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DONNE CHE FANNO LA PACE: LA MARCIA DELLA SPERANZA di Emilia Perroni

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Si tratta solo dell’inizio. Di Emilia Perroni, Psicologa Clinica, Gerusalemme

Durante due settimane, donne appart]]>< ![CDATA[enenti a tutti i partiti (destra, sinistra e centro), donne ebree, mussulmane e cristiane, religiose e laiche, hanno marciato da Ros Ha-Nikra`, nel nord di Israele, fino a Gerusalemme per esprimere la loro profonda e decisa richiesta che i governi, sia israeliano che palestinese, inizino sul serio un processo politico per raggiungere un accordo di pace. Si vuole che i politici delle due parti non si nascondano - come troppe volte hanno fatto in passato- dietro a mille scudi e scuse per giustificare azioni di guerra. L'organizzazione "Donne che Fanno la Pace" e` nata due anni fa subito dopo l'operazione militare israeliana a Gaza, chiamata 'Margine di Sicurezza' (in ebraico: Tzuk Eitan), con il preciso proposito di esigere dai governi l'inizio di un processo politico di pace fra i due popoli e di abbandonare l'ottica del conflitto, affermando che sia Israele sia le autorita` palestinesi hanno un'esperienza pluriennale di 'risolvere' la situazione del conflitto israeliano-palestinese con la violenza. Le partecipanti in sostanza dicono: "Ora basta! Occorre cambiare radicalmente l'approccio con la controparte. Vogliamo un processo politico che porti ad un accordo di pace e non ci fermeremo fino a che non sara` compiuto". Parallelamente l'organizzazione e` impegnata nel coinvolgere i mass-media per divulgare gli scopi ed i messaggi dell'organizzazione in modo programmato e capillare. donne-per-la-pace2

Piu` di 20.000 donne, ma anche alcuni uomini senz’altro coraggiosi, hanno partecipato alla marcia della speranza alla quale sono stata orgogliosa di far parte. L’ultima tappa del percorso, avvenuta il 19 ottobre, ha visto l’incontro di tutte le partecipanti a Kasser El-Yahud, nei pressi del Mar Morto, luogo in cui – secondo la narrativa ebraica e cristiana- il popolo di Israele avrebbe attraversato il Giordano entrando cosi` nella terra di Canaan, il profeta Elia sarebbe salito in cielo ed in quel luogo Gesu` sarebbe stato battezzato da Giovanni Battista. E` stato molto commuovente vedere autobus carichi di donne di tutte le estrazoni sociali, politiche e religiose, ed in particolar modo essere stata testimone anche della presenza di piu` di mille donne palestinesi, tutte attiviste per la pace, provenienti dalla Cisgiordania, da Hebron, da S. Giovanni D’Acri, da Sachnin, da Gerusalemme, da Gerico ..ecc, molte delle quali si sono abbracciate in lacrime con donne israeliane. Noi ebree israeliane eravamo vestite di bianco. Le donne palestinesi col velo islamico (hijab), sul quale poggiava un cappello con la visiera e con la scritta in ebraico “Donne che Fanno la Pace”.  Accompagnate dal suono di tamburi e di canzoni ci siamo dirette verso la sponda del Giordano, dove e` stato eretto un podio dal quale hanno parlato: prima le fondatrici dell’organizzazione e successivamente, come ospite d’onore, Leymah Gbowee, figura molto carismatica e premio Nobel per la pace, venuta apposta in Israele per dare il suo sostegno ed il suo incoraggiamento alla nostra organizzazione.

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“SAR-EL, UN’ESPERIENZA UNICA” INTERVISTA AL COORDINATORE ITALIANO di Riccardo Ghezzi

intervista orginale apparsa sul sito www.linformale.eu

Michael Begnini, innanzitutto complimenti per la nomina a coordinatore in Italia per Sar el. Raccontaci un po’ il tuo ruolo…
Prima di tutto vorrei ringraziarvi per l’opportunità che mi avete dato di poter parlare di Sar-El.

Sar-el offre la possibilità di fare volontariato civile in Israele; il sito di Sar-el però è disponibile solo in lingua inglese e ci siamo accorti che molte persone si sentono scoraggiate e non sanno come fare per muovere i primi passi. Pertanto, avendo partecipato diverse volte ai programmi  Sar-El, dopo qualche anno ho deciso di estendere la mia attività di volontariato anche a quei  periodi dell’anno in cui sono in Italia, facendo da tramite fra gli interessati in Italia e l’organizzazione in Israele.

