può trattare delle concrete istituzioni che oggigiorno attribuiscono e garantiscono carattere laico alle strutture di uno Stato moderno, ma piuttosto di un clima spirituale che, nella vicenda della cultura degli ebrei, ha posto le basi ideali di tali istituzioni. Questo clima, questa condizione spirituale, come s'è già accennato, si manifesta nel primato dell'etica sul sacerdotale e sulle varie forme della pietà rituale, e nella relativa autonomia della vita politica.

Definite queste premesse, Lévinas si dà egli stesso a lavorare d'interpretazione sulla Torah, con un'articolata argomentazione che in questa sede non posso ripercorrere se non per sommi capi, la cui conclusione è la seguente: l'idea che una società umana debba reggersi su relazioni sganciate e indipendenti dalla religione, nel senso ecclesiastico e clericale del termine, è un'idea che è ben presente nello stesso retaggio religioso ebraico.

Lévinas chiarisce il suo punto di vista movendo da Geremia 22,16 per ricordare che chi ascolta la parola del Signore "fa giustizia nei confronti del povero e del bisognoso". Il Sacro non soggiace alla taumaturgica liturgia degli uomini. Lo stesso ritualismo giudaico funge da mero metodo e disciplina della vita morale. Il Sacro si manifesta soltanto là dove l'uomo riconosce e accoglie l'altro uomo: non viene dunque rivelato dai dogmi né evocato dalle pratiche devozionali della religione. La presenza di dogmi, del resto, apporta divisione e discordia fra gli uomini, contrastando pesantemente i modelli di pensiero e di comportamento che li uniscono fra loro. La relazione etica, impossibile senza giustizia, non va vista quale semplice preparazione alla vita religiosa, ma è questa stessa vita religiosa.

Scrive Lévinas: "Il Messia si definisce, prima di tutto, con l'instaurazione della pace e della giustizia - cioè con la consacrazione della società. [...] Dire che Dio è il Dio dei poveri o il Dio della giustizia significa pronunziarsi non sui suoi attributi ma sulla sua essenza." Nel giudaismo, rammenta l'Autore, il rapporto con Dio non è concepito in nessun momento al di fuori del rapporto con gli uomini. Spetta all'uomo salvare l'uomo: la maniera divina di salvare gli uomini consiste nel non fare intervenire Dio. La vera correlazione tra l'uomo e Dio dipende da una relazione tra uomo e uomo, di cui l'uomo assume la piena responsabilità come se non vi fosse un Dio su cui contare. "Stato d'animo che caratterizza la laicità, anche quella moderna", sottolinea Lévinas.

Il nostro Autore afferma con convinzione che l'idea forte del giudaismo consiste nel trasfigurare l'egoismo individuale o nazionale in vocazione della coscienza morale. Il Pentateuco menziona più di quaranta volte il rispetto dovuto allo straniero, al ger. "Vi sia un'unica legge per il nativo del Paese e per lo straniero che soggiorna in mezzo a voi", recita Esodo 12,49: il che riflette con vigore un'istanza di fraternità umana e di comunità nell'umana miseria ("poiché anche voi foste stranieri nel paese d'Egitto": Deuteronomio, 10,19). Il fondamento del diritto di una persona non dipende dalla sua adesione alla religione del popolo presso cui essa vive. Il monoteismo giudaico annuncia il diritto naturale.

Se il particolarismo di una religione si mette al servizio della pace, al punto che i suoi fedeli sentano l'assenza di questa pace come l'assenza del loro Dio, allora la religione raggiunge l'ideale della laicità. È in questa prospettiva che, per il giudaismo, si situa il ruolo proprio d'Israele, la sua dignità di popolo eletto che è stata così spesso equivocata, rammenta Lévinas. Il giudaismo ha apportato nel mondo non l'orgoglio dell'eccellenza nazionale, ma l'idea delle dimensioni planetarie della società umana, l'idea di un accordo possibile tra gli uomini, ottenuto non con la guerra ma con la fraternità, con la comune paternità di Noè, di Adamo e, in ultima istanza, di Dio.

Promotore di una religione lontana dal potere, tanto dal potere clericale quanto da quello politico - la religione dei profeti, insomma -, Lévinas afferma che il particolarismo giudaico non contraddice ma è condizione di una società universale. La missione di Israele non è quella di convertire o di integrare il mondo. Nel porre come valore religioso supremo e come scopo ultimo la pace, il giudaismo non separa il conseguimento della pace dalla responsabilità d'Israele, ma non chiede in nessun momento che la totalità degli uomini aderisca al giudaismo.

