Intervista apparsa sul sito temindivenire.com

Intervista a Michael Begnini                                                           

Da qualche tempo in Italia, e in diversi altri Paesi dell’Unione Europea, si è avviato un dibattito sulla necessità di reintrodurre il servizio militare obbligatorio. Non siamo dunque i soli a porci la domanda. Per anni era stato attivo fondandosi sul principio ideale di una partecipazione popolare alla difesa nazionale.

Qualora esso venisse ripristinato, un elemento di novità potrebbe essere costituito dall’introduzione dell’istituto della riserva, ovvero del rientro periodico o straordinario nelle forze armate di coloro che hanno terminato il primo periodo obbligatorio.

Il maturare di nuove esigenze del tutto impreviste fino a non molti anni fa lascia intravedere un rinnovato interesse per la discussione sul tema delle forze armate, anche in merito al loro utilizzo.

La rapida evoluzione degli scenari geopolitici e, con velocità forse ancora superiore, degli scenari sociali interni al Paese, pone infatti la questione dell’opportunità dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna, benché solo in funzione ausiliaria alle forze dell’ordine. Il contesto culturale e socio-economico italiano, non diversamente da altri Paesi europei, registra trasformazioni tumultuose. Emergono tratti comuni tra i singoli Paesi membri UE: a un incremento del rischio terrorismo corrispondono minori possibilità di controllo del territorio da parte dello Stato centrale che si trova a fronteggiare rivolte urbane (Francia: riforme del lavoro, banlieue), estesa microcriminalità (Italia: insicurezza delle reti pubbliche di trasporto, microcriminalità pervasiva), masse di migranti fuori controllo (lavoratori in nero di Rosarno o migranti di Calais e Idomeni), ecc…

Tali problemi deflagrano in un contesto precario di crisi economica e limitatezza di risorse degli stati centrali, che avevano già originariamente strutturato verso il ridimensionamento la spesa per le forze dell’ordine (in funzione di una situazione precedente).

Non ci si può tuttavia nascondere che esiste in Italia un fronte di opinione piuttosto articolato che vedrebbe con imbarazzo il ritorno del servizio militare obbligatorio, l’introduzione del servizio di riserva nazionale, il contributo attivo delle forze armate a supporto dei servizi istituzionali svolti attualmente dalle forze dell’ordine.

Probabilmente persistono strutture culturali e ideologiche che inibiscono completamente un’attitudine pragmatica. Sono resistenze e imbarazzi che derivano dal retaggio di certe aree del pensiero della sinistra e di settori del mondo cattolico (che non a caso avevano svolto un ruolo fortemente sinergico spingendo verso il servizio civile), allineati su posizioni antimilitariste e di pacifismo a oltranza.

Stante questa situazione, il tema dell’uso della forza diventa inevitabilmente monopolio delle destre, su cui parimenti gravano impostazioni che fanno riferimento a un universo valoriale fortemente ideologizzato. Anch’esso impedisce di vederne i possibili eccessi, o non è consapevole dei rischi relativi alla possibile violazione dei principi fondamentali dello stato democratico e delle libertà individuali.

Nel dibattito comune sembrano comunque prevalere considerazioni di fondo secondo cui l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) viene fatto coincidere concettualmente con l’esercizio della violenza. Una confusione dalle fatali conseguenze.

Sarebbe estremamente importante cercare di comprendere come si possa essere pervenuti a una simile confusione, sebbene tale ricerca si preannunci tutt’altro che semplice.

Potrebbe essersi verificato un processo di deriva nella vulgata comune del concetto ideale della “non-violenza”. Analogamente a quanto avvenuto per altri nobili ideali che appartengono profondamente alla cultura europea – come quelli di solidarietà e tolleranza – parrebbe che anche in questo caso un abuso di accentuazione retorica abbia gradualmente indotto nella grande comunicazione e nel pensare comune uno snaturamento sostanziale dei concetti.

Tornando all’ipotesi di reintroduzione della leva obbligatoria, dell’istituto della riserva e dell’impiego delle forze armate a supporto delle forze dell’ordine, il nostro Paese si trova comunque ancora davanti a interrogativi e nodi irrisolti. Non ultimo l’accesso molto recente e quindi ancora minoritario delle donne nelle forze armate.

Ci si può chiedere inoltre se il settore della protezione civile, fortemente cresciuto nell’ultimo decennio, potrebbe essere fruttuosamente inglobato nell’istituto della riserva nazionale, trovando in esso il suo spazio ottimale.

E ancora: come leva, riserva, supporto alle forze dell’ordine possono contribuire a irrobustire la salute della democrazia e il senso civico del Paese, fugando le preoccupazioni prudenziali e sempre opportune di chi teme derive autoritarie?

Resta infatti pienamente condivisibile la preoccupazione e la necessità di garantire la struttura pienamente democratica di tali possibili cambiamenti.