Qui su L’Informale più volte ci siamo occupati di Sar-el, intervistando anche chi ha provato questa esperienza. Alcuni lettori volevano sapere di più e si sono lamentati della poca reperibilità di informazioni. Dove si possono trovare informazioni su Sar el?
Le informazioni su Sar-El si trovano ovviamente sul sito sar-el.org che però a molti pone il problema della barriera linguistica. Pertanto possono senz’altro rivolgersi a me oppure consultare il sito se conoscono l’inglese. Esiste anche una piccola guida a Sar-el in italiano, con le principali informazioni utili a chi vorrebbe fare questa esperienza. La mail è sarelitaly@gmail.com.

A chi si rivolge Sar-el? Chi può fare questa esperienza?

Sar-el è aperto a qualsiasi persona fra i 17 e gli 80 anni di età; viene solo richiesto che il candidato sia in buone condizioni di salute, sia da un punto di vista fisico che mentale.

Sono tanti gli italiani che scelgono Sar-el?

Ogni anno ci sono vari italiani, tra cui alcuni parlano inglese e altri no. Sarebbe bello riuscire ad organizzare un gruppo di italiani, in modo da avere una lingua comune con cui scambiare opinioni, a patto che ci sia qualcuno che parli l’inglese e che possa fare da interprete là dove necessario. In caso contrario potrebbe essere difficile capire tutto quello che sta accadendo e questo impedirebbe di sentirsi parte del programma.

Ci si può rivolgere a te per creare una comitiva di italiani?

Ovviamente sì. Se si riesce a fare almeno un gruppo di dieci italiani per l’anno prossimo, c’è la possibilità di organizzare anche un tour di due settimane per soli italiani.

Basta aprire una lista di iscrizione e appena è pronta si parte.

 

In cosa consiste, esattamente, Sar-el? Dal punto di vista operativo, dei costi e della durata…

Con Sar-el si lavora nella Divisione Logistica dell’IDF, svolgendo vari tipi di attività, a seconda della location in cui si viene mandati. I programmi SAR-EL normalmente durano 3 settimane ma vengono accettate anche persone che possono partecipare solo per 2 settimane. Due volte all’anno ci sono anche dei programmi speciali della durata di una sola settimana. In ogni caso i singoli programmi sono elencati sul nostro sito. C’è una quota di iscrizione da pagare (una quota standard 110 US$ oppure 60 US$ per chi ha meno di 25 anni).

Ai nostri lettori curiosi ma dubbiosi, cosa diresti per convincerli a far parte di questa avventura?

Sar-El offre un’occasione unica e irripetibile per conoscere Israele da una prospettiva reale, da insider.

E’ un esperienza che lascia il segno, indimenticabile per l’intensità dei rapporti umani che si instaurano durante e dopo il periodo di volontariato. Soprattutto sono le attività culturali che si tengono durante il periodo di volontariato che permettono di conoscere Israele come nessun viaggio turistico permetterebbe di fare.

Al di là dell’aiuto all’esercito, quali altre esperienze offre Sar-el?

Tutte le sere si svolgono delle attività di gruppo che prevedono una formazione culturale sulla storia e sulla geografia di Israele. Durante le mie attività di Sar-el ho conosciuto per esempio il Colonnello Bentzi Gruber che ci ha spiegato l’approccio etico dell’IDF alle sue attività militari e non; in un’altra occasione abbiamo incontrato Zipporah Porath, scrittrice israeliana, che ci ha raccontato le sue avventure durante la guerra di indipendenza.

E’ previsto un servizio di assistenza?

Sì, il gruppo di volontari è seguito da due madrihot, assistenti, che si fanno carico di tutte le necessità del gruppo che possono essere dal bisogno di un medico ai problemi con il cibo alla mancanza di carta igienica.

La sera organizzano attività ricreative che hanno lo scopo di far conoscere la realtà israeliana tramite giochi che vertono sull’approfondimento della storia, della geografia della cultura israeliana. Se c’è la possibilità organizzano anche incontri con scrittori o alti ufficiali dell’Idf che approfondiscono l’attività culturale.

Per questo è consigliabile sapere l’inglese, ma se si crea un gruppo di italiani ne basta che faccia da interprete.