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In questa singolare sortita ermeneutica di Lévinas, due sono gli aspetti che stimolano in particolare il mio interesse. In primo luogo, l'idea di una società tesa a realizzare un modello di crescita etica e civile nella giustizia e nella pace, grazie alla sua capacità di porre la religione tra parentesi in nome e per virtù della stessa religione. In secondo luogo, una concezione decisamente positiva e propositiva della laicità, in assenza della quale la stessa laicità si ridurrebbe alla ricerca di una vita tranquilla e pigra, a un'indifferenza nei riguardi della verità e degli altri, a un immenso scetticismo.

In ciò che qui mi appresto, per parte mia, ad aggiungere, intendo mettere a frutto l'approccio suggerito da Lévinas per spezzare una lancia a favore di quella che chiamerò 'concordia laica': ossìa di una forma di convivenza pacifica fra gruppi umani con memorie e retaggi spirituali diversi, da far valere innanzitutto in un Paese come l'Italia, in cui i diritti delle minoranze religiose sono ben lontani, di fatto, dall'essere opportunamente tutelati. Ritengo che questa concordia laica vada proposta con tanto maggior vigore in un periodo qual è l'attuale, che vede il nostro Paese affidato alla gestione di gruppi di potere indifferenti, se non apertamente ostili, a politiche in linea con il carattere costituzionalmente laico dello Stato; forze di governo che in vari settori della vita nazionale tendono a favorire l'ingerenza crescente della Chiesa cattolica e delle sue istituzioni, con un visibile deterioramento dell'uguaglianza sostanziale di tutti i cittadini: di quel diritto, cioè, che per ciascun cittadino dovrebbe essere fondante e inattaccabile, a qualsiasi credo o non-credo religioso egli o ella appartenga.

Del resto, in tema di non-laicità il discorso può essere correttamente esteso ben al di là dei confini della sola Italia. Della concordia laica qui proposta potrebbero infatti giovarsi numerosi altri Paesi in ogni parte del mondo (tanto in Occidente quanto in Oriente), nei quali le istituzioni dello Stato e gli strumenti di formazione dell'opinione pubblica - in particolare i sistemi scolastici e i principali mezzi d'informazione - risultano essere pesantemente condizionati da poteri che pretendono di esercitare il monopolio della spiritualità. Curiosa concezione della spiritualità, quella di maggioranze religiose (maggioranze talvolta soltanto presunte, o sedicenti tali) che cercano freneticamente di procurarsi soddisfazioni temporali piuttosto che mirare, in modo disinteressato, all'affermazione di valori che possano porsi quali denominatori comuni per tutti gli uomini.

La laicità, che implica una tensione all'universale, è l'elemento determinante di ogni società che voglia dirsi autenticamente democratica. Essa è un valore principe in quanto nemica di ogni istanza che venga proposta in termini assoluti e perentori. A rileggere alcuni degli autori che alla definizione di questo concetto hanno dedicato pagine particolarmente significative - penso per esempio ad Alain, a Gaetano Salvemini, ad Aldo Capitini - ci si rende conto che la laicità è innanzitutto un valore interiore, un atteggiamento proprio di ciascuna persona nel suo vivere e agire quotidiano. Laicità significa praticare l'ideale dell'obiettività in tutto ciò che si pensa, in tutto ciò che si ricerca, in tutto ciò che si dice. Significa soprattutto rispettare la libertà degli altri.

La laicità coniuga il principio della libertà di coscienza con quello della rigida uguaglianza giuridica, etica e persino simbolica dei fedeli di tutte le fedi che si professano all'interno di una società. L'applicazione di questi due princìpi - quello della libertà di coscienza e il principio dell'uguaglianza - non significa soltanto evitare che venga privilegiato questo o quel credo religioso, ma implica anche che si rifiutino valorizzazioni discriminatorie a esclusivo beneficio delle confessioni religiose nel loro insieme. Di ciò è importante che si tenga debito conto in un Paese come il nostro nel quale, secondo stime di parte cattolica, oltre a varie centinaia di migliaia di protestanti, di ebrei, di musulmani e di fedeli di altre religioni, vivono tra gli otto e i nove milioni di cittadini che si dichiarano senz'altro atei o agnostici.

La laicità unisce gli uomini in ciò stesso che li eleva al di sopra dei particolarismi che sono loro cari, senza esigere che a tali particolarismi essi rinunzino, ma facendo sempre salvo il principio dell'uguaglianza.