In tal senso occorrerà guardare a quelle realtà come Stati Uniti, Regno Unito, Finlandia, Svizzera e Israele, che sembrano aver saputo coniugare l’impegno per una difesa (civile e militare) attiva e partecipe del territorio da parte dei cittadini, con una robusta salute delle istituzioni democratiche.

Israele, proprio per le peculiari condizioni che ne costituiscono da decenni il contesto di vita quotidiana, gode della condizione di Paese a cui il mondo intero guarda con ammirazione per la gestione della sicurezza. Al contempo, paradossalmente, viene spesso fatto oggetto di critiche, censure e risentimento quando agisce per garantirsi tale sicurezza al suo interno e nella insidiosa geopolitica mediorientale.

Senza dubbio è un Paese che esercita senza tentennamenti la forza, ma continua ad avere un regime democratico.

Ha delle efficienti forze armate e un consolidato sistema di riserva nazionale, attraverso il quale comuni cittadini svolgono periodicamente servizio attivo militare e civile.

Della gestione della materia in Israele parliamo con Michael Begnini, coordinatore di Sar-el Italia (sarelitaly@gmail.com), organizzazione che gestisce periodi di volontariato civile in Israele e offre l’opportunità di approfondire la conoscenza del Paese. E’ un’occasione che ci permette di conoscere un poco di più di come in Israele vengono affrontate queste tematiche.

Domanda: In Italia il servizio militare obbligatorio è stato considerato in modi diversi: contributo a un’effettiva unità nazionale, formazione di una forza militare da usare in caso di invasione da Est/conflitto, periodo di formazione morale-educativa dei giovani, oppure secondo altri totale perdita di tempo, inutile parentesi di autoritarismo subìto, ecc…

Begnini:  «In Israele il servizio militare era ed in grossa parte è ancor oggi, un melting pot nel quale viene formato il giovane israeliano. Come la società è cambiata, così anche è cambiato l’esercito, il quale era in passato un punto di intersezione di sefarditi ed ashkenaziti, ricchi e poveri, gente di città e kibbutznikim, agricoltori e figli di liberi professionisti. Insomma l’esercito era, e ripeto è in grossa parte a tutt’oggi, un periodo di tre anni (due per le ragazze) nel quale il cittadino impara la disciplina, l’importanza dell’assistenza ai compagni, e contribuisce alla sicurezza del Paese. Il servizio militare viene poi incluso nel curriculum vitae ed è di fondamentale importanza per chi vuol accedere a determinati contesti lavorativi».

Forse in Italia la discussione sul ripristino del servizio militare non sarebbe sul merito, ma slitterebbe su polarizzazioni ideologiche. È noto che la sinistra ha di fatto abbandonato alla destra una intera area di valori e semantica, sposando invece quella del pacifismo di derivazione cattolica.

«In Israele sia sinistra che destra sono adamantine sull’importanza dell’esercito e nessun partito politico, al di fuori forse dei partiti arabi, è disposto a tollerare attacchi a un esercito che è la ragione d’esistenza dello Stato d’Israele».

Sono considerazioni che ci conducono a un nervo scoperto: sembrerebbe infatti che in Europa l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) sia fatto coincidere tout-court  con l’esercizio della violenza. Una confusione concettuale pervasiva e con enormi conseguenze. Ciò deriva dalle diversità geopolitiche tra Europa e Israele/Medio Oriente?

«L’esercito non è solo violenza ma è anche violenza. In Europa sembra si siano dimenticati dei secoli di violenza e di spargimenti di sangue, culminati con la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah. Un esercito forte e ben addestrato, come ha la Svizzera, è uno strumento necessario per una democrazia sana e vigorosa».

Ci può illustrare sinteticamente come leva e riserva sono organizzate in Israele?

«Il servizio di leva è di circa tre anni per i ragazzi, e di due per le ragazze. La durata dipende dal tipo di servizio e dalla motivazione del soldato o della soldatessa. Ci sono corsi nella marina militare che durano 6 anni, durante i quali il soldato fa un corso di comando per una nave da guerra, completa un B.A. (laurea breve) in Scienze Politiche, e prende servizio attivo; ci sono corsi come le unità di spicco (vedi quella che ha operato ad Entebbe) nelle quali il soldato è obbligato a mantenere la segretezza assoluta su quel che fa; ci sono oggi corsi cyber; ci sono corsi per l’auto trasporto, mezzi pesanti, carri armati, ecc… Il servizio di base può essere allungato, a discrezione degli ufficiali di ruolo, allorché al soldato viene proposto di divenire ufficiale; a tutt’oggi la cosa è vista come un onore e un sacrificio, visto che si aggiungono altri 18 mesi di servizio attivo, se non di più. Il servizio di riserva diviene obbligatorio dopo un anno dal congedo, e dura fino ai 40 anni per le unità combattenti, e prima per reparti non combattenti. Dopo i 40 anni si può andare volontari al servizio di riserva».

Qual è il senso attuale di servizio militare e riserva dato un contesto militare tecnologico e professionale?