Tutte le mattine le madrihot fanno un briefing e aggiornano il gruppo sugli eventi più importanti del giorno prima.

 

Cos’altro succede la mattina?

Tutte le mattine c’è l’alzabandiera e i volontari a turno possono partecipare alla cerimonia. In ogni caso assistono quotidianamente all’evento, un modo in più per essere coinvolti nella realtà dell’Idf.

Tu che esperienze significative hai vissuto in Sar-el?
Ho visto il quartiere di Neve Tzedek a Tel Aviv, il museo dell’Idf sempre a Tel Aviv, il museo del Mossad, poi a Gerusalemme ho visto Ammunition Hill, teatro di un’aspra battaglia, e il monte Herzl dove è seppellito Theodor Herzl, il fondatore del Movimento Sionista. Sono esperienze offerte da Sar el.

Riccardo Ghezzi

L’articolo originale si può trovare al link: http://www.linformale.eu/4000-2/

LA DIFESA DEL PAESE. LEVA, RISERVA, DEMOCRAZIA di Mario Frascione

Intervista apparsa sul sito temindivenire.com

Intervista a Michael Begnini                                                           

Da qualche tempo in Italia, e in diversi altri Paesi dell’Unione Europea, si è avviato un dibattito sulla necessità di reintrodurre il servizio militare obbligatorio. Non siamo dunque i soli a porci la domanda. Per anni era stato attivo fondandosi sul principio ideale di una partecipazione popolare alla difesa nazionale.

Qualora esso venisse ripristinato, un elemento di novità potrebbe essere costituito dall’introduzione dell’istituto della riserva, ovvero del rientro periodico o straordinario nelle forze armate di coloro che hanno terminato il primo periodo obbligatorio.

Il maturare di nuove esigenze del tutto impreviste fino a non molti anni fa lascia intravedere un rinnovato interesse per la discussione sul tema delle forze armate, anche in merito al loro utilizzo.

La rapida evoluzione degli scenari geopolitici e, con velocità forse ancora superiore, degli scenari sociali interni al Paese, pone infatti la questione dell’opportunità dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna, benché solo in funzione ausiliaria alle forze dell’ordine. Il contesto culturale e socio-economico italiano, non diversamente da altri Paesi europei, registra trasformazioni tumultuose. Emergono tratti comuni tra i singoli Paesi membri UE: a un incremento del rischio terrorismo corrispondono minori possibilità di controllo del territorio da parte dello Stato centrale che si trova a fronteggiare rivolte urbane (Francia: riforme del lavoro, banlieue), estesa microcriminalità (Italia: insicurezza delle reti pubbliche di trasporto, microcriminalità pervasiva), masse di migranti fuori controllo (lavoratori in nero di Rosarno o migranti di Calais e Idomeni), ecc…

Tali problemi deflagrano in un contesto precario di crisi economica e limitatezza di risorse degli stati centrali, che avevano già originariamente strutturato verso il ridimensionamento la spesa per le forze dell’ordine (in funzione di una situazione precedente).

Non ci si può tuttavia nascondere che esiste in Italia un fronte di opinione piuttosto articolato che vedrebbe con imbarazzo il ritorno del servizio militare obbligatorio, l’introduzione del servizio di riserva nazionale, il contributo attivo delle forze armate a supporto dei servizi istituzionali svolti attualmente dalle forze dell’ordine.

Probabilmente persistono strutture culturali e ideologiche che inibiscono completamente un’attitudine pragmatica. Sono resistenze e imbarazzi che derivano dal retaggio di certe aree del pensiero della sinistra e di settori del mondo cattolico (che non a caso avevano svolto un ruolo fortemente sinergico spingendo verso il servizio civile), allineati su posizioni antimilitariste e di pacifismo a oltranza.

Stante questa situazione, il tema dell’uso della forza diventa inevitabilmente monopolio delle destre, su cui parimenti gravano impostazioni che fanno riferimento a un universo valoriale fortemente ideologizzato. Anch’esso impedisce di vederne i possibili eccessi, o non è consapevole dei rischi relativi alla possibile violazione dei principi fondamentali dello stato democratico e delle libertà individuali.

Nel dibattito comune sembrano comunque prevalere considerazioni di fondo secondo cui l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) viene fatto coincidere concettualmente con l’esercizio della violenza. Una confusione dalle fatali conseguenze.

Sarebbe estremamente importante cercare di comprendere come si possa essere pervenuti a una simile confusione, sebbene tale ricerca si preannunci tutt’altro che semplice.