Sono Paesi laici quelli in cui i vari credo religiosi - così come qualsiasi altra figura non clericale della vita spirituale - godono della massima libertà d'espressione. Laico può essere tanto il credente quanto il non credente (o non praticante), mentre può accadere che l'uno e l'altro - il credente e il non credente - sostengano e diffondano forme di chiuso dogmatismo. Laico non è colui che rifiuta, o peggio deride, il Sacro: l'imporre un ateismo ufficiale, come nel 20° secolo s'è fatto per molti decenni in buona parte dell'Europa e del mondo, è altrettanto non-laico quanto il privilegiare un credo religioso. Laico è ogni credente non superstizioso e non fanatico, capace cioè, anzi desideroso, di discutere faccia a faccia con il proprio Dio e di intrattenere un dialogo aperto con l'altro, con il diverso. Altrettanto laico è ogni non credente che, al riparo da assolutismi o da pericolose idolatrie, sviluppi liberamente il proprio punto di vista, la propria ricerca, e insieme sappia riconoscere le analogie che la legano alla ricerca di conferme condotta da chi una fede ce l'ha.

Da vari anni ormai sono in atto in tutto il mondo, e nel bacino del Mediterraneo con un'intensità particolare, imponenti movimenti di popolazione. A fronte di questi, che non sono semplici fenomeni di immigrazione episodica bensì migrazioni di massa (immani e spesso tragiche), coloro che progettano di bloccare gli accessi, di serrare le porte, di chiudere i confini coltivano la più velleitaria delle illusioni. Detto questo, è inutile ignorare o, peggio, negare che le società investite da queste ondate migratorie vivono attualmente una transizione conflittuale che, secondo modalità diverse, le pone dinnanzi a problemi politici, legali e persino religiosi inediti, problemi destinati talvolta a mobilitare pulsioni passionali sulle quali non si legifera né si ragiona.

La proposta di concordia laica che qui vado formulando è qualcosa che viene prima e che sta a monte di ogni misura legislativa o di qualsiasi considerazione d'ordine giuridico. È una proposta che ha piuttosto a che fare con l'antropologia culturale e con l'educazione. Penso che la chiave di volta di questa concordia laica vada ancora una volta individuata nella scuola pubblica, che non è lo specchio della società bensì ne costituisce il fermento. Tocca infatti al sistema dell'educazione pubblica farsi carico di introdurre alla cittadinanza tutti coloro che lo frequentano, garantendo che, in uno spazio sociale destinato a espandersi e a mantenersi inclusivo, possano esprimersi le diversità e persino le reciproche contraddizioni fra i vari gruppi presenti nella società.

Un po' dovunque, in sostanza, e non soltanto in Italia, occorre educare nuove leve di cittadini capaci di capire, di accettare o, meglio ancora, di apprezzare i valori, le ricchezze delle diversità. In particolare, come si può seriamente avviare un processo tanto delicato e complesso qual è l'integrazione dell'Europa - di un'Europa, per giunta, sempre più affollata di extracomunitari - senza pensare di dare vita, nel nostro composito continente, a un ventaglio di società aperte, plurali e pluraliste, e senza formare degli europei 'nuovi', capaci di comprendere e di portare pieno rispetto ai simboli e alle manifestazioni spirituali che gli 'n' gruppi minoritari che compongono il nostro mosaico continentale portano con sé, ciascuno attingendo al proprio retaggio culturale?

"L'Europa deve essere aperta e inclusiva delle culture e delle confessioni di minoranza", scrive Amos Luzzatto in una sua recente pubblicazione. "Escluderle significa rifare dell'Europa una fortezza assediata, che forse si prepara al prossimo scontro armato con l'Islam. [...] La considererei una scelta perdente, una vera liquidazione del 'progetto Europa'". Così Luzzatto.

Concordia laica, in conclusione, non già come espressione di una tiepida e incolore tolleranza, ma come condizione di un fecondo incontro fra culture, religioni, lingue e costumi di vita diversi. Concordia laica per promuovere una crescita della vita spirituale diffusa, vigorosa, largamente condivisa.
 

Riferimenti bibliografici:

Emmanuel Lévinas, La laïcité et la pensée d'Israël, in : A.Audibert et al., La laïcité, PUF, Paris 1960. (Traduz.ital.: Laicità e pensiero giudaico, in: Emmanuel Lévinas., Dall'altro all'io, Meltemi, Roma 2002).
Amos Luzzatto, Il posto degli ebrei, Einaudi, Torino 2003.

 

Bruno Segre, storico; presidente degli 'Amici italiani di Nevé Shalom / Wahat al-Salam'.