«In Israele si usano le risorse giovanili non appena finiscono la scuola; coloro che sono particolarmente adatti dal punto di vista intellettuale vengono presi per un servizio di tipo tecnologico/informatico. I meno dotati dal punto di vista intellettuale vanno ai reparti combattenti. L’esercito israeliano poggia sull’esperienza dei suoi soldati – una solida formazione professionale dei giovani permette un servizio utile – dopo di che l’esperienza lavorativa permette ai soldati di affrontare la leva con coscienza di causa, contribuendo al servizio con la propria professionalità».

Qual è in Israele il peculiare rapporto tra chi comanda le forze armate (esercito) e chi deve garantire la sicurezza interna (ministero dell’interno)?

«In Israele c’è un ministro degli Interni che NON si occupa di materie militari. Coloro i quali sono assegnati a questo compito sono il ministro per la Sicurezza Interna ed il ministro della Difesa. Per decenni il ministro della Difesa è stato un ex-generale / capo di stato maggiore: dopo una cadenza di due o quattro anni, il capo di stato maggiore lascia l’esercito, e solitamente entra in politica. Ci sono quelli che vanno nei partiti di destra e quelli che si uniscono alla sinistra. Il ministro della Difesa, essendo un ex-soldato, conosce perfettamente il funzionamento dell’esercito, ma è sempre legato dai vincoli della democrazia, da una gerarchia chiara, e così anche il capo di stato maggiore, il quale si incontra una volta a settimana col ministro e dà consigli e porta aggiornamenti dalle forze in campo».

Quello dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna è un terreno molto sensibile, che secondo molti può condurre al golpe dei militari o a un regime fortemente autoritario. Israele come garantisce la buona salute della democrazia?

«L’esercito israeliano è un esercito popolare, è un ramo della società. Qui il concetto di golpe non è visto come una possibilità reale. La sicurezza interna, oltre tutto, viene assegnata alla polizia ed alla polizia di confine. L’esercito si occupa dei confini e della difesa del Paese dalle minacce esterne. Così è anche per i servizi segreti: il Mossad opera all’estero, lo Shin Bet (o ShaBaK) opera all’interno, nei territori occupati».

Dovremo scegliere tra sicurezza e libertà?

«La libertà poggia sulla propria sicurezza. E’ tassativo che l’Europa abbia un controllo pieno e indiscusso del proprio territorio. La popolazione deve inoltre cambiare atteggiamento, e prender parte nel mantenimento dell’ordine: milizia civile, ronde civili, ecc… così come ci sono in Israele».

In Israele come è stata affrontata la convivenza di uomini e donne nei reparti?

«La convivenza è riflesso della società. Quando il rapporto fra uomo e donna era più patriarcale, la donna era considerata più come partecipante passiva. Oggi la donna non tollera più di esser trattata come oggetto e membro passivo, e le dinamiche stanno cambiando, lentamente. Lo stesso dicasi riguardo alla polizia».

Ritiene che il ruolo della donna nella storia della cultura ebraica renda più naturale il suo vestire la divisa accanto all’uomo rispetto ad altre culture?

«Non esiste nessun legame fra le due cose. La domanda manca di basi storiche… ».

Ci spieghi meglio in che cosa consiste l’istituto dei riservisti. Oltre all’impiego militare svolgono anche funzione di protezione civile?

«I reparti civili vengono impiegati solamente come parte integrante della difesa dei confini. In tempo di guerra o di qualsiasi altro tipo di emergenza nazionale, possono anche essere usati per la protezione della popolazione civile, come è successo un anno fa all’inizio dell’ondata di accoltellamenti, quando l’esercito ha arruolato decine di migliaia di poliziotti di confine, dando la possibilità alla polizia di coprire in modo capillare l’area di Gerusalemme e Tel Aviv».

L’Italia è periodicamente colpita da disastri a causa della non adeguatezza costruttiva rispetto alla sismicità del territorio, degli abusi e del dissesto idrogeologico. La riserva potrebbe portare un contributo? Ci sono analogie possibili con l’esperienza di Sar-el?

«Non c’è nessuna relazione fra le riserve ed i servizi/unità di assistenza in caso di terremoto».

Ci parli infine del suo ruolo di coordinatore italiano e dell’esperienza di Sar-el…

«Sar-el offre la possibilità di fare volontariato civile in Israele; il sito di Sar-el però è disponibile solo in lingua inglese e ci siamo accorti che molte persone si sentono scoraggiate e non sanno come fare per muovere i primi passi. Pertanto, avendo partecipato diverse volte ai programmi  Sar-el, dopo qualche anno ho deciso di estendere la mia attività di volontariato anche a quei  periodi dell’anno in cui sono in Italia, facendo da tramite fra gli interessati in Italia e l’organizzazione in Israele».

di Mario Frascione

Il link originale è disponibile a questo indirizzo:   https://temindivenire.wordpress.com/2016/10/07/la-difesa-del-paese-leva-riserva-democrazia/