Potrebbe essersi verificato un processo di deriva nella vulgata comune del concetto ideale della “non-violenza”. Analogamente a quanto avvenuto per altri nobili ideali che appartengono profondamente alla cultura europea – come quelli di solidarietà e tolleranza – parrebbe che anche in questo caso un abuso di accentuazione retorica abbia gradualmente indotto nella grande comunicazione e nel pensare comune uno snaturamento sostanziale dei concetti.

Tornando all’ipotesi di reintroduzione della leva obbligatoria, dell’istituto della riserva e dell’impiego delle forze armate a supporto delle forze dell’ordine, il nostro Paese si trova comunque ancora davanti a interrogativi e nodi irrisolti. Non ultimo l’accesso molto recente e quindi ancora minoritario delle donne nelle forze armate.

Ci si può chiedere inoltre se il settore della protezione civile, fortemente cresciuto nell’ultimo decennio, potrebbe essere fruttuosamente inglobato nell’istituto della riserva nazionale, trovando in esso il suo spazio ottimale.

E ancora: come leva, riserva, supporto alle forze dell’ordine possono contribuire a irrobustire la salute della democrazia e il senso civico del Paese, fugando le preoccupazioni prudenziali e sempre opportune di chi teme derive autoritarie?

Resta infatti pienamente condivisibile la preoccupazione e la necessità di garantire la struttura pienamente democratica di tali possibili cambiamenti.

In tal senso occorrerà guardare a quelle realtà come Stati Uniti, Regno Unito, Finlandia, Svizzera e Israele, che sembrano aver saputo coniugare l’impegno per una difesa (civile e militare) attiva e partecipe del territorio da parte dei cittadini, con una robusta salute delle istituzioni democratiche.

Israele, proprio per le peculiari condizioni che ne costituiscono da decenni il contesto di vita quotidiana, gode della condizione di Paese a cui il mondo intero guarda con ammirazione per la gestione della sicurezza. Al contempo, paradossalmente, viene spesso fatto oggetto di critiche, censure e risentimento quando agisce per garantirsi tale sicurezza al suo interno e nella insidiosa geopolitica mediorientale.

Senza dubbio è un Paese che esercita senza tentennamenti la forza, ma continua ad avere un regime democratico.

Ha delle efficienti forze armate e un consolidato sistema di riserva nazionale, attraverso il quale comuni cittadini svolgono periodicamente servizio attivo militare e civile.

Della gestione della materia in Israele parliamo con Michael Begnini, coordinatore di Sar-el Italia (sarelitaly@gmail.com), organizzazione che gestisce periodi di volontariato civile in Israele e offre l’opportunità di approfondire la conoscenza del Paese. E’ un’occasione che ci permette di conoscere un poco di più di come in Israele vengono affrontate queste tematiche.

Domanda: In Italia il servizio militare obbligatorio è stato considerato in modi diversi: contributo a un’effettiva unità nazionale, formazione di una forza militare da usare in caso di invasione da Est/conflitto, periodo di formazione morale-educativa dei giovani, oppure secondo altri totale perdita di tempo, inutile parentesi di autoritarismo subìto, ecc…

Begnini:  «In Israele il servizio militare era ed in grossa parte è ancor oggi, un melting pot nel quale viene formato il giovane israeliano. Come la società è cambiata, così anche è cambiato l’esercito, il quale era in passato un punto di intersezione di sefarditi ed ashkenaziti, ricchi e poveri, gente di città e kibbutznikim, agricoltori e figli di liberi professionisti. Insomma l’esercito era, e ripeto è in grossa parte a tutt’oggi, un periodo di tre anni (due per le ragazze) nel quale il cittadino impara la disciplina, l’importanza dell’assistenza ai compagni, e contribuisce alla sicurezza del Paese. Il servizio militare viene poi incluso nel curriculum vitae ed è di fondamentale importanza per chi vuol accedere a determinati contesti lavorativi».

Forse in Italia la discussione sul ripristino del servizio militare non sarebbe sul merito, ma slitterebbe su polarizzazioni ideologiche. È noto che la sinistra ha di fatto abbandonato alla destra una intera area di valori e semantica, sposando invece quella del pacifismo di derivazione cattolica.

«In Israele sia sinistra che destra sono adamantine sull’importanza dell’esercito e nessun partito politico, al di fuori forse dei partiti arabi, è disposto a tollerare attacchi a un esercito che è la ragione d’esistenza dello Stato d’Israele».

Sono considerazioni che ci conducono a un nervo scoperto: sembrerebbe infatti che in Europa l’uso della forza (anche quella difensiva e per garantire la sicurezza) sia fatto coincidere tout-court  con l’esercizio della violenza. Una confusione concettuale pervasiva e con enormi conseguenze. Ciò deriva dalle diversità geopolitiche tra Europa e Israele/Medio Oriente?

«L’esercito non è solo violenza ma è anche violenza. In Europa sembra si siano dimenticati dei secoli di violenza e di spargimenti di sangue, culminati con la Seconda Guerra Mondiale e la Shoah. Un esercito forte e ben addestrato, come ha la Svizzera, è uno strumento necessario per una democrazia sana e vigorosa».

Ci può illustrare sinteticamente come leva e riserva sono organizzate in Israele?

«Il servizio di leva è di circa tre anni per i ragazzi, e di due per le ragazze. La durata dipende dal tipo di servizio e dalla motivazione del soldato o della soldatessa. Ci sono corsi nella marina militare che durano 6 anni, durante i quali il soldato fa un corso di comando per una nave da guerra, completa un B.A. (laurea breve) in Scienze Politiche, e prende servizio attivo; ci sono corsi come le unità di spicco (vedi quella che ha operato ad Entebbe) nelle quali il soldato è obbligato a mantenere la segretezza assoluta su quel che fa; ci sono oggi corsi cyber; ci sono corsi per l’auto trasporto, mezzi pesanti, carri armati, ecc… Il servizio di base può essere allungato, a discrezione degli ufficiali di ruolo, allorché al soldato viene proposto di divenire ufficiale; a tutt’oggi la cosa è vista come un onore e un sacrificio, visto che si aggiungono altri 18 mesi di servizio attivo, se non di più. Il servizio di riserva diviene obbligatorio dopo un anno dal congedo, e dura fino ai 40 anni per le unità combattenti, e prima per reparti non combattenti. Dopo i 40 anni si può andare volontari al servizio di riserva».

Qual è il senso attuale di servizio militare e riserva dato un contesto militare tecnologico e professionale?

«In Israele si usano le risorse giovanili non appena finiscono la scuola; coloro che sono particolarmente adatti dal punto di vista intellettuale vengono presi per un servizio di tipo tecnologico/informatico. I meno dotati dal punto di vista intellettuale vanno ai reparti combattenti. L’esercito israeliano poggia sull’esperienza dei suoi soldati – una solida formazione professionale dei giovani permette un servizio utile – dopo di che l’esperienza lavorativa permette ai soldati di affrontare la leva con coscienza di causa, contribuendo al servizio con la propria professionalità».

Qual è in Israele il peculiare rapporto tra chi comanda le forze armate (esercito) e chi deve garantire la sicurezza interna (ministero dell’interno)?

«In Israele c’è un ministro degli Interni che NON si occupa di materie militari. Coloro i quali sono assegnati a questo compito sono il ministro per la Sicurezza Interna ed il ministro della Difesa. Per decenni il ministro della Difesa è stato un ex-generale / capo di stato maggiore: dopo una cadenza di due o quattro anni, il capo di stato maggiore lascia l’esercito, e solitamente entra in politica. Ci sono quelli che vanno nei partiti di destra e quelli che si uniscono alla sinistra. Il ministro della Difesa, essendo un ex-soldato, conosce perfettamente il funzionamento dell’esercito, ma è sempre legato dai vincoli della democrazia, da una gerarchia chiara, e così anche il capo di stato maggiore, il quale si incontra una volta a settimana col ministro e dà consigli e porta aggiornamenti dalle forze in campo».

Quello dell’impiego delle forze armate per la sicurezza interna è un terreno molto sensibile, che secondo molti può condurre al golpe dei militari o a un regime fortemente autoritario. Israele come garantisce la buona salute della democrazia?

«L’esercito israeliano è un esercito popolare, è un ramo della società. Qui il concetto di golpe non è visto come una possibilità reale. La sicurezza interna, oltre tutto, viene assegnata alla polizia ed alla polizia di confine. L’esercito si occupa dei confini e della difesa del Paese dalle minacce esterne. Così è anche per i servizi segreti: il Mossad opera all’estero, lo Shin Bet (o ShaBaK) opera all’interno, nei territori occupati».

Dovremo scegliere tra sicurezza e libertà?

«La libertà poggia sulla propria sicurezza. E’ tassativo che l’Europa abbia un controllo pieno e indiscusso del proprio territorio. La popolazione deve inoltre cambiare atteggiamento, e prender parte nel mantenimento dell’ordine: milizia civile, ronde civili, ecc… così come ci sono in Israele».

In Israele come è stata affrontata la convivenza di uomini e donne nei reparti?

«La convivenza è riflesso della società. Quando il rapporto fra uomo e donna era più patriarcale, la donna era considerata più come partecipante passiva. Oggi la donna non tollera più di esser trattata come oggetto e membro passivo, e le dinamiche stanno cambiando, lentamente. Lo stesso dicasi riguardo alla polizia».

Ritiene che il ruolo della donna nella storia della cultura ebraica renda più naturale il suo vestire la divisa accanto all’uomo rispetto ad altre culture?

«Non esiste nessun legame fra le due cose. La domanda manca di basi storiche… ».

Ci spieghi meglio in che cosa consiste l’istituto dei riservisti. Oltre all’impiego militare svolgono anche funzione di protezione civile?

«I reparti civili vengono impiegati solamente come parte integrante della difesa dei confini. In tempo di guerra o di qualsiasi altro tipo di emergenza nazionale, possono anche essere usati per la protezione della popolazione civile, come è successo un anno fa all’inizio dell’ondata di accoltellamenti, quando l’esercito ha arruolato decine di migliaia di poliziotti di confine, dando la possibilità alla polizia di coprire in modo capillare l’area di Gerusalemme e Tel Aviv».

L’Italia è periodicamente colpita da disastri a causa della non adeguatezza costruttiva rispetto alla sismicità del territorio, degli abusi e del dissesto idrogeologico. La riserva potrebbe portare un contributo? Ci sono analogie possibili con l’esperienza di Sar-el?

«Non c’è nessuna relazione fra le riserve ed i servizi/unità di assistenza in caso di terremoto».

Ci parli infine del suo ruolo di coordinatore italiano e dell’esperienza di Sar-el…

«Sar-el offre la possibilità di fare volontariato civile in Israele; il sito di Sar-el però è disponibile solo in lingua inglese e ci siamo accorti che molte persone si sentono scoraggiate e non sanno come fare per muovere i primi passi. Pertanto, avendo partecipato diverse volte ai programmi  Sar-el, dopo qualche anno ho deciso di estendere la mia attività di volontariato anche a quei  periodi dell’anno in cui sono in Italia, facendo da tramite fra gli interessati in Italia e l’organizzazione in Israele».

di Mario Frascione

Il link originale è disponibile a questo indirizzo:   https://temindivenire.wordpress.com/2016/10/07/la-difesa-del-paese-leva-riserva-democrazia/

IL MANIFESTO DEI 500: INTERPRETAZIONI di Sergio Della Pergola

Con il manifesto di cinquecento firmatari israeliani, sotto l’egida di SISO (Save Israel Stop the Occupation), seguito dai discorsi di Obama e Netanyahu all’Assemblea annuale dell’ONU, si è aperto il dibattito sul cinquantenario dalla guerra dei sei giorni del 1967. Il dibattito è importante, urgente, necessario, e ci accompagnerà con inevitabili alti e bassi fino al fatidico 5 giugno 2017 e ben oltre. Nessuno – governanti e governati, pensanti e non pensanti – può sperare di poter eludere la scadenza dei cinquant’anni di occupazione israeliana dei territori in Cisgiordania. La questione è solamente e soprattutto in quali termini, su quale piattaforma intellettuale e politica, entro quali contesti storici, limiti operativi e prospettive di pace svolgere questo discorso. In questo senso, il manifesto dei cinquecento mi pare, da un lato, un atto di coraggio e di onestà intellettuale; ma, dall’altro lato, assolutamente insufficiente a conseguire gli obiettivi che si propone. Cosí com’è il testo gratifica chi lo ha firmato e un piccolo manipolo di simpatizzanti per la causa di Israele, oltre probabilmente a una grande coorte di persone ostili alla medesima causa. Ma è un testo ingenuo, unilaterale, bloccato entro lo steccato di una prospettiva storica incompleta, che ai fini pratici (aggiungo volentieri: purtroppo) non ha alcuna probabilità di incidere concretamente sulla situazione geopolitica di Israele e della Palestina. Ho pensato dunque di riscrivere una mia versione del documento, cercando di renderlo più utile e operativo. Il testo seguente incorpora parola per parola l’appello originale (che si può leggere qui di seguito) e aggiunge alcune necessarie integrazioni. Quest’ultime, senza alterarne l’intenzione, cercano di rendere il messaggio accettabile e utile per una cerchia molto maggiore di persone di buona volontà.

“Con l’avvicinarsi del 2017 che segna il cinquantesimo anno del tentativo concertato da diversi paesi arabi di distruggere lo stato di Israele e il cinquantesimo anno dell’occupazione israeliana di territori palestinesi, Israele e la Palestina sono ad un punto di svolta. La situazione attuale è disastrosa per entrambe le parti del conflitto. Il protrarsi dell’occupazione israeliana dei territori palestinesi e del rifiuto palestinese a riconoscere Israele come lo stato degli ebrei opprime i palestinesi, sfianca gli israeliani, e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue dalle due parti. Corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele, corrompe la legittimità morale e politica del futuro Stato di Palestina e danneggia la posizione dei due stati nella comunità delle nazioni. La nostra migliore speranza per il futuro – il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace – risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno stato palestinese indipendente accanto al riconoscimento della personalità nazionale dello stato ebraico, e a rapporti di buon vicinato fra lo Stato di Israele e lo Stato di Palestina. Facciamo appello agli ebrei e ai palestinesi nel mondo intero perché si uniscano a noi residenti israeliani e palestinesi in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione, al terrorismo e alla negazione dell’altro, e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e dello Stato di Palestina nell’interesse delle generazioni future.”

Non firmerò il documento originale di SISO, ma firmerei volentieri questa nuova versione. E invito chiunque voglia a farlo.

Sergio Della Pergola, Università Ebraica di Gerusalemme

IL MANIFESTO DEI 500 di Siso, Save Israel-Stop Occupation

SISO – SALVA ISRAELE, FERMA L’OCCUPAZIONE

Appello agli Ebrei del mondo

Se amate Israele, il silenzio non è più un’opzione possibile.

Con l’avvicinarsi del 2017 che segna il cinquantesimo anno dell’occupazione israeliana di territori palestinesi, Israele è a un punto di svolta. La situazione attuale è disastrosa. Il protrarsi dell’occupazione opprime i palestinesi e alimenta un ciclo ininterrotto di spargimento di sangue, corrompe le fondamenta morali e democratiche dello Stato di Israele e danneggia la sua posizione nella comunità delle nazioni. La nostra migliore speranza per il futuro – il tragitto più sicuro verso la sicurezza, la prosperità e la pace – risiede in una soluzione negoziata del conflitto israelo-palestinese che conduca alla creazione di uno stato palestinese indipendente accanto e in rapporti di buon vicinato con lo Stato di Israele. Facciamo appello agli Ebrei nel mondo intero perché si uniscano a noi Israeliani in un’azione coordinata per porre fine all’occupazione e costruire un futuro nuovo per la salvezza dello Stato di Israele e delle generazioni future.

Sottoscritto da oltre 500 Israeliani, fra cui :

David Grossman, Amos Oz, Achinoam Nini (Noa), David Broza, Avishai Margalit, Avraham Burg, Edward Edy Kaufman, Ohad Naharin, Orly Castel Bloom, Ilan Baruch, Alon Liel, Elie Barnavi, Alice Shalvi, -Shakhar, David Harel, David Tartakover, David Rubinger, David Shulman, , Dani Karavan, Daniel Bar-Tal, Daniel Kahneman, Zeev Sternhell, Chaim Oron (Jumes), Haim Ben-Shahar, Chaim Yavin, Yair Tzaban, Yehuda Bauer, Judith Katzir, Joshua Sobol, , Yoram Bilu, Yael Dayan, Iftach Spector, Yitzhak Frankenthal, Mossi Raz, Michael Benyair, Micha Ullman, Menahem Yaari, Moshe Gershuni, Noga Alon, Nahum Tevet, Naomi Chazan, Nathan Sharony , Savyon Liebrecht, Sami Michael, Sammy  Smooha, Edit Doron, Amos Gitai, Amram Mitzna, Anat Maor, Colette Avital, Ronit Matalon, Shaul Arieli, Shimon Shamir, Akiva Eldar, Aharon Shabtai, Eva Illouz.

DICHIARAZIONE DI INTENTI di Giuseppe Franchetti

Negli ultimi tempi il governo israeliano ha messo in atto un preoccupante spostamento verso l’estrema destra.

Dopo il fallimento delle trattativa con i laburisti per allargare la maggioranza di governo, Netaniahu ha silurato il ministro della difesa, il generale Yaalon e ha imbarcato Lieberman, il leader dell’estrema destra.

Il pretesto  per il siluramento di Yaalon è stato l’uccisione a sangue freddo da parte di un militare israeliano di un terrorista palestinese, già gravemente ferito e giacente a terra. Yaalon e il capo di stato maggiore volevano portare a giudizio il militare, colpevole di aver trasgredito il codice etico della Zavà. Di opinione contraria era Netaniahu, per il quale si era trattato di legittima difesa, in quanto il terrorista avrebbe potuto avere una cintura esplosiva. Il vicecapo di stato maggiore, generale Golan, esprimeva pubblicamente l’opinione che l’atmosfera politica in Israele si stava avvelenando e somigliava a quella tedesca degli anni trenta, precedente l’avvento di Hitler.

Uno dei primi atti di Lieberman era un violento attacco agli Stati Uniti per l’accordo nucleare con l’Iran, paragonandolo all’accordo di Monaco con la Germania hitleriana. Doveva intervenire Netaniahu.  In seguito si verificavano numerosi episodi allarmanti.

Un paio di esempi fra i tanti.

  – Netaniahu procedeva a una riorganizzazione  dell’ente radio televisivo dove vi erano critici del governo, e la ministro della cultura, Miri Regev, diceva testualmente “non è accettabile che i giornalisti che vengono da noi pagati  possano dire quello che vogliono”.

  – Nel precedente governo il ministro Lapid aveva varato una legge per cui

nelle yeshivot dei haredim finanziate dallo stato si dovano insegnare anche le materie base, matematica inglese, in modo che i ragazzi potessero eventualmente trovare un lavoro. Proprio questo però non era accettato dai dirigenti politici per cui il lavoro esterno è roba da donne, mentre gli uomini devono dedicarsi allo studio della Torà e del Talmud.  E Netaniahu, di fronte alla minaccia di abbandono della maggioranza, acconsentiva alla cancellazione della legge.

Questo tipo di atteggiamento non piace a tanti, fra cui molti italkim.

Si proponeva quindi di creare una presenza di Keshet su internet, con frequenza almeno mensile, dato che la grande maggioranza dei media ebraici presentavano il governo di Israele solo in maniera positiva. Mimi Navarro prendeva  l’iniziativa di convocare una riunione degli italkim non in ferie e presenti in Israele. Vi era una dozzina di persone di varie tendenze ideologiche e tutti concordavano sull’utilità di una iniziativa el genere, che spiegasse agli ebrei italiani quale era la realtà politica.

Vi  è il problema che ogni critica al governo di Israele può essere sfruttata in senso anti-israeliano  dalla propaganda palestinese. Si deve quindi trovare il modo di spiegare come essere contrari a determinati atteggiamenti politici governativi   non significa essere contrari all’essenza di una politica che miri a difendere l’esistenza del popolo e dello stato, specialmente contro il terrorismo e il nazi-islamismo del governo di Gaza.

Attualmente é sorto il problema dell’atteggiamento dell’Unesco, verso cui non vi può essere che una riprovazione senza se e senza ma, anche perché l’episodio è un incitamento agli estremisti palestinesi e islamici  ad aggredire gli “occupanti” ebrei, e nella diaspora ha dato adito a rigurgiti antisemiti, benchè vi siano state anche molte risposte per noi positive e di riprovazione della votazione italiana.

La  proposta iniziale è di trovare qualche decina di persone, fra israeliani e italiani, che si impegnino a una collaborazione continuativa, anche se saltuaria.

Giuseppe Franchetti

Una nuova voce da Israele

Con questa nuova iniziativa editoriale on-line, la nota rivista Keshet apre un nuovo capitolo della sua lunga storia italiana. Non appena saranno finite le festività legate a Rosh Ha Shana e Yom Kippur, vi proporremo un’ampia gamma di articoli scritti da italiani in Israele sulle varie tematiche che nel corso di questi anni abbiamo affrontato con i nostri affezionati lettori.

 

 